Matonna tu Carottu

Sulla collina di Sant’Eleuterio esisteva un cenobio basiliano, fatto costruire per gratitudine a Sant’Eleuterio da un benestante, salvato per sua intercessione: infatti, mentre ispezionava i suoi poderi a cavallo, sprofondò in una cisterna piena d’acqua. Chiamò allora i Greci Calogeri per farvi costruire una chiesa con le cellette intorno.
Di tutto questo rimane la grotta che offre al visitatore acqua pura, tanto verde e memoria storica

Grazie alle precise indicazioni di una gentile signora, finalmente trovo la “Matonna tu carottu”. Si tratta di un breve passaggio nel costone roccioso, al centro si restringe in un buco non agevole, ma non difficile da attraversare. La superficie è stata lucidata dal passaggio di milioni di pellegrini nei secoli. Non ho trovato immagini di Madonne, a parte alcuni incomprensibili segni di colore che sembrano recenti.
Non molti sanno dell’esistenza di una piccola grotta sulla collina di Parabita nella quale si trova un dipinto raffigurante l’immagine sacra della Madonna detta La Madonna della grotta o meglio << La Matonna tu carottu >> .Leggende popolari narrano che solo i figli di mamma buona possono passare attraverso la stretta feritoia che dà accesso alla grotta.La grotta si trova sulla collina di S. Eleuterio alla quale si accede dalla strada provinciale Parabita – Collepasso . Non è un percorso da scalatori ma è un po’ faticoso; in compenso nelle giornate di tramontana si può ammirare la Baia di Gallipoli (a pochi Km da Parabita)PARABITA . La città di PARABITA (Le). PARABITA LA MADONNA DELLA COLTURA

http://digilander.libero.it/giannellis/parabita1.htm

—————————————- LEGGENDA

PARABITA – MADONNA DEL CAROTTO

Nel territorio di Parabita, nel punto più alto del Salento leccese, la Serra di S. Eleuterio ( 210 metri s.l.m.) esistono varie grotte che si aprono sul costone della serra . In una di queste cavità vi è la presenza di un dipinto raffigurante la madonna, questo ci fa supporre che sia stata usata nel medioevo da monaci anacoreti. Da tutto questo è nata una tradizione popolare che vuole che solo le persone, che hanno un comportamento corretto ed onesto possano accedere alla visione del dipinto. Infatti la grotta possiede due cavità, separate solo da una parete di roccia, con un buco ( “carotto” nel dialetto locale) da attraversare per raggiungere il luogo del dipinto.
Il luogo che custodisce l’affresco mariano è quindi raggiungibile solo attraverso il buco (carotto) non avendo entrate dall’esterno. La leggenda vuole che  se si attraversa l’unica entrata il buco (carotto) esso si restringe sulle persone cattive e disoneste che per la loro condotta immorale non possono raggiungere la visione paradisiaca del bel volto della madre di Cristo .

(Da una recente perlustrazione, il buco ha le aperture aperte sull’esterno da entrambi i lati)

Un’altra versione dice che chi riesce ad attraversare il buco, è figlio di “buona mamma”.

grotta delle Veneri

ingresso, chiuso con cancello e lucchetto.

in questa famosa grotta preistorica sono state trovate le due statuette delle Veneri di Parabita

Passaturi o Case Vecchie

vicino alle scuole elementari, costituivano la dimora dell’antico popolo dei Tulli

Prolungamento di via Montesano e quello di via Pasubio

Le grotte prendono il nome di “Case Vecchie” o “Grotte Passaturi” e sono facilmente accessibili e visitabili.Sono abbastanza numerose, scavate nella roccia e chiuse da muri a secco. E’ difficile stabilire quando e per quanto tempo siano state abitate. Si pensa che antichi abitatori siano stati i “Tulli”

Trinità III

grotta Santa Lucia


a pochi metri dalla grotta Trinità, seguendo il costone macchioso verso sud,   si trovano due altre cavità più piccole.

