S.Ermete

Grotta di S. ERMETE  – La grotta è situata nella parte orientale della serra di Matino, a sinistra della strada che da Matino conduce a Casarano. La grotta, che dà il titolo anche alla circostante collina, è dedicata a Sant’Ermete; sia la grotta che la collina sono chiamate dai matinesi col nome di Santa Palmeta, per via di un’immagine anticamente affrescata sulle pareti della grotta. La parete destra della grotticella si prolunga in una formazione a breccia ossifera che si allarga a semicerchi occupando buona parte del pianoro antistante e costituisce un probabile residuo della grotta originaria molto più ampia di quella attuale. In superficie si trovarono numeore ossa che rivelarono un grado molto alto di fossilizzazione, che sembravano appartenere ad un complesso pleistocenico di notevole interesse. La grotta è il giacimento più antico dell’area compresa tra la grotta delle Veneri di Parabita ed il complesso di Ruffano

Nota preliminare sulla grotta di S. Ermete di Giuliano Cremonesi

La storia delle ricerche nella zona di S. Ermete ripete le vicende di troppi giacimenti preistorici, soprattutto nel Paleolitico, che, segnalati alle Autorità Centrali, non sono mai stati adeguatamente tutelati, forse anche perché lontani dagli interessi specifici dei Sovrintendenti alle Antichità, di norma archeologi classici.
Anche depositi nel massimo interesse scientifico sono abbandonati oppure affidati agli interventi necessariamente lenti, parziali, spesso discontinui per l’esiguità dei fondi, delle Università o di altre Istituzioni scientifiche, le quali d’altra parte possono occuparsi della conduzione metodica dello scavo ma non hanno la facoltà né la possibilità di intervenire direttamente per la conservazione e la salvaguardia nel deposito.
In tal modo, purtroppo, testimonianze di enorme valore sulle più antiche vicende umane in Italia sono state irrimediabilmente cancellate da eventi naturali, molto più spesso dalle irresponsabili azioni dell’uomo, che ha esplicato in vario modo e con inarrestabile intensità la sua opera demolitrice attraverso le sistemazioni agricole, i lavori di cava o, di norma, con la speculazione edilizia. (1).
Per fortuna S. Ermete rappresenta una notevole anomalia in una situazione tanto grave poiché, per la prima volta forse in Italia, un Ente locale, l’Amministrazione Comunale di Matino, ha affrontato in prima persona l’impegno di tutelare il giacimento, gravemente minacciato poiché compreso nelle zone di completamento nel programma di fabbricazione, sollecitando ripetutamente l’intervento della Sovrintendenza e ricorrendo infine a tutti gli strumenti di cui poteva avvalersi per salvare almeno l’area archeologica dall’assalto di costruzioni che ormai la cingevano da ogni parte.
E’ una vicenda piuttosto lunga che tuttavia vale la pena di riassumere almeno per sommi capi. L’inizio risale all’ormai lontano 1965, anno della scoperta ad opera dei fratelli Antonio e Francesco Piccinno, i quali la segnalarono immediatamente alla Sovrintendenza. Da allora si sono ripetute continuamente le ricerche in superficie con la collaborazione dell’Università di Lecce, che era ed è attivamente impegnata nella zona con le numerose campagne di scavo, condotte assieme all’istituto di Antropologia e Paleontologia Umana dell’Università di Pisa, nella notissima Grotta delle Veneri di Parabita e con quelle, tuttora in corso, nella Grotta della Trinità di Ruffano. Queste esplorazioni permisero non solo di raccogliere un notevole numero di manufatti e di resti faunistici sparsi sul terreno superficiale, ma soprattutto di precisare sempre meglio l’importanza nel ,giacimento, che veniva ricordata continuamente in varie relazioni inviate alle Autorità competenti.
Dal 1975 sia l’istituto di Archeologia che l’Amministrazione Comunale di Matino, sollecitata in particolare dall’Avv. Primiceri e dal Prof. Panzeri, hanno intensificato le richieste di tutela di S. Ermete, che da quel momento pareva direttamente minacciato dalla lottizzazione abusiva.
Un notevolissimo contributo alla salvaguardia della collina di S. Ermete è stato inoltre dato dalla pubblicazione della monografia di T. Leopizzi che, nel rivisitare con commossa partecipazione le vicende e i monumenti salienti della storia di Matino, ha diffuso e comunicato la consapevolezza nel grande interesse offerto dalle numerose e preziose fonti di documentazione, non ultima fra queste la più antica, quella di S. Ermete, di cui sollecita la tutela attraverso un’ampia rassegna dei dati fino ad allora raccolti. (2).
