le Secche di Ugento

SECCHE DI UGENTO


Le secche di Ugento

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Pubblicato da Redazione il 8-set-2011
Categorie: Leggende, Ugento 0 Commenti

Le secche di Ugento nel corso dei secoli si sono rese protagoniste di numerosi naufragi, alcuni molto noti, altri passati inosservati… Tra i più blasonati possiamo sicuramente citare la rovinosa avventura di Pirro, re dell’Epiro, che si recò in Puglia per portare il proprio aiuto a Taranto nella sua battaglia contro Roma. Oppure ancora il mercantile Liesen, che giace a pochi metri di profondità da diverse decadi ormai e divenuto di fatto un attrazione per molti sommozzatori.

Le secche si estendono fino a 3-4 chilometri dalla costa che congiunge Torre Pali con Torre Mozza e sono costellate da numerosi scogli chiamati chiriche, ossia chierica”, in quanto ricoperti da alghe solo sui bordi mentre la parte centrale ne è priva.

continua… tratto da:http://www.salogentis.it/2011/09/08/le-secche-di-ugento/

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Il recente recupero di due cannoni  probabilmente del ‘500 (Quotidiano di  Lecce, 30 luglio u.s.) e le riflessioni di Cristian  Rovito (Progetto Salente, anno II, n. 3) sul  fragile e delicato ecosistema delle Secche  di Ugento, messo a dura prova dalle  “bombardate settembrine” di incalliti e  spregevoli bombaroli “che lo sfruttano senza  criterio”, fanno pensare che soltanto  l’istituzione di una riserva marina potrebbe  salvare l’incomparabile bellezza degli  straordinari complessi faunistici e floristici  di quel pianoro sommerso, che, “per la sua  insolita essema paesaggistico-marinara”  viene anche denominato il “grotto fiorito”.  Sono convinto che il Comune di Ugento  vorrà accogliere questa nostra sollecitazione,  finalizzata alla realizzazione di un parco  marino protetto che rappresenterebbe un  considerevole valore aggiunto per la Città –  da sempre a me assai cara – le sue marine  e tutto il Salente.    Che le “condizioni meteo marine non ne  fanno un posto di tutto riposo” lo sanno bene  i pescatori di professione, i comandanti dei  moderni mercantili, che attraccano anche  nei porti di Gallipoli e Tarante, tutti coloro  che hanno qualche dimestichezza con le  carte nautiche.    Tutti sanno quanto sia pericolosa la  navigazione lungo le secche di Ugento e  lo sapevano molto bene anche le ciurme dei  velieri che nei secoli passati praticarono il  commercio via mare: da Marsiglia e Genova  a Malta e Gallipoli, da Napoli, Lipari, Messina,  Crotone a Bari e Venezia, fino a toccare tutti  i porti e le più importanti rade costiere del  Mediterraneo.    Queste considerazioni mi inducono a  proporre una lettura di prima mano di alcuni  manoscritti conservati nell’AS LE, credo  ancora inediti, che attestano e descrivono  fin nei particolari la fine miserevole di tanti  bastimenti che andarono a frantumarsi sulle  secche di Ugento.    Per questa circostanza ne scelgo due. Il  primo, del 1714, è interessante per diversi    motivi: indica le rotte più trafficate per il  commercio nel Regno di Napoli, da un ampio  inventario delle merci trasportate e delle  artiglierie in dotazione ai velieri di grossa  stazza dell’epoca, è ricco di tanta parte dello  storico vocabolario marinaresco,  ampiamente utilizzato fino ai primi decenni  del XIX secolo.    Il vascello di cui si parla in questo primo  documento naufragò a causa di proibitive  condizioni atmosferiche, che ampliarono  oltre ogni dire l’agitazione di un improvviso  fortunale marino.    Riporto in corsivo, ed in transunto, i passi  tratti dal documento, che registra le  testimonianze dirette rese dai soprawissuti  al Sig. Domenico Gaballo della Città di  Ugento, Viceammiraglio della Comarca di  Gallipoli. Il Viceammiraglio Gaballo, nel suo  resoconto sul naufragio, attesta «qualmente  nella manna di Ugento detta la Torre Mozza,  Diocesi di Ugento, Provincia d’Otranto,  Regno di Napoli si naufragò verso la mezza  notte giorno di lunedì primo di ottobre del  corrente anno 1714 una Tartana maltese  nominata Rincolla “Giesù Maria e S.  