grotta Santa Lucia

a circa 30 metri a S-O delloa grotta Trinità. Costituita da una galleria lunga circa 21 metri, divisa in due ambienti. Si tratta di una cavità di interstrato ad andamento orizzontale.

ingresso

il passaggio tra il primo e il secondo ambiente,         il fondo

v.anche www.japigia.com

grotta Trinità


39d 59′ 45″ N   5d 44′ 19″ E

unico grande ambiente lungo 23 m.sono evidenti segni di scavi archeologici con reperti risalenti fino al neolitico. fu poi abitata da monaci e utilizzata come luogo di culto. Conosciuta anche come grotta dell’Eternità. Attualmente utilizzata come deposito attrezzi.

l’ingresso è chiuso da una cancellata, all’interno tavolino e sedie.

La grotta della Trinità, una caverna naturale lunga più di trenta metri a pianta pressoché triangolare, è nota per importanti ritrovamenti archeologici. Frequentata fin dall’età della pietra, ha restituito testimonianze delle varie stratificazioni storiche in una continuità di lunga durata, documentata nel tempo : arcaico santuario in età neolitica e messapica, luogo di ascesi nel periodo medioevale (l’asceterio dell’Eternità) e poi chiesa della SS.Trinità in età moderna,edificata ed eretta nello stesso invaso da fra’ Gio D’Astore, eremita di Casarano. Un ipogeo che, insieme a quello della vicina cripta del Crocefisso, fa parte di un habitat rupestre particolarmente adatto alla pratica cultuale sia primitiva che cristiana. Ubicata tra macchia mediterranea e uliveti, ai confini del territorio con Ruffano, è raggiungibile per sentieri di campagna, interni rispetto al tracciato stradale di origine romana ( Ugento-Alezio ), un tempo nella fitta boscaglia sottostante il crinale delle serre. Durante i lavori di scavo guidati da Giuliano Cremonesi dal 1970 al 1975 vi è stato ritrovato abbondante ed interessante materiale del Neolitico antico e della prima età del Bronzo: ceramica impressa con motivi geometrici , oltre a lame, cuspidi di frecce, pugnali di selce, un oggetto ornamentale in osso, attualmente presso il Museo Provinciale “S.Castromediano” di Lecce. Risalgono al VI-V sec.a C. due frammenti di vasi con iscrizioni graffite, su uno dei quali, ritenuto un alfabetario da Cosimo Pagliara, è riportata una sequenza alfabetica di quattro lettere. Le successive ricerche archeologiche di Francesco D’Andria hanno portato poi ad altro ritrovamento di vasellame di forma e decorazione varia ( produzione coloniale ionica e corinzia ), tra cui una serie di coppette monoansate a vernice nera, interpretabili come offerte per libagioni. Secondo lo studioso, infatti, la grotta, non connessa ad abitazioni, era un luogo di culto posto al confine, verso l’interno, del territorio dell’importante città messapica di Ugento. Fra i reperti di origine messapica sono da ricordare, inoltre, per la loro particolarità, i frammenti di brocca alla cui base è dipinta con figura antropomorfa che impugna una spada. Una riutilizzazione del sito, nascosto ma nello stesso tempo vicino a una importante arteria stradale, è attestata pure nel periodo della dominazione bizantina, (VI -XI sec.), durante il quale l’influenza della cultura e del monachesimo orientale ha portato al fenomeno eremitico della vita solitaria in grotte, e a quello cenobitico delle laure monastiche italogreche. In Puglia, come in Basilicata, in Calabria e nelle isole, dopo il periodo iconoclasta soprattutto, si diffusero e praticarono moduli religiosi di origine orientale. Numerose lucerne di ceramica, alcune annerite, del tipo diffuso in Italia meridionale e ritrovato anche nella cripta di Lizzano, insieme a frammenti di olle e ciotole testimoniano infatti la frequentazione della grotta nel periodo alto-medievale. Sono reperti di produzione tardo-bizantina che si trovavano frammisti a quelli preistorici e a quelli di stile geometrico. “Il materiale medioevale è stato rinvenuto in terreno completanente sconvolto, accumulato soprattutto verso il centro ed il fondo della grotta, da scavatori clandestini” Al calogerato dei monaci italo-greci è da legare quindi la grotta, probabilmente “asceterio” fin dai secoli IX-XI, fino a quando assunse il titolo di chiesa della Santissima Trinità. Nella visita pastorale del vescovo Tommaso De Rossi del 1711 viene detta poi “grancia” della chiesa di S.Foca in Ruffano. Degli affreschi dipinti su diversi strati delle pareti di questa caverna preistorica, ormai in stato di completo abbandono, non rimane che qualche pallida traccia. Alba Medea, nella sua indagine sulle cripte eremitiche pugliesi (1939) fa un breve accenno ai residui di un affresco del secolo scorso, annotando pure il grande foro aperto in alto, a mo’ di lucernario, presso l’ingresso, e nello spazio esterno lo scavo per un pozzo. Nel più recente sopralluogo di Anna Marinelli (1978), insieme alla ceramica medioevale,viene testimoniata una situazione che in seguito sarà sempre più alterata e irrimediabilmente compromessa. Viene indicato, un altare eretto a circa dieci metri dall’ingresso del quale a quel tempo rimaneva “un sasso dipinto ed una pietra squadrata e scalpellata”, oltre alle immagini affrescate su più strati delle pareti laterali. Tra queste, il volto di una Madonna con due angeli attorno al capo sulla parete sinistra, mentre su quella destra una mano poggiata su di un globo tagliato da fascia trasversale, accanto al quale si erge un serpente, oltre al profilo di un vecchio. Immagini sacre leggibili a fatica già durante gli scavi di G. Cremonesi, in un luogo che comunque non perde il suo fascino, poiché si salda a un tempo senza forma, quello della “eternità” .