Finalmente nel luglio nel 1979, con l’appoggio concreto dell’Amministrazione Comunale di Matino, si è deciso di eseguire un piccolo sondaggio allo scopo di accertare quale fosse la natura e la consistenza nel deposito e controllare, quindi, se l’importanza archeologica della località corrispondesse realmente ai risultati, già di per sé notevoli, raggiunti con le semplici raccolte in superficie.
La struttura generale della zona appare infatti piuttosto complessa e tormentata e potevano sorgere non pochi dubbi sulla utilità di intraprendere scavi sistematici molto impegnativi. A circa due metri al di sotto della sommità della collina si apre un grande semicerchio di roccia, che ha al centro la grotticella di S. Ermete, che deve probabilmente il nome ad una utilizzazione quale laura basiliana di cui sono rimaste scarsissime tracce, a malapena leggibili a causa nel lungo abbandono.
Appare evidente che la attuale grotticella altro non è che il residuo, il fondo, di una vecchia enorme cavità la cui volta è crollata lasciando solo la parte inferiore delle pareti, che formano appunto questo gradone di roccia che si incurva a delineare un imponente arco. Di fronte alla grotta si estendono piccoli terreni, che fino a non molti anni fa erano stati coltivati e sistemati con faticosa opera di terrazzamento, ingombri di grossi massi di calcare e di breccia.
E’ ovvio che, se anche i sondaggi non avessero dato risultati considerevoli, sarebbe stata già di per sè un’azione meritoria l’aver salvato la zona, non solo per il grande valore intrinseco delle raccolte di superficie che, continuando, avrebbero incrementato notevolmente il patrimonio archeologico salentino, ma soprattutto per il suo alto valore paesistico, marcato dagli enormi blocchi, in cui il bianco delle ossa fossili spicca sul rosso vivo della breccia. Vi si potrà forse ricostituire col tempo, a degna cornice di tanta storia, quella “macchia” tipica della serra, ora completamente degradata e circondata dalla squallida, falsa eleganza di giardini di ville e villette ricolmi di specie esotiche, spesso stentate e sgradevolmente contrastanti con l’ambiente.
Al momento di iniziare i sondaggi si temeva di incontrare ben presto i massi di crollo della volta i quali, se da una parte avrebbero forse potuto sigillare e conservare eventuali depositi sottostanti, avrebbero certo costituito un ostacolo insormontabile al proseguimento delle ricerche, per l’impegno enorme che avrebbe richiesto il lavoro di smantellamento all’inizio di un’impresa i cui esiti sarebbero rimasti a lungo incerti. Il pericolo maggiore, tuttavia, era nella possibilità che i lavori agricoli, soprattutto quelli di terrazzamento, avessero intaccato tanto profondamente il deposito da non lasciare nulla in posto, tranne i piccoli lembi di breccia lungo il gradone roccioso, visibili anche in superficie e pressoché inutilizzabili per un’indagine sistematica. In tal caso il giacimento poteva considerarsi praticamente distrutto e il suo interesse scientifico si sarebbe ulteriormente ridotto, limitandosi alla semplice presenza di oggetti di età molto diverse tra loro e privi di un’esatta collocazione stratigrafica. Per fortuna entrambi i timori si sono rivelati infondati ed i risultati di questi primi sondaggi sembrano dar piena ragione all’entusiasmo di chi, a cominciare dagli scopritori della grotta, i fratelli Piccinno, ha da sempre sostenuto il grande valore nel giacimento. In un primo saggio lungo l’estremità ovest nel semicerchio di roccia, immediatamente al di sotto dello straterello superficiale di terreno grigio-bruno sciolto sconvolto dalla coltivazione, comparve un livello di argilla rossastra compatta ricchissimo di fauna, per lo più schegge ossee, tra cui resti determinabili di Equus sp. e Bos primigenius, e contenente un discreto numero di manufatti musteriani. Non appena si è accertato che si trattava di un livello in posto, si è sospeso il saggio in attesa di poter intraprendere nei prossimi anni, con le autorizzazioni e con i mezzi necessari, lo scavo sistematico.