Giuseppe”, comandata dal padrone e  capitano Pietro Coveth di Malta e noleggiata  dall’armatore Francesco Attardo di Gallipoli».  Quella Tartana «andava carica di diverse  mercanzie, come di due cento e sette cantare  e ottentotto rotola di bariglia di Spagna;    trentadue barn di tarantelle, più trenta cantara  di formaggio salato e cento cantara di soda  che carneo nel scavo [miniera] degli  Scuglietti. Nel porto di Lipari carneo tré cento  sessanta barili di passe, trentaquatìro barilotti  anche di passe e quindici cantara di pietre  pumici. Nel porto di Messina detto capitan  Coveth fece rimessa per Malta per conto di  detto armatore Attardo di Gallipoli di settanta  cinque barili di passe sopra il brigantino di  padron Lorenzo Cordelli suo paesano e  caricò in detto porto di Messina quaranta  salme e quattro tumula di nocelle alla misura  messinese, sei cantara e trenta quattro rotola  di colla camaccia, due cantara e cinquant’otto  rotola di amendole amare. Nel porto di  Cutroni [Crotone] carneo detto capitan Pietro  tumula dodeci di fave e cento trenta pezze  di formaggio». La Rincolla trasportava anche  sacchi di bambace, sacchi di semi di lino e  altre minuterie.  Tutte quelle mercanzie «erano portate a  vendere a’mercadanti della Città di Venezia  secondo appare nelle polize di carico esibite  da detto padron Pietro Coveth». Ma la  Tartana con tutto il carico descritto, appena  fece rotta «per lo capo di S. Maria di Leuca,  come fu nel mezzo del Golfo di Tarante, a  Punta Bianco, per una tempesta e fortuna  di mare cagionata da mezzo giorno Scirocco  fumo necessitati, mentre era di notte tempo,  et all’oscuro, di volger bordo, costeggiando  detta nave verso terra con due altre tartane,  una napoletana e l’altra terminese, che  procedevano di conserva. In questo mentre  si viddero approdati nelle Secche d’Ugento  et in dette secche s’aprì la nave suddetta e  gettarono a mare diverse robbe mercantili.  E prima il comandante fece gettare un’ancora  per poppa e poi buttò tutti i barili di tarantelle,  gran quantità di sacchi di soda, fave, sacchi  di colla, intrita d’amendole amare, quale  robba fu gettata da dentro la stiva. Con tutto  ciò la suddetta tartana sì per la tempesta  che continuava, sì anche perché s’haveva  aperta e sfracassata, e così facendo non  possettero in conto alcuno salvarla, che  subito s’empì d’acqua e nell’istesso tempo,  persa ogni speranza, si posero sopra il  Caicchio e verso un’hora avanti giorno, il  padrone, officiali e marinai al numero di  tredici approdarono con l’invocazione dei  loro devoti Santi a terra nella Torre Mozza  come appare dall’informativo di detto  naufragio preso da esso Sig.  Viceammiraglio».    1 sopravvissuti dichiararono ed attestarono  «che da detta nave naufragata essersi  recuperate le seguenti robbe: Intrita di  amendole amare sacchi cinque, otto sacchi  di colla, un sacco di bambace, tré sacchi di  semenza di lino, venti otto barili di passe  asciutte, formaggio salato della Sicilia pezze  tré intere, barili tré di tarantelle bagnati e  ricuperati da dentro il mare, trenta quattro  barili di passe bagnate e guaste per l’acqua,  nocelle bagnate e guaste per l’acqua tumula  settanta in circa».    Del bastimento naufragato recuperarono gli  alberi, il sartiame, le vele, quattro ancore, il  timone, oltre a «tutti l’armeggi] quali: petriere  sei, scoppette sei, mascoli diece».  Tutte le armature e le strutture della nave  furono trasportate nella città di Gallipoli «e  lasciate in potere del Sig. Pietro Margiotta,  console di Malta», mentre i pochi ducati  ricavati dalla vendita delle mercanzie salvate  non bastarono a compensare neppure le  spese sopportate per il recupero e il trasporto  del materiale inventariato nella città di  Gallipoli.    Però non furono soltanto le condizioni  meteoriche e le tempeste del mare a segnare  il rovinoso destino di tanti legni mercantili  perché anche / pirati saraceni, o turcheschi,  rappresentarono fino a tutto il 1700 l’altra  causa dei naufragi sulle medesime secche.  