a pochi metri dalla grotta Trinità, seguendo il costone macchioso verso sud,   si trovano due altre cavità più piccole.

vedi anche: http://www.japigia.com/le/ruffano/index.shtml?A=av_ruffan4

Loredana

a circa 130 metri a sud della cripta del Crocifisso si apre questa cavità nella scarpata rocciosa. Il fondo è coperto di terra  e sassi. lunghezza circa 20 metri, non si notano proseguimenti.

crocifisso II


grotta ?

a circa 30 metri a nord della cripta del crocifisso si trovano due buchi comunicanti, uno aperto e uno coperto da un albero. L’interno della cavità è riempito di terra, sassi e un pò di spazzatura. 20/03/07

i due ingressi comunicanti

Carlo Cosma


Preistorica, con pitture rupestri, è situata circa a metà strada che da Santa Cesarea porta a Cerfignano, sulla sinistra, in località “longa”.
La Grotta non è attualmente fruibile in quanto è ancora in fase di studio.

Vi sono ubicati “emicicli culturali” con vasi e offerte animali e vegetali, lampade votive e sepolture.
La cavità si sviluppa nei calcari del cretaceo per complessivi 800 metri, su un’asse principale a direzione Nord-Ovest/Sud-Est con gallerie e cunicoli agevolmente percorribili.
Le pareti della cavità sono interessate da pitture rupestri dello stesso tipo di quelle di Porto Badisco.

