cave Mater Gratiae o Madre Grazia

lunedì, 05 settembre 2011

Cave Ipogee. Le cave Mater Gratiae di Gallipoli.

articolo completo su: http://massimonegro.splinder.com/post/25514891/cave-ipogee-le-cave-mater-gratiae-di-gallipoli

Lo stesso giorno, una volta uscito dalle cave ipogee che costeggiano la ferrovia, mi sono rimesso in macchina e mi sono diretto verso Alezio, lasciandomi alla spalle Gallipoli.
Superato l’Ospedale si giunge alla zona denominata “Mater Gatiae”. Siamo nel regno delle cave di carparo, una delle tipologie di calcarenite estratte dal sottosuolo salentino. Una pietra dura, più difficile da lavorare rispetto alla più antica pietra leccese, ma di straordinaria bellezza soprattutto decorativa.

Domina la zona l’antica chiesa della Madonna delle Grazie dove ogni anni i cavatori si ritrovano in occasione dei festeggiamenti della Vergine per la loro festa e per rendere grazie per un altro anno trascorso. Anche se non è più come un tempo.

Era un sabato e pensavo di trovare le cave chiuse. Fortunatamente una cancellata era aperta e così con la macchina sono sceso giù lungo la rampa e mi sono ritrovato in un largo spiazzo. Non sapevo che cosa avrei trovato. La zona è ormai da tempo coltivata a cielo aperto e delle cave di un tempo non sapevo  cosa ne restava. Lungo alcune pareti erano evidenti i segni antichi lasciati a mano dei cavatori e poco lontano quelli che sembravano accessi a cavità sotterranee. Forse sarei stato fortunato.
E in effetti, come si suol dire, mi è andata bene.

Le cave in questa zona hanno forma e tipologia diversa da quelle esplorate nei pressi della ferrovia e ormai inglobate nel centro abitato. Il banco roccioso è affiorante e i cavatori (zzuccaturi) nel passato hanno provveduto all’estrazione dei mattoni (piezzi) mediante la creazione di pozzi di scavo che via via venivano allargati sino a dare allo scavo una forma a imbuto rovesciato (come si può notare dalla prima foto in cui sono evidenti i contorni di due antiche cave ormai scomparse). I motivi di questa tipologia di scavo si possono ricercare nella durezza dello strato affiorante di roccia.
Per cui i cavatori scavavano sino a che non incontravano lo strato di roccia meno dura e più lavorabile e, solo allora provvedevano ad allargare lo scavo dandogli quella particolare forma ad imbuto.

Fatto lo scavo non procedevano all’estrazione del materiale mediante la creazione di gallerie nel sottosuolo. Si passava a creare il successivo “imbuto” di scavo.  I segni sulle pareti sono quelli lasciati dal piccone (“zoccu”). Dalla forza delle braccia e dal sudore di chi per decenni si è alternato per modellare il materiale estratto. Il materiale veniva portato in superficie mediante l’uso di argani, mentre la discesa e la risalita delle persone era assicurata mediante il modellamento di pilastri ad hoc in cui venivano intagliati degli appigli per le mani e i piedi (“taccature”).

Il proprietario con grande disponibilità mi ha fatto vedere come avveniva la risalita e la discesa dei cavatori. In pochi secondi è salito sin quasi alla bocca del pozzo, per poi ridiscendere altrettanto velocemente. (…………..)

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