insediamento rupestre Tuglie

lato sinistro (in attesa del destro) di un vecchio insediamento rupestre. Troviamo una vecchia abitazione di due stanze; caseddhi e piccoli ambienti scavati nella roccia tufacea. La cava di Tuglie ne aggredisce pericolosamente vicino alle spalle (ben visibile salendo sul costone).

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vedi anche:

http://massimonegro.wordpress.com/2012/02/10/tornando-sui-propri-passi-ii-parte-da-tuglie-tra-grotte-e-antichi-ripari-verso-il-villaggio-neolitico-di-parabita/

Tornare sui propri passi

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Tornare sui propri passi. Questa espressione è solitamente utilizzata per esprimere lo stato che si vive a fronte di situazioni poco piacevoli o di rammarico per le quali si vorrebbe far tornare indietro le lancette dell’orologio o rigirare in avanti le pagine ormai archiviate del calendario. Si vorrebbe tornare indietro per compiere in modo diverso un’azione o cogliere un’opportunità che ci è sfuggita.
Nulla di tutto questo.
Questo tornare sui propri passi, sui miei passi, è un viaggio nel passato.
E’ un tornare a calpestare la terra rossa dei sentieri, tante volte percorsi da ragazzo con David e Mino a piedi o in bicicletta (con la mia rossa metallizzata Aquila comprata da “Siciliano”), sulle pietre lungo le cave alla ricerca di impronte di antiche conchiglie, a rovistare il pietrame tra le traversine delle Ferrovie Sud-Est alla ricerca di “minerali” per le nostre collezioni.
Ma è un tornare nel passato, ripercorrendo i passi, i sentieri dei nostri antenati, in una zona del Salento che è ricca di ricordi e di presenze che ci arrivano dal lontano passato.
La zona visitata si estende tra Tuglie e Parabita, tra le rotaie delle Ferrovie Sud-Est e le grandi e profonde cave di estrazione tufacea.

In quella zona, nel 1966, nei pressi di una grotta in Contrada Monaci, furono ritrovati reperti risalenti al Paleolitico Medio e Superiore, in particolare due scheletri acefali (35.000 a.C.) e soprattutto le due famose Veneri steatopigie, dalle quali la grotta prenderà il nome. Si tratta di una delle più straordinarie espressioni della cultura delle popolazioni paleolitiche: statuette di figure femminili dai pronunciati attributi materni (ventre, fianchi, glutei, seni), certamente degli amuleti propiziatori di fertilità. L’accesso alla grotta ora è impedito da una robusta cancellata.
La grotta fu frequentata sino all’età del rame (3.000 a.C.), poi i suoi abitanti fondarono un piccolo villaggio di capanne, dove restarono sino al 1.000 a.C. circa, quando un nuovo nucleo abitato sorge in una valle posta ad ovest del precedente: si tratta di Baubota o Bavota, città messapica colonizzata dai Greci dall’800 a.C.
Le cave hanno separato l’antica grotta dalla zona in cui venne costruito in epoca successiva il piccolo villaggio.
Di questo oggi sono visibili delle tracce nella roccia, dei profondi segni circolari in cui venivano fissati al terreno i tronchi portanti delle capanne.
Il villaggio, oggetto del mio viaggio nel tempo, è raggiungibile senza grandi affanni percorrendo una zona molto suggestiva ricca di alberi di ulivo piegati dalla fatica e dal tempo, anfratti naturali e grotte che nel passato hanno dato riparo agli uomini e agli animali, vecchie case abbandonate dove il fico d’india si è sostituito ai padroni di casa ad aspettare i visitatori sull’uscio.
Tra sfuggenti code di volpi e bianche civette che leste si negano all’obiettivo della macchina fotografica, sembra che il tempo si sia fermato, tra pendule di pomodori e fichi dimenticati ad essiccare in chissà quale stagione di quale anno.
E ovviamente non si poteva non fare ritorno a Tuglie percorrendo a piedi un tratto delle ferrovie, rivendendomi da ragazzo con lo sguardo rivolto in basso a cercare tra le pietre luccichii di quarzo

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