dalla provincia————

La Grotta prende il nome da un compagno speleologo, deceduto poco prima della scoperta, di Salvatore Prosperi e Bruno Di Giovanni che, il 3 ottobre del 1970, penetrarono nella cavità preistorica.
Successivamente, in una delle esporazioni sistematiche a cura del Gruppo Speleologico Salentino “P. De Lorentiis” di Maglie, gli speleologi Salvatore Prosperi, Nunzio Pacella e Luciano D’Elia, scoprirono la galleria più lunga del sistema carsico dove sono ubicati “emicicli culturali” con vasi e offerte animali e vegetali, lampade votive e sepolture.
La cavità si sviluppa nei calcari del cretaceo per complessivi 800 metri, su un’asse principale a direzione Nord-Ovest/Sud-Est con gallerie e cunicoli agevolmente percorribili.
Le pareti della cavità sono interessate da pitture rupestri dello stesso tipo di quelle di Porto Badisco.
Secondo il Prof. Paolo Graziosi, che ha studiato i pittogrammi della Grotta di Badisco, quelli presenti sulle pareti della Grotta Cosma sono distribuiti in cinque piccoli gruppi e dipinti con argilla bruna e ocra rossa.
Tra le figure più significative si leggono: uomini seminaturalistici armati di arco, disegni serpentiformi, pittogrammi e una figura cruciforme tendente alla svastica. La Grotta Cosma, come quella di Badisco, è un Santuario del Neolitico dove venivano praticati riti di iniziazione e riti propiziatori alla Dea Mater.
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Giustino


Latitudine 40 00 40,63 N
Longitudine 18 25 53,64 E

Si svolta dalla Statale Castro-S. Cesarea Terme per raggiungere la Grotta Zinzulusa fermandosi a circa metà percorso in prossimità al punto in cui la strada è a pochi metri sulla verticale del seno della Zinzulusa. Siamo sui 50 metri circa di altitudine e sul primo punto della rotta si cerca un varco nel muretto sul lato del mare. Si costeggia una pista per pescatori MOLTO PERICOLOSA che costeggia lo strapiombo della falesia a sud della bocca della Zinzulusa tra un muretto a secco ed il vuoto su uno spazio che si riduce in alcuni punti a quasi un metro. Finito il tratto in direzione est si svolta a sud tenendo sempre alla nostra destra il muretto a secco e seguendo la stessa pista fino ad incontrare le tracce di una scaletta che scende alla battigia. Si scende fino a circa 10-12 metri sul livello del mare su una scala sempre più ridotta ed arrangiata fino ad intuire sulla nostra destra i segni di una frana da faglia con presenza di brecce ossifere. Per vedere l’apertura della grotta, molto piccola di circa un metro di diametro è necessario portarsi in avanti su dei piani rocciosi non impervi ma estremamente pericolosi in quanto non protetti dalla caduta in mare. Da questo punto è possibile vedere l’apertura e in molti periodi dell’anno un ruscellamento di acque dolci che scendono fino al mare. Per entrare nella cavità è assolutamente necessaria disporre di attrezzatura e di una guida esperta. La risalità è impegnativa e conviene farla per gradi. (WWW.MICELLO.IT)

Romanelli

Castro (Lecce); N° catasto: Pu 106
Rif. Cartografico I.G.M.: F. 214, II SE
40°00’58” N, 18°26’01” E (da Greenwich)

Latitudine 40 01 01,9 N
Longitudine 18 26 02,9 E

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Si parte da Castro Marina per Santa Cesarea Terme lasciandosi alle spalle l’incrocio di accesso alla Zinzulusa. Appena finisce il breve tratto tortuoso pieno, alla vostra destra, di vegetazione e muretti di villette isolate e la vista si apre nuovamente sul mare, fermatevi su un piccolo piazzale a lato strada. Aiutatevi col il waypoint sulla strada pubblicato a lato. Si fa un piccolo percorso si andata e ritorno per portarsi a quota della volta della grotta (riconoscibile in quanto è il punto più arretrtato dell’insenatura e per il suo aspetto liscio e bancastro). Da questo punto serve aiutarsi con una piccola corda per calarsi, in sicurezza, per circa sei-sette metri aggrappati a delle brecce ossifere di inquietante stabilità. E’ questo il punto in cui un anziano studioso andrebbe aiutato. Siete ormai davanti all’imboccatura su ampio e comodo piano. L’ingresso della grotta, ampissimo, è chiuso da una solida cancellata. Quello che c’è da vedere lo potete vedere da fuori: la grotta, che sembra infilarsi in un piccolo cunicolo, in realtà termina dopo pochi metri. Si possono vedere da fuori i depositi di terra rossa portati dal vento all’interno della grotta, in parte scavati ed analizzati. Nel centro si vedono i più antichi piani di frequentazione sulla roccia calcarea (Marmitte). Nei depositi di terra rossa si intravedono, specie sulle sezioni di sinistra, una infinità di ossa di vari animali. Lo spettacolo comunque è sulla volta, tutta incisa con segni e disegni. E’ bene portarsi un telobiettivo, un binocolo e fare la visità con la luce del mattino che riesce a infilarsi nella grotta e radere le pareti.