La loro tecnica di inseguimento e attacco  era semplice ma molto efficace. Nascosti  dietro il Capo di S. Maria di Leuca, sui primi  tratti di costa dell’Adriatico o dello Ionio,  secondo le due rotte opposte di sud-est  verso Bari e Venezia o di sud-ovest verso  la Sicilia, con le loro imbarcazioni molto più  leggere e veloci dei bastimenti delle regolari  flottiglie che incrociavano nel Mediterraneo  apparivano improvvisamente nel Golfo di  Tarante al passaggio di malcapitati vascelli  carichi di merci e di uomini e li costringevano,  incalzandoli da destra e da sinistra, a puntare  diritti sul pianoro delle secche ugentine. Qui,  all’ordine di Arrembai urlato con  concitazione dai loro capi, potevano  facilmente effettuare l’arrembaggio e  compiere i loro atti di pirateria, che, oltre alle  merci, potevano comportare anche la cattura  e la riduzione in schiavitù di qualche marinaio.  Il naufragio registrato nel  secondo documento che ora  vi       presento avvenne con le  modalità sopra descritte.  Questi i passaggi più  significativi.          Rossano, tutti della città di Vico Equense,  alla presenza del notaio e dei pubblici ufficiali  di sanità della Città di Ugento, attestarono  che dopo essere partiti il 18 aprile «con detta  loro tartana dal Porto della Città di  Manfredonia già fatto il carico di rumo/a  cinquemila di orzo per condurlo nella città  di Napoli in conto delti viveri delle Reali  truppe di Sua Maestà» erano giunti, il 19  aprile, «nel Porto di Badisco per avere avuto  contrario vento, e la sera de’ ventiquattro  con prospero vento seguitarono il navigare.  Mercoledì ventisei di aprile 1752, al far del  giorno, sopra il Capo di S. Maria di Leuche  comparvero cinque bastimenti turcheschi,  cioè tré Sambecchi e due Pinchi, quali  avendo vista la tartana d’essi costituiti  incominciarono a darli caccia. Essi costituiti  si diedero in fuga navigando per mare con  rotta Gallipoli per poter scappare e liberare  la suddetta tartana. Dal far del giorno insino  ad ore tredici furono inseguiti da detti  bastimenti turcheschi, dai quali spiccarono  quattro lanze piene di molti Turchi due per  terra e due per bordo e non potendone li  suddetti più fugire per mare e per non andar  schiavi tutti quanti si obbligarono di darsi  sopra delti Secchi di Ugento, ed altro non si  possette fare se non di salvar la vita con la  scialuppa di detta tartana lasciando sopra  della medesima tutta la mercanzia del modo  e maniera che si trovava carica. Subito  furono sopra detta tartana le quattro lanze  di detti corsari, che montarono a bordo, quali  con molta fatiga fecero le diligenze se la  potevano assarpare, e vedendone esser  impossibile poterla assarpare incominciarono  a sguernirla e saccheggiarla. Con dette  Lanze trasportarono tutto, fino alle vele».  Per l’intera giornata continuò il saccheggio.  Tutto venne osservato dall’alto della Torre  del faro di San Giovanni dal sindaco, dai  deputati della Salute e da altre autorità di  Ugento. Infine, «essendo stata sguarnita e  saccheggiata detta tartana li bastimenti  nemici presero altra via». A quel punto il  comandante «cercò licenza ai deputati della  Salute di detta Ugento per andare in bordo  per vedere se poteva assarpare e salvare  detta tartana».  Ma non gli fu permesso perché su quella  nave avevano trafficato i turchi, che erano  considerati portatori della temutissima peste  ottomana. Peraltro, c’erano già stati alcuni  casi accertati a Fedine e nella stessa  Ugento. Ma, nonostante la paura della peste,  numerosi pescatori, eludendo ogni controllo  e con lo scopo di asportare tutto ciò che i  pirati avevano trascurato e che a loro poteva  tornare utile, si recavano di notte sulle secche  con le loro lampare, dove II veliero rimase  incagliato per diversi giorni prima di  inabissarsi.  Come ognuno vede, anche il mare Ionio  ebbe, nei Cavalli di Ugento, le sue Martinica  e Tortuga, le isole delle Antille ad ovest del  mare dei Caraibi famose per il brigantaggio  marittimo nell’America Latina.  Anche per questi motivi, un patrimonio  marino tanto prezioso e ricco di storia deve  essere salvaguardato, protetto e tenuto in  tutta la considerazione che merita.

