Santa Cesarea Terme

PETRA TU CAULU

LE MONTAGNE DELL’ALBANIA VISTE DA S.CESAREA TERME

SANTA CESAREA TERME

Piccolo centro che si leva su un’amplissima scogliera a strapiombo sul mare. L’abitato è ricco di ville costruite dai nobili della zona nel secolo scorso e anche palazzine a schiera pronte ad accogliere i suoi visitatori. Una lieve collina verdeggiante dove crescono gli uliveti e le vigne. L’eleganza delle sue strade che costeggiano le abitazioni e tracciano il percorso di questi posti incontaminati da renderlo un paesaggio di altri tempi. Ma la cosa che rende Santa Cesarea unica al mondo è la presenza di sorgenti d’acqua sulfurea che, con gli stabilimenti termali, sono meta di tanti turisti.

Nelle giornate di grande luminosità, si possono ammirare all’orizzonte i monti della lontana Albania. Il mare è limpido, ricco di scogliere e di grotte.

L’acqua delle terme è sulfureo-salso-bromo-iodica che acquista particolare consistenza in quattro grotte comunicanti con il mare.

I nomi delle grotte sono: Gattulla, Fetida, Solfurea e Solfatara. Quando l’ acqua arriva agli stabilimenti viene sottoposta a un processo di eutermalizzazione, che la porta dai 30 C° originari ai 36-37 C° necessari per il suo utilizzo terapeutico. Questa acqua non può essere bevuta essendo  ricca di sali. Bagni e fanghi risultano molto efficaci nella cura delle malattie artroreumatiche come l’ osteoartrosi. I soli bagni sono indicati in alcune malattie dermatologiche come le dermatosi, l’acne, gli eczemi e la psoriasi. Le inalazioni con l’acqua di Santa Cesarea sono indicate per la cura di tracheiti, sinusiti, bronchiti, faringiti, laringiti, tonsilliti. Le insufflazioni endotimpaniche curano il deficit uditivo conseguente a deposito di catarro nelle tube, le irrigazioni nasali combattono invece la sinusite purulenta e la rinite crostosa. Bagni e lavande vaginali trovano indicazione in ginecologia nelle flogosi pelviche, nelle vaginiti e nelle leucorree.Le terme sono aperte da maggio a novembre. (1)

———————————– leggende

Secondo la tradizione popolare nel XV secolo, prese il nome di Santa Cibaria da una vergine giovane, forse originaria di Otranto, che per sfuggire alle insidie del padre brutale e violento, si rifugiò in una grotta del centro abitato.

Qui il padre precipitò, avvolto in una nube densa e nera e la fanciulla si salvò. Da allora una sorgente di acqua sulfurea sgorga dalla terra, proprio dal punto dove si compì la tragedia.

Si narra che Ercole, su consiglio di Pallade, accorse in aiuto di Giove e dei suoi numi, sfidati dai Giganti Lestrigoni o Titani o Leuterni, invincibili perché temprati nel ferro e nel fuoco. Ercole dopo aver compiuto i rituali sacrifici propiziatori sul colle Saturnio a Roma, si recò sui Campi Flegrei, dove avvenne lo scontro titanico e la maggior parte dei Giganti vennero uccisi. Ercole inseguì i fuggitivi superstiti fin lungo la costa della Japigia, impervia e impraticabile perché formata da rocce, caverne, antri e orridi. Qui li raggiunse e li trucidò. Gli immensi corpi dei mostri si dissolsero e la putredine che ne scaturì penetrò nel suolo rendendo sulfuree le acque sotterranee che affioravano nelle sorgenti.

Sulla leggenda pagana, tramontata col tramontare del paganesimo, si è innestata quella cristiana, che ha in comune con quella il ricorso a fattori soprannaturali per spiegare il fenomeno naturale e l’invenzione che lo zolfo disciolto nella sorgente provenga dalla putredine del corpo di un cattivo. Se ne discosta nel sostituire all’empietà dei mitologici Giganti quella di un uomo: il pagano, o il libidinoso padre della religiosa vergine Cesaria, o un pirata saraceno. E più ancora la leggenda cristiana si allontana da quella pagana nell’introduzione del personaggio di Cesaria e della sua miracolosa sorte di essere salvata e santificata dall’intervento divino, in seguito al quale ella prende dimora nella grotta presso la sorgente.

Le tre varianti della leggenda cristiana

Esistono di quest’ultima tre varianti. La più divulgata indica nel padre incestuoso il persecutore della giovane. In un’altra il padre, pagano, insegue Cesaria per punirla di essersi innamorata di un giovane cristiano e di essersi convertita ella stessa. Nella terza, la figura del malvagio è identificata in un pirata saraceno.