Da mare si vede bene l’insenatura e parte dell’imboccatura della grotta. Si può tentare, nei giorni di mare calmo di sbarcare a terra, ma comunque serve una scaletta di almeno tre metri per accedere al piazzale del’imboccatura.

Se ci andate portate il massimo rispetto, evitate intemperanze e non lasciate nulla sul posto a ricordo della vostra presenza. Ogni danno finisce nel Codice Penale. La risalità è impegnativa e conviene farla per gradi. (www.micello.it)

L’ampia rientranza costiera che si estende da Punta Mucurune – Castro, fino alla “Punta dello Scuro” (Santa Cesarea T.) ospita uno dei più interessanti sistemi ipogei della penisola Salentina.

Grotta Romanelli, grotta Zinzulusa, grotta Le Striare, assieme alle grotte Termali di Santa Cesarea, alle tante nicchie costiere ed alle loro prosecuzioni sommerse, costituiscono un patrimonio di grande valore paesaggistico, ambientale ed assieme storico e scientifico. L’ esame dell’andamento delle paleolinee di costa e delle ricorrenti brecce di versante addossate ai pianori, mostra come il Salento costiero sia stato modellato e ripetutamente, profondamente inciso dall’azione dell’acqua meteorica e dalla violenza del mare (Plio-pleistocene – Quaternario).

Quattro paleo linee di costa emerse sono chiaramente visibili (90 m, 50 m, 30 m e 10 m) . Esse, in alcuni casi, paiono raccordare morbidamente la parte superiore alla sottostante paleo piattaforma marina, mentre in altre, incidono appena alcune spettacolari falesie. Grotta Romanelli si apre a 7 m sul l.m. (Fig. 1), nel punto più interno di una rientranza costiera, dove la successione dei calcari di Altamura ed i soprastanti calcari di Castro è chiaramente visibile a parete. Un profondo solco, inclinato verso il mare di circa 30 gradi, percorre la falesia posta a S della grotta, evidenziando la separazione tra i due calcari.

Fu STASI (1900) a scoprire ed a segnalare per primo gli importanti reperti presenti in grotta Romanelli (Fig. 2), ma lo studio definitivo del sito e la precisa datazione fu opera di BLANC et al. (1921-1930). Nei depositi di grotta Romanelli sono stati rinvenuti, in perfetta successione stratigrafica, resti paleontologici e paletnologici riferiti al vasto orizzonte culturale compreso tra l’interglaciale Wurn-Riss e 11.930 +/- 520 anni dal presente (BLANC G.A. e BLANC C.A.). Fin dagli inizi, STASI e REGÀLIA localizzarono, tra l’altro, oggetti di osso incisi e, sulla parete N, un bovide graffito (Bos primigenius. Fig. 3 ). G.A. e C.A. BLANC, successivamente localizzarono sulle pareti numerose altre figurazioni graffite, mentre nei depositi rinvennero strumenti in selce, reperti paleontologici, una nutrita collezione di arte mobiliare graffita ed un una grossa pietra dipinta (paleolitico superiore. Fig. 4 ). L’industria musteriana, individuata negli strati di base dei depositi, fu attribuita a frequentazioni di Homo neanderthalensis. Rinvenute anche, negli stati più superficiali dei depositi, sepolture e resti sparsi appartenenti a Homo sapiens sapiens. L’ultima campagna di scavo (Fig. 5) effettuata all’interno della grotta, risale al 1970 (CARDINI).