Un secondo sondaggio, proprio di fronte all’imboccatura della grotticella, ha rivelato una situazione più complessa, poiché una profonda incisione aveva asportato parte nel deposito e si era successivamente riempita con terreno rossastro sciolto in cui, assieme a fauna fossile e manufatti nel Paleolitico medio piuttosto abbondanti, erano contenuti materiali molto più recenti.
Anche i livelli conservati in posto, a lato dell’incisione, apparivano a tratti disturbati, nella parte superiore, da buche e tasche riempite nel solito terreno sciolto. Il deposito conservatosi intatto è formato da un terreno sabbioso piuttosto compatto e concrezionato fortemente rubefatto, a tratti violaceo, con frequenti laccature e percolazioni di manganese. Le pietre di medie dimensioni e il pietrisco non sono molto abbondanti e appaiono spesso fortemente alterati per dissoluzione chimica, tanto è vero che numerosi elementi nel pietrisco sono ridotti a ciottoli conservanti solo il guscio con all’interno un piccolo nucleo residuo di calcare. I resti faunistici e l’industria litica sono piuttosto scarsi e appaiono diluiti in tutto lo spessore nel deposito.
I dati offerti da questi primi sondaggi’, se sono già più che sufficienti a rivelare la notevole importanza e consistenza nel giacimento di S. Ermete, sono ovviamente ancora troppo esigui per consentire un’analisi dettagliata delle industrie e delle faune in rapporto alla loro giacitura stratigrafica: ciò potrà avvenire solo dopo che si saranno compiute ampie e laboriose campagne di scavo e saranno portati a termine, oltre agli studi tipologici, morfometrici e statistici dei manufatti, anche quelli paleontologici, sedimentologici e in genere naturalistici dell’intero complesso.
Dobbiamo per ora accontentarci di una prima indicazione di quelli che appaio_ no i caratteri generali dei ritrovamenti, tenendo naturalmente conto che ulteriori ricerche dovranno precisare meglio molti particolari ma, soprattutto, potranno rettificare e modificare profondamente il quadro che oggi pensiamo di intravedere.
Nella fauna i resti di grandi pachidermi, soprattutto di rinoceronte e di ippopotamo, assieme a quelli più abbondanti di bue primigenio, di equidi e di cervo, indicano l’esistenza di un paesaggio, o forse di una serie di paesaggi, completamente diversi da quello attuale.
Nell’industria litica è evidente a prima vista una netta distinzione in due gruppi chiaramente differenziati, sia per le dimensioni degli strumenti che per la materia prima impiegata. Il primo gruppo, di gran lunga più numeroso, è formato da manufatti relativamente grandi di calcare selcioso; il secondo invece è formato da strumenti di selce normalmente di dimensioni ridotte, talora molto piccoli.
L’impressione immediata, che si tratti di due industrie diverse, dovrà essere confermata da sicuri dati stratigrafici per poter essere presa in seria considerazione, nonostante possa sembrare l’ipotesi più ovvia. Essa infatti non tiene conto dell’enorme importanza assunta presso tutte le genti nel Paleolitico, soprattutto nelle regioni povere di selce, dal problema nel rifornimento di buona materia prima per la fabbricazione degli strumenti. Per rimanere nel Paleolitico medio, in cui si inserisce l’industria di S. Ermete, l’esempio più tipico di condizionamento da parte della materia prima è offerto dal Pontiniano laziale, in cui l’aspetto generale e i caratteri principali dei manufatti sono chiaramente determinati dalla necessità di impiegare piccoli ciottoli marini (3); nel Salento stesso, in un ben preciso momento di questo periodo, la penuria di buona selce, sovrabbondante solo in regioni relativamente lontane come il Gargano, ha portato all’espediente di utilizzare le valve di grosse conchiglie di Meretrix Chione, ben attestato in numerose grotte della baia di Uluzzo e di Leuca (4).
Il problema di procurarsi selce di buona qualità avrà in questa regione grande importanza per un periodo estremamente lungo: basti pensare al ripostiglio della stazione mesolitica di Torre Testa, sigillato da un nucleo con inciso un motivo scalariforme in cui, all’espressione artistica, si accoppia un indubbio valore simbolico (5), per finire con quelli molto più recenti della prima Età dei Metalli di Altamura-Monteparano, riferibili ad un momento in cui erano giunti adulti ma maturazione l’industria estrattiva della selce garganica, la sua lavorazione e il suo commercio (6).
