Romanelli

Castro (Lecce); N° catasto: Pu 106
Rif. Cartografico I.G.M.: F. 214, II SE
40°00’58” N, 18°26’01” E (da Greenwich)

Latitudine 40 01 01,9 N
Longitudine 18 26 02,9 E

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Si parte da Castro Marina per Santa Cesarea Terme lasciandosi alle spalle l’incrocio di accesso alla Zinzulusa. Appena finisce il breve tratto tortuoso pieno, alla vostra destra, di vegetazione e muretti di villette isolate e la vista si apre nuovamente sul mare, fermatevi su un piccolo piazzale a lato strada. Aiutatevi col il waypoint sulla strada pubblicato a lato. Si fa un piccolo percorso si andata e ritorno per portarsi a quota della volta della grotta (riconoscibile in quanto è il punto più arretrtato dell’insenatura e per il suo aspetto liscio e bancastro). Da questo punto serve aiutarsi con una piccola corda per calarsi, in sicurezza, per circa sei-sette metri aggrappati a delle brecce ossifere di inquietante stabilità. E’ questo il punto in cui un anziano studioso andrebbe aiutato. Siete ormai davanti all’imboccatura su ampio e comodo piano. L’ingresso della grotta, ampissimo, è chiuso da una solida cancellata. Quello che c’è da vedere lo potete vedere da fuori: la grotta, che sembra infilarsi in un piccolo cunicolo, in realtà termina dopo pochi metri. Si possono vedere da fuori i depositi di terra rossa portati dal vento all’interno della grotta, in parte scavati ed analizzati. Nel centro si vedono i più antichi piani di frequentazione sulla roccia calcarea (Marmitte). Nei depositi di terra rossa si intravedono, specie sulle sezioni di sinistra, una infinità di ossa di vari animali. Lo spettacolo comunque è sulla volta, tutta incisa con segni e disegni. E’ bene portarsi un telobiettivo, un binocolo e fare la visità con la luce del mattino che riesce a infilarsi nella grotta e radere le pareti.

Da mare si vede bene l’insenatura e parte dell’imboccatura della grotta. Si può tentare, nei giorni di mare calmo di sbarcare a terra, ma comunque serve una scaletta di almeno tre metri per accedere al piazzale del’imboccatura.

Se ci andate portate il massimo rispetto, evitate intemperanze e non lasciate nulla sul posto a ricordo della vostra presenza. Ogni danno finisce nel Codice Penale. La risalità è impegnativa e conviene farla per gradi. (www.micello.it)

L’ampia rientranza costiera che si estende da Punta Mucurune – Castro, fino alla “Punta dello Scuro” (Santa Cesarea T.) ospita uno dei più interessanti sistemi ipogei della penisola Salentina.

Grotta Romanelli, grotta Zinzulusa, grotta Le Striare, assieme alle grotte Termali di Santa Cesarea, alle tante nicchie costiere ed alle loro prosecuzioni sommerse, costituiscono un patrimonio di grande valore paesaggistico, ambientale ed assieme storico e scientifico. L’ esame dell’andamento delle paleolinee di costa e delle ricorrenti brecce di versante addossate ai pianori, mostra come il Salento costiero sia stato modellato e ripetutamente, profondamente inciso dall’azione dell’acqua meteorica e dalla violenza del mare (Plio-pleistocene – Quaternario).

Quattro paleo linee di costa emerse sono chiaramente visibili (90 m, 50 m, 30 m e 10 m) . Esse, in alcuni casi, paiono raccordare morbidamente la parte superiore alla sottostante paleo piattaforma marina, mentre in altre, incidono appena alcune spettacolari falesie. Grotta Romanelli si apre a 7 m sul l.m. (Fig. 1), nel punto più interno di una rientranza costiera, dove la successione dei calcari di Altamura ed i soprastanti calcari di Castro è chiaramente visibile a parete. Un profondo solco, inclinato verso il mare di circa 30 gradi, percorre la falesia posta a S della grotta, evidenziando la separazione tra i due calcari.

Fu STASI (1900) a scoprire ed a segnalare per primo gli importanti reperti presenti in grotta Romanelli (Fig. 2), ma lo studio definitivo del sito e la precisa datazione fu opera di BLANC et al. (1921-1930). Nei depositi di grotta Romanelli sono stati rinvenuti, in perfetta successione stratigrafica, resti paleontologici e paletnologici riferiti al vasto orizzonte culturale compreso tra l’interglaciale Wurn-Riss e 11.930 +/- 520 anni dal presente (BLANC G.A. e BLANC C.A.). Fin dagli inizi, STASI e REGÀLIA localizzarono, tra l’altro, oggetti di osso incisi e, sulla parete N, un bovide graffito (Bos primigenius. Fig. 3 ). G.A. e C.A. BLANC, successivamente localizzarono sulle pareti numerose altre figurazioni graffite, mentre nei depositi rinvennero strumenti in selce, reperti paleontologici, una nutrita collezione di arte mobiliare graffita ed un una grossa pietra dipinta (paleolitico superiore. Fig. 4 ). L’industria musteriana, individuata negli strati di base dei depositi, fu attribuita a frequentazioni di Homo neanderthalensis. Rinvenute anche, negli stati più superficiali dei depositi, sepolture e resti sparsi appartenenti a Homo sapiens sapiens. L’ultima campagna di scavo (Fig. 5) effettuata all’interno della grotta, risale al 1970 (CARDINI).

L’ingresso di Grotta Romanelli è oggi protetto da una poderosa inferriata che impedisce l’accesso a curiosi e raccoglitori di souvenir, ma non certo allo spazzare dei venti marini. All’interno, le antiche trincee scavate da P.E.Stasi e dagli altri che via via si sono succeduti, sono continuamente spolverate e rimescolate dal vento. Alla base delle trincee scavate, si accumulano coni di materiale e reperti che vengono giù dai depositi. Sulle pareti interne, nella penombra, ricoperti da sciami di zanzare, aracnidi e da vaste popolazioni di licheni, si intuiscono appena i tratti di quei graffiti che il MINCULPOP (1936), contava di esibire al mondo scientifico, in ricostruzione al naturale, durante la grande esposizione programmata a Torino per il 1942. Il sopraggiungere della guerra cancellò questo grandioso progetto di cui rimangono, presso il Museo di Maglie, solo alcuni dei primi calchi realizzati per l’occasione (Fig. 6).

Ci appare opportuno segnalare che solo ultimamente si è definitivamente chiarito il contenuto di uno dei calchi conservati presso il Museo Paleontologico di Maglie. In esso compare un “cervide” di cui, a causa della impossibilità di avere una chiara visione dei segni incisi sulle pareti, non si riusciva ad avere alcun riscontro e per questo ritenuto da molti un falso. Il rilievo fotografico del graffito originale (CICCARESE , 2000), realizzato con una particolare tecnica di ripresa appositamente predisposta, ha consentito, senza manipolare le superfici litiche, non solo di affermare l’autenticità del calco ma di leggere anche, sotto lo strato di muffe e licheni, un inedito Bovide graffito, di grande rilevanza e raffinata fattura. (Fig. 7).

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