Vereto

VERETO PATU’

antico insediamento mesapico.

Città messapica (ancora da studiare) immersa nel paesaggio rurale della serra di Vereto nel Comune di Patù (Le).

Coordinate = Lat: 39.835960, Lng: 18.325882Fu un’antichissima città messapica fondata sull’omonima collina alla periferia dell’attuale Comune di Patù, in direzione sud-ovest.
Il primo a parlare di Vereto è stato il grande storico greco Erodoto all’inizio del V secolo a.C.: secondo il racconto erodoteo una colonia di Cretesi, navigando lungo la Iapigia per giungere dalla Grecia in Sicilia, sorpresa da una grande tempesta, fu sbattuta sulla costa più vicina, quella di Leuca, dove fondò la città di Iria e poi altre città. Conseguentemente questi naufraghi cretesi cambiarono il nome in Iapigi-Messapi.
VeretoE’ convinzione generale degli studiosi che la città di Iria corrisponda a Vereto. E’ certo che tale città diventò famosa nell’antichità in tutto il bacino del Mediterraneo, nel periodo di massimo splendore era difesa da mura poderose -a blocchi isodomi- lunghe più di 4 Km e dominava su un comprensorio che abbracciava anche Leuca e la vicina S. Gregorio: nella baia di S. Gregorio Vereto costruì un comodo porto, i cui resti possono essere ammirati sul fondo del mare, a pochi metri di profondità, proprio di fronte alla punta rocciosa che protegge l’insenatura dalle mareggiate di scirocco.
Altre testimonianze veretine superstiti a S.Gregorio sono una scalinata messapica e l’imboccatura di un pozzo che un tempo riforniva di acqua fresca le navi alla fonda.
Nel III secolo a.C., quando il Salento venne conquistato da Roma, Vereto diventò un municipio; ancora oggi nella chiesa di S. Giovanni Battista a Patù, a sinistra di chi entra, è conservato un grosso blocco di marmo, un cippo romano sulla cui facciata leggiamo la seguente iscrizione in latino: M. Fadio M.F. / / Fab. Valerino / / Post mortem / / M. Fadius Valerianus pater / / et Mina Valeriana mater / / L.D.D.D. (Locum Decreto Decurionis Dant) (A Marco Fadio / / Valerino / / dopo la morte / / Marco Valeriano padre / / e Mina Valeriana madre / / posero con decreto del Decurione).
Questa pietra, nota come “base dei Fadii”, databile per consenso unanime al I-II secolo d.C., deve la sua importanza al fatto che è la prova più evidente della istituzione municipale in Vereto durante la conquista romana, con la particolarità ancor più preziosa dello statuto noto come decurionato. I tre personaggi dell’epigrafe -padre, madre e figlio- recano lo stesso cognome, Valerianus: evidentemente i genitori erano dei liberti che in onore del benefattore avevano assunto quel cognome all’atto dell’emancipazione, per poi imporlo anche al figlioletto.
Per trovare una città messapica potente quanto Vereto bisognava spostarsi fino a Ugento verso ovest, e fino a Vaste in direzione nord. In epoca romana era comodamente servita dalla Via Traiana che, fatta costruire in tutto il Salento intorno al 106 d.C. dall’imperatore Traiano in ampliamento all’antica Via Appia, girava tutt’intorno alla penisola a partire da Brindisi per finire a Taranto, simile a una sorta di litoranea circumsalentina: tratti superstiti di antiche vie sono sparsi nell’area classica veretina; motivo di attrazione sono i resti dell’estesa cerchia muraria di Vereto, databile al IV secolo a.C., e brevi tratti di muri d’ epoca romana.
La maggior parte dei reperti archeologici ed epigrafici venuti alla luce dalle campagne di scavo o a seguito di fortuiti ritrovamenti, è conservata presso il Museo Provinciale di Lecce: tantissimi oggetti -terrecotte, vasi, olle, lucerne, capitelli- sono finiti nelle mani di privati e da qui nel mercato clandestino dell’antiquariato. E’ curioso il fatto che, girovagando fra i terreni della collina di Vereto, ci si imbatta in tanti piccolissimi frammenti di ceramica e terracotta che sono diventati un unico impasto con il terreno vegetale.
E’ opinione consolidata che il centro dell’antica città messapica corrisponde alla zona in cui oggi sorge la chiesetta della Madonna di Vereto, il punto più elevato dell’intera collina.[…]
Un discorso aperto è quello legato alle scoperte determinatesi casualmente, durante normali interventi di scavo per edilizia, nel luglio del 1997 a Montesardo, a pochi chilometri da Vereto, in direzione nord: resti di mura e oggetti vari venuti alla luce impongono un approfondimento della situazione, così come del resto sta avvenendo per intervento diretto della Soprintendenza Archeologica della Puglia. Ma già alcune indicazioni, prima fra tutte l’estensione della Montesardo messapica su un’area di circa cento ettari, spingono i ricercatori verso atteggiamenti di estrema cautela.
Sta di fatto che a proposito di Vereto occorre parlare non di una città messapica, bensì di un vero e proprio comprensorio veretino, nel senso di una vasta area in cui un centro molto potente esercitava la sua autorità sui dintorni trasformandoli pian piano in avamposti militari e in magazzini per vettovaglie oppure assorbendoli gradualmente nella propria orbita fino a farli scomparire: solo così si spiega la vicenda del sito alla masseria del Fano, oppure le mitiche Cassandra e Tirea alla periferia di Morciano, e ancora la sorprendente serie di granai messapici in pieno centro cittadino di Morciano, la millenaria storia di Leuca con la grotta Porcinara e gli insediamenti protostorici del Promontorio Iapigio e infine l’esistenza di una poderosa muraglia – alta circa mt. 2 e spessa mt. 1,5 – situata a mt. 1,5 di profondità lungo l’attuale muro di confine tra fondo Cipollaro e fondo Lame alla periferia nord-ovest di Morciano (detta muraglia, venuta alla luce nell’estate del 1988 durante la costruzione di una strada e immediatamente ricoperta di terreno vegetale, è in attesa di regolari scavi archeologici).
Cesare Daquino, I Messapi e Vereto, Capone Editore, Cavallino 1991, pp. 256-257.

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