I nuclei sono in genere piuttosto grandi, prismatici o subpiramidali, con distacco di schegge in una o due direzioni; non mancano però quelli piccoli poliedrici o subsferoidali, e compare anche qualche piccolo disco piatto con distacco di scheggioline centripete su entrambe le facce. Le schegge non ritoccate, molto numerose e in netta prevalenza, di calcare selcioso sono di norma piuttosto irregolari, spesse e corte, con piano di percussione, quando è visibile, generalmente liscio e stretto, normale alla faccia di distacco e bulbo molto marcato. Sono presenti, anche se in percentuale piuttosto bassa, le schegge di tecnica Levallois, alcune delle quali hanno piano di percussione a faccette, talora a cappello di gendarme. Le schegge di selce, più rare, sono, tranne rare eccezioni, di dimensioni molto minori. Tra i raschiatoi sono piuttosto numerosi quelli laterali, per lo più diritti, spesso su schegge di calcare grosse ed erte, con ritocco embricato o subembricato; tra questi, un tipo particolare sembra costituito dagli scheggioni con margine opposto a quello ritoccato erto e verticale rispetto alla faccia di distacco. Ovviamente nelle schegge piccole e piatte, sia di selce che di calcare, il ritocco è di tipo normale.
Sono molto ben rappresentati anche i raschiatoi trasversali, per lo più convessi, e quelli doppi o tripli latero-trasversali, quasi sempre a ritocco embricato o subembricato.
Il numero delle punte, anche se nettamente inferiore a quello dei raschiatoi appare molto consistente e tra di esse si rivela nel modo più evidente la differenziazione, sia nelle dimensioni che nella morfologia, tra strumenti di calcare o quarzite e quelli di selce.
I primi sono in genere punte molto larghe e corte, talora con piano di percussione a larghe faccette, con ritocco erto totale dei margini che in qualche caso le rende particolarmente acuminate. Le punte di selce sono invece sempre molto piccole, quasi microlitiche, in qualche caso strette e acuminate su scheggia molto carenata con ritocco marcatamente erto dei margini; altre volte invece sono su scheggioline piatte, in un esemplare con piano di percussione a faccette nel tipo a cappello di gendarme, ovviamente ottenute con ritocco minuto.
E’ stata trovata anche una limace molto piccola su scheggia di selce fortemente carenata, appuntita ad entrambe le estremità, con ritocco erto embricato totale.
Infine alcuni strumenti di definizione ancora incerta, hanno ritocco a scheggiature piatte: tra questi è notevole una grossa scheggia di calcare, rotta a punta ogivale con larghe scheggiature piatte che ricoprono una faccia.
E’ ovvio che qualsiasi tentativo di inquadramento culturale potrà avere una base sufficientemente sicura solo dopo che sia stato risolto il problema preliminare dell’omogeneità dell’industria. Per una sistemazione provvisoria non si può trascurare tuttavia il fatto che alcuni dei tratti generali si trovano in un orizzonte ben definito, quale lo strato della Grotta nel Cavallo ad Uluzzo (7). Qui infatti ritroviamo, in associazione certa, la distinzione tra grandi strumenti di calcare e manufatti piccoli o piccolissimi di selce, che a Matino sarebbe l’indizio più vistoso, anche se superficiale, di una possibile divisione interna. In entrambi i giacimenti le punte sono in numero considerevole. A S. Ermete compaiono alcune schegge con faccia inferiore diedra nel genere Quinson e la tecnica Levallois: anche se forse più diffusa che nello strato “M” di Grotta nel Cavallo, continua ad essere piuttosto rara, mentre l’aspetto predominante dell’industria è quello delle schegge carenate spesse, tozze e pesanti. Le analogie col complesso dello strato “M” di Grotta nel Cavallo, il quale si colloca in un momento iniziale della giaciazione Wurmiana, paiono trovare conferma nella presenza nella fauna di alcuni elementi quali i grandi pachidermi: in particolare il rinoceronte e l’ippopotamo. Nei sondaggi eseguiti a S. Ermete non sono stati rintracciati in posto livelli posteriori a quelli nel Paleolitico medio; tuttavia il materiale trovato in superficie ci indica che le frequentazioni della zona continuarono anche in Età successive.
Un piccolo nucleo di strumenti appartiene infatti al Paleolitico superiore; anzi alcuni tipi, soprattutto i grattatoi molto corti, carenati, parrebbero riferirsi ad un momento, finale, probabilmente della Cultura Romanelliana. Pochi altri manufatti, specie alcune lame regolari e un elemento di falcetto a forma di trapezio irregolare, attestano il sopraggiungere di genti con economia agricola nel Neolitico, mentre il frammento di un pugnale con accuratissimo ritocco piatto bifacciale, diverso da tutte le altre selci per la bella patina ambrata, deve essere fatto risalire alla prima Età dei Metalli.