L’ingresso di Grotta Romanelli è oggi protetto da una poderosa inferriata che impedisce l’accesso a curiosi e raccoglitori di souvenir, ma non certo allo spazzare dei venti marini. All’interno, le antiche trincee scavate da P.E.Stasi e dagli altri che via via si sono succeduti, sono continuamente spolverate e rimescolate dal vento. Alla base delle trincee scavate, si accumulano coni di materiale e reperti che vengono giù dai depositi. Sulle pareti interne, nella penombra, ricoperti da sciami di zanzare, aracnidi e da vaste popolazioni di licheni, si intuiscono appena i tratti di quei graffiti che il MINCULPOP (1936), contava di esibire al mondo scientifico, in ricostruzione al naturale, durante la grande esposizione programmata a Torino per il 1942. Il sopraggiungere della guerra cancellò questo grandioso progetto di cui rimangono, presso il Museo di Maglie, solo alcuni dei primi calchi realizzati per l’occasione (Fig. 6).

Ci appare opportuno segnalare che solo ultimamente si è definitivamente chiarito il contenuto di uno dei calchi conservati presso il Museo Paleontologico di Maglie. In esso compare un “cervide” di cui, a causa della impossibilità di avere una chiara visione dei segni incisi sulle pareti, non si riusciva ad avere alcun riscontro e per questo ritenuto da molti un falso. Il rilievo fotografico del graffito originale (CICCARESE , 2000), realizzato con una particolare tecnica di ripresa appositamente predisposta, ha consentito, senza manipolare le superfici litiche, non solo di affermare l’autenticità del calco ma di leggere anche, sotto lo strato di muffe e licheni, un inedito Bovide graffito, di grande rilevanza e raffinata fattura. (Fig. 7).

le Striare o delle Streghe

vicino alla Zinzulusa, ben visibile dalla litoranea

difficile accesso per la presenza di nugoli di moscerini

l’Abisso o Lu Bissu

L’ abisso di Castro è un’ampio duomo di crollo di pianta ovoidale, con asse maggiore parallelo alla costa. Pareti e volta hanno struttura di recente distacco sin poco sopra il livello idrico dove si osserva ancora qualche traccia di erosione.

18,25237634 39,59594559   ( 39° 59′ 42″N – 5° 57′ 58″E )

Latitudine 39 59 46,8 N   Longitudine 18 25 03,2 E

L’Abisso o l’Abisso di CastroMarina è una cavità di crollo per carsismo ubicata all’estremo sud del territorio di Castro a pochi metri dal mare. E’ su proprietà privata e non è possibile accedervi senza consenso della proprietà che ne cura la sicurezza. E’ chiusa con un robusto boccaporto per cui, a meno di autorizzazione, è inutile anche la semplice visita nell’intorno della cavità. La grotta (in realtà è un imponente sprofondo con un piccolo foro in superfiicie) è importatissima dal punto di vista scientifico in quanto è uno dei più affascinanti habitat ipogei della costa adriatica. Sul fondo si trovamo acque dolciastre e presenza di fauna anchialina.
Considerato preminente l’interesse scientifico su quello geomorfologico si consiglia l’approfondimento della conoscenza sugli habitat anchialini, già oggetto di vari conferenze tenute dal Prof. Pesce. (da www.micello.it)

a circa 600 metri dall’abitato di Castro marina, a sinistra, sud, della litoranea Castro-Tricase, a circa 50 metri dal mare. Si dice che, durante la guerra, i sottomorini si fornivano di acqua dolce.