articolo di Ennio Ciriolo pubblicato su ProgettoSalento nr.10

vedi anche http://www.apneateam.info/Archivio/Itineraridipesca/ITALIA/LesecchediUgento/tabid/483/Default.aspx

Ci sono dei posti in Italia che riecheggiano nei racconti dei pionieri della pesca subacquea come fossero dei veri e propri santuari, dei luoghi sacri in cui si sono perpetrati i sacri riti della predazione, cui tutti noi siamo votati nell’anima; uno di questi posti mitici sono le Secche di Ugento.
Situate molto al largo, cominciano in corrispondenza di Torre Suda per estendersi sino a Torre Vado, ma il cappello principale (anche se è improprio parlare di cappello, visto che si tratta di un vasto altopiano sommerso dai profili molto dolci) è situato circa 3 miglia a sud-ovest di Torre San Giovanni: qui la profondità raggiunge il minimo di 6 metri ed il posto è segnalato da una meda che mette in guardia le navi dal pescaggio elevato.
Ancora vivi nella mia mente sono i racconti dei pescatori locali (bombolari impuniti) che parlano di “occhi bovini” che scrutavano dal fondo la lenta discesa dell’uomo vestito di nero che emetteva quella strana colonna di bollicine, ignari del pericolo cui andavano incontro; non era raro incontrare tane stracolme di pesce bianco accompagnato sempre da una, due, tre o più cernioni che pigramente gironzolavano davanti all’imboccatura e assumevano la tipica posizione in candela.
Inutile dire che il tempo passa, l’uomo evolve le sue possibilità tecniche e, complice lo scarso buon senso che anima molte delle persone che vanno per mare, la situazione è andata via via modificandosi, in peggio, ovviamente. Gli ormai famosi carnieri composti da 25-30 cernie di peso superiore ai 10 kg hanno contribuito al depauperamento ittico della zona, e le famose “bombardate” settembrine hanno spopolato il bassofondo di questi magnifici posti.
Tuttavia, grazie ad una particolare conformazione del fondale, questo luogo è rimasto uno dei pochi in cui è ancora possibile assistere a spettacoli di altri tempi, dove ogni tanto le cernie risalgono dagli abissi per cacciare in zone più ricche di luce e quindi di organismi animali, dove periodicamente le orate banchettano nel sottocosta ancora raggruppate in branchi composti da decine di individui, anche di dimensioni notevoli, dove i pelagici sono di casa e, in alcuni momenti particolari, si concedono agli occhi dei subacquei in tutta la loro maestosità.
Le secche sono praticamente un esteso pianoro che di tanto in tanto offre qualche spaccatura degna di interesse: il bassofondo, in verità, a parte le brevi frequentazioni di qualche pelagico, non è molto ricco di vita; dei siti un po’ più interessanti si trovano a partire dai 14-15 metri fino ai 20-22. Si tratta delle classiche dorsaline di grotto alte 1-1,5 metri completamente traforate. Al loro interno trovano rifugio diversi saraghi, qualche corvina e molti tordi neri di dimensioni interessanti: in realtà al cospetto di questi pesci è meglio non sparare, in quanto spesso fanno da sentinella a qualche tana interessante ed abitata da più pregiati coinquilini. Conviene comunque sempre tentare la carta dell’aspetto per individuare i punti più interessanti, in quanto il pesce che abita questi fondali è molto mobile, e potrebbe trovarsi in un luogo anziché in un altro seguendo regole che, nonostante tutti gli sforzi fatti dai frequentatori di queste zone, sono ancora estranee a qualsiasi spiegazione razionale. La fortuna però potrebbe assisterci facendoci trovare qualcuna di quelle lastre isolate (le cosiddette “tane madri”), che costituiscono il polmone di ripopolamento di un’intera zona di caccia: in questi casi è meglio non lasciarsi prendere dalla foga e prelevare pochi pezzi, lasciando la possibilità a questo “polmone” di fare il suo dovere e conservandoci una sorta di “riserva personale di caccia” che ci garantirà nel tempo delle catture sicure.