Le testimonianze successive si fanno sempre più esigue, si riducono a piccoli frammenti molto sminuzzati, spesso poco definibili, sufficienti tuttavia a documentare continue visitazioni in Età Classica e Medioevale, quando la cavità venne dedicata a S. Ermete.
L’importanza dei rinvenimenti di Matino acquista un risalto ancora maggiore, se dalla ricostruzione delle vicende di una determinata località il discorso si amplia ad un territorio più vasto, anche se geograficamente ben delimitato, quale è quello delle Serre in cui il giacimento si inserisce.
In questo ambiente, sempre i fratelli Piccinno hanno scoperto, tra Collepasso e Parabita, una stazione di superficie nel Paleolitico medio, la cui esatta posizione cronologica e culturale potrà essere meglio definita proprio dai confronti con gli strati in posto, che si sono cominciati ad individuare a S. Ermete. Ma soprattutto importanti sono le grotte delle Veneri di Parabita e della Trinità di Ruffano, da oltre un decennio oggetto delle ricerche delle Università di Pisa e di Lecce.
A parte l’altissimo valore intrinseco degli oggetti, prime fra tutti le due celeberrime statuette in osso (8), è estremamente importante il fatto che le serie stratigrafiche delle due cavità sembrano integrarsi e colmare le reciproche lacune. Nella Grotta delle Veneri (9) i livelli più antichi, con scarsi manufatti ancora riferibili al Paleolitico medio, sono seguiti da piccoli lembi di deposito contenenti industrie uluzziane, che segnano l’inizio nel Paleolitico superiore e la comparsa dell’Homo Sapiens. Ben più consistenti sono gli strati, nella parte interna della grotta, con bellissimi strumenti dell’Epigravettiano antico ed abbondante fauna, tra cui sono prevalenti i resti di iena; in questo orizzonte è stata trovata anche una importantissima sepoltura bisoma con due scheletri di Cro-Magnon. Chiude la serie nel Paleolitico superiore il livello Romanelliano, che ha restituito centinaia di opere d’arte (pietre spezzate intenzionalmente e schegge ossee), che costituiscono un complesso straordinario, non solo per la quantità di reperti, ma soprattutto per l’assoluta omogeneità di stile nei motivi che vi sono incisi. I periodi successivi, dal Neolitico in poi, sono rappresentati da ingente quantità di materiali che purtroppo sono contenuti in un deposito totalmente sconvolto, cosicché oggetti di Età molto lontane appaiono completamente frammischiati.
La Grotta della Trinità (10) è invece l’unica, finora, nel Salento in cui compaiono nettamente distinti in un’ampia serie stratigrafica diversi livelli nel Neolitico ed uno nel primo Eneolitico che, con le loro abbondantissime ceramiche -spesso interamente ricostruibili – e l’industria litica ricca di punte di freccia e di pugnali dalla lavorazione accuratissima, permettono un’esatta sistemazione e definizione culturale dei materiali sconvolti della Grotta delle Veneri. A ciò si deve aggiungere la presenza di notevoli materiali di Età storica e la speranza che il proseguire degli scavi fino ai livelli pleistocenici metta in luce aspetti nel Paleolitico che non compaiono nella stratigrafia di Grotta delle Veneri: o, almeno arricchisca ulteriormente la conoscenza di quelli che vi furono trovati.
Il combinarsi di tutti questi dati permette quindi di inquadrare con una certa precisione molti nel materiali raccolti in superficie a Matino.
Ma l’importanza di S. Ermete sta soprattutto nei livelli che i sondaggi hanno isolato in posto e che si saldano chiaramente al limite inferiore della sequenza stabilita finora prolungandola molto indietro nel tempo. Si viene quindi a delineare un arco cronologico molto ampio, che da circa settantamila anni fa giunge quasi fino ai nostri giorni, in cui la storia dei territorio può essere ricostruita almeno nei suoi tratti essenziali. Esistono ancora lacune notevolmente ampie, ma è confortante vedere che, ad ogni campagna di scavo o anche solo di ricerca sul terreno, anelli sempre più numerosi di questa lunga catena di vicende si saldano fra loro e gli eventi noti si inseriscono in una trama meno discontinua, le cui maglie si fanno gradualmente più

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>