Nella prima e nell’ultima versione l’avvenimento è ambientato in età notevolmente più recente della seconda. Questa, infatti, rimanda ad un periodo compreso tra il III e il IV secolo, quando si compì il passaggio dal Paganesimo al Cristianesimo. Le altre due rievocano immagini di feudalesimo e scorrerie piratesche turco-saracene, cioè ad una età non antecedente al X secolo.

La leggenda, così come fu raccontata da Oronzo Lala e poi ripresa dal Bollandista nella sua Vita di Santa Cesaria Vergine ricavata dai Bullandisti, narra di Luigi e Lucrezia, ricchi e potenti signori, che non hanno però figli, pur desiderandone. Avendo Lucrezia pregato ardentemente la Vergine Maria, l’eremita Giuseppe Benigno le profetizza la nascita di una figlia, che ella consacra alla Madonna. La bambina, cui viene imposto il nome di Cesaria, viene affidata ad una balia, di nome Caterina Felice, donna molto religiosa, che influisce sull’avvio di Cesaria alla fede e alla pietà. E’ così che la giovinetta si consacra segretamente a Dio. Esortata dalla madre che, in punto di morte, la invita a seguire la virtù, ad onorare la Madonna e a digiunare tutti i sabati, la giovane tiene fede al suo voto. Passano così due anni. La tragedia scoppia quando Luigi, sentendo il bisogno sempre più pressante di una nuova compagna, chiede a Cesaria di prendere il posto di Lucrezia, sposandolo in segreto. La giovane finge di piegarsi e chiede di allontanarsi “quanto tempo è necessario perché possa lavarsi i piedi”. Poi, per ingannare il genitore, prende due colombe, le lega per le ali e le posa in un catino, in modo che il batter d’ali faccia pensare che si stia lavando, e fugge. Il padre, appreso l’inganno, la cerca e la raggiunge presso la scogliera del promontorio di Castro. Minacciata, Cesaria invoca l’aiuto di Dio, il quale le invia in soccorso l’angelo custode che le indica l’apertura di una rupe e la esorta a salvarsi. Così la giovane prende dimora nella grotta, mentre il padre incestuoso si ritrova avvolto in una densa e nera nuvola, e precipita dall’alta scogliera nel mare e nell’inferno.

Esiste anche una versione popolare della leggenda, fissata, agli inizi del Novecento, da Trifone Nutricati, poeta e pubblicista leccese. Questa versione popolare in dialetto ambientava l’evento nei primi secoli del Cristianesimo. Secondo Nutricati, Cesarea era “una bella fanciulla della quale si innamora il suo stesso padre, il quale la perseguita con la scusa di non volerla dare al Cristianesimo nascente”. Ma la giovane è convertita da un soldato romano, suo amante. Un giorno il perfido genitore, “sempre più invasato dall’infame demone della passione dei sensi”, insegue la vergine fuggente fino alla grotta dove ella invoca l’aiuto di Dio. E’ così che la montagna di apre per accogliere la santa, mentre gli stivali del padre, come la fanciulla aveva desiderato, diventavano di zolfo.

Vale la pena ricordare che, accanto al popolare e al devozionale, esiste un terzo filone nella trasmissione della leggenda, quello letterario. Secondo il filone colto, Cesarea nacque da una nobile e ricca famiglia, là dove sorgeva l’antica Francavilla. La giovane conosce presto il dolore e il lutto: la madre, infatti, muore quando Cesarea ha quindici anni. Nel suo severo e triste palazzo la vergine cresce confortata solo dall’affetto del padre e delle sue ancelle, ricamando e filando all’ombra dei porticati. Un giorno, alla giovane appare un angelo, il quale le predice che un pericolo imminente la minaccia e le consiglia di fuggire. Cesarea, alle parole dell’angelo, rimane perplessa e cerca consiglio e protezione presso il padre. Dal comportamento del malvagio genitore, “ebbro e folle di libidine”, elle comprende quale sia il pericolo e, per sfuggirvi, trova una scusa e chiede di fare il bagno. Così prende due colombe, le lega per le ali e le posa sulle acque della vasca. Ingannando le ancelle col batter d’ali, Cesarea fugge attraverso una porta segreta, scalza, e corre, senza saperlo, verso la costa. Quando, inseguita dal padre, si trova semi circondata dal mare, prega il suo buon Dio di salvarla da quel pericolo. Come per incanto, il masso che Cesarea aveva invocato si aprisse e la ingoiasse (“Aprite, pentuma e gnuttite Cisaria!”), si schiude facendola scomparire. Il genitore, perplesso e trasecolato per la misteriosa sparizione della figlia, cerca invano, sulla costa, maledicendo e bestemmiando “Colui che aveva protetto Cesarea”. Persa infine ogni speranza di ritrovarla, tormentato dalla passione e fors’anche dal rimorso, si precipita nel mare che, al suo contatto, diviene fetido e impuro. In quel punto sorgono oggi le grotte “Solfurea”, detta Grande di Santa Cesarea e la piccola dalle acque ferraginose calde della “Gattulla”.

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