Occhi ovviamente sempre aperti, in quanto, seppure siamo ancora sul bordo “costiero” delle secche, da un momento all’altro potremmo trovarci al cospetto con il grande pelagico: ricordo ancora quel giorno di luglio di tre anni fa quando, risalito in superficie con un sarago nella mano destra e l’asta nella sinistra (avevo estratto ed ucciso il pesce in risalita), fui circondato da una ventina di lecce stimate circa 20 kg l’una!!! Inutile dire che il tempo per ricaricare il fucile è stato troppo lungo per pretendere che i pescioni continuassero a girarmi intorno, come hanno fatto per una ventina di secondi (che a me sono sembrati una ventina di minuti): le deflagrazioni prodotte dalle loro code sono state udite anche dal mio compagno di pesca Massimo che pescava a una cinquantina di metri di distanza!
Il grande pianoro che si estende poco al largo della meda di segnalazione è composto dal solito grotto, a tratti alto e traforato, a tratti basso e con poche fessure, ad una profondità variabile dai 23 ai 28-30 metri: il fondale si fa ora più impegnativo, vista anche la frequente presenza di corrente, che a volte rende questo posto impraticabile: futile ogni tentativo di contrastare il flusso quando è nel pieno del vigore, a meno di pescare in corrente con un barcaiolo che ci assiste.
Comunque in condizioni normali, possiamo aspettarci veramente di tutto: anche la fessura più insignificante può ospitare dei pesci, in particolar modo dotti (Epinephelus Alexandrinus) che si “ammassano” negli spacchi del fondale. Non è raro infatti catturare anche più di un pesce nella stessa piccola e a prima vista insignificante fessura. Molti saraghi frequentano la zona in questione, ma spesso la profondità alla quale stiamo operando non giustifica un colpo ad uno sparide, anche perché spesso i branchi di questi pesci fungono da sentinelle alla regina di questi fondali, la Cernia (Epinephelus Guaza), che a volte risale dalle vicine profondità e soggiorna nel grotto “fiorito”, caratteristico della zona. Infatti, la particolare limpidezza dell’acqua (è spesso visibile il fondo anche a 25 metri di profondità), unita alla corrente sempre presente, favorisce una strana “brillantezza” e vitalità del grotto, tanto da fargli meritare l’aggettivo “fiorito”, appunto.
Ovvio che anche qui l’incontro della vita è possibile da un momento all’altro, quindi è sempre consigliato avere il mulinello sulla propria arma. Grosse ricciole (Seriola Dumerili) amano passeggiare nei paraggi, e i tonni (Thunnus Thynnus) non disdegnano delle puntatine a quote più modeste delle loro abituali.
Infine c’è il ciglio esterno, che fa eccezione in quanto a morfologia del fondale: la profondità è da campioni, spesso proibitiva per i più, ma è veramente spettacolare: la profondità “cade” dai 28-30 fino a quasi 50 metri, a gradoni alti e che fanno da orlo a tanoni e caverne abitate da grosse cernie brune (purtroppo imprendibili, visto che il posto è battutissimo dai pescatori di frodo con le bombole); corvine colossali “volano” lontane dal fondo per poi guadagnare lentamente i loro rifugi al minimo cenno di pericolo; pelagici di ogni genere transitano in corrispondenza di questo “ciglio”, dalle palamite, alle ricciole, ai tonni. Insomma, un posto veramente magico, anche se ormai stremato dalle frotte di bombolari che da sempre lo sfruttano senza criterio.
Per fortuna le condizioni meteomarine non ne fanno un posto di tutto riposo, e può ancora regalare, a chi sa sfidarlo (sempre con il giusto timore), soddisfazioni immense e sensazioni uniche.
Piero Erario

 

 

articolo redatto da  Piero Erario

tratto da   www.pugliapnea.com

 

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