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SALVATORE INGUSCIO1, EMANUELA ROSSI1,
MARIO PARISE2, MARIANGELA SAMMARCO3
1 Laboratorio ipogeo salentino di biospeleologia “Sandro Ruffo”, Nardò (LE)
laboratorio@avanguardie. net
2 CNR, Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica, Bari
m. parise@ba. irpi. cnr. it
3 Università del Salento, Dipartimento Beni Culturali, Lecce
GROTTA LU BISSU (PU 141),
HOT SPOT DELLA BIOSPELEOLOGIA ITALIANA

Thalassia Salentina n. 32-2009

INTRODUZIONE
La grotta Lu Bissu (Pu 141) (termine dialettale per indicare “l’abisso”) è una
delle più importanti cavità italiane dal punto di vista biospeleologico, nota
per la ricchezza e diversità della sua fauna.
Le prime ricerche biospeleologiche in questa grotta risalgono a quando
il prof. Stammer dell’Università di Breslavia scoprì, nel 1937, tre nuove specie:
i copepodi Metacyclops subdolus e M. stammeri, e l’acaro Lohmannella
stammeri, descritte successivamente da KIEFER (1938) e VIETS (1939). Hanno
successivamente visitato e studiato la fauna della grotta il prof. Ruffo, negli
anni ’40 e ’50, e tutti i maggiori biospeleologi italiani da allora fino ad oggi
(INGUSCIO and ROSSI, 2007).
Il nome originale della grotta, accatastata da Ruffo e Manfredi verso la
metà del secolo scorso, si riferisce al bisso delle cozze che probabilmente
crescevano al suo interno ma, nel tempo, si è trasformato in “l’Abisso”, illudendo
speleologi alle prime armi sulle sue reali dimensioni. La cavità, infatti,
è profonda meno di una decina di metri, dal pozzetto di ingresso nel soffitto
alla base del cono detritico.
L’ingresso di grotta Lu Bissu è situata in una proprietà privata nel comune
di Castro (LE), a poche decine di metri dal mare e si sviluppa nella Formazione
dei Calcari di Castro, dell’Oligocene (MARTINIS, 1967), che affiorano
diffusamente su questo tratto della costa salentina. Si tratta di calcari di colore
bianco, che costituiscono un complesso di barriera della piattaforma
carbonatica Apula (BOSELLINI and RUSSO, 1992), in strati di spessore variabile,
con diffusa presenza di fossili, essenzialmente coralli, briozoi ed echinidi. In
superficie, il Calcare di Castro presenta numerose microforme carsiche, ben
visibili nei dintorni dell’imbocco della grotta, e risulta immergere di pochi
gradi verso SSE.
La grotta (Figg. 1 e 2) è costituita in gran parte da un unico ampio ambiente
allungato in direzione SW-NE per circa 60 m, e largo da 20 a 28 m;
l’ingresso (Fig. 3) è costituito da un pozzetto attualmente profondo poco più
di 5 m, che porta su un esteso cono detritico (Fig. 4) derivante dallo scarico
nell’ambiente naturale di inerti e materiale di risulta. Da segnalare inoltre
che all’interno della cavità è presente una tubazione tramite la quale viene
emunta acqua, presumibilmente a fini irrigui.
In corrispondenza dell’imbocco e dei suoi immediati dintorni, la volta è
limitata ad un diaframma di roccia variabile da 0. 8 a 1. 5 m, mentre allontanandosi
dall’ingresso il suo spessore va aumentando, per l’abbassamento
del soffitto della cavità.
Il cono detritico di origine antropica, che costituisce il principale elemento
morfologico della cavità, si sovrappone e ricopre grossi massi di crollo;
esso è circondato su tutti i lati, ad eccezione di quello NW, dalla presenza di

acqua (Fig. 5). Sono ben visibili sott’acqua grossi massi franati, prodotti dagli
originari crolli che hanno determinato lo sviluppo della cavità, così come
essa oggi si presenta.
Si entra nella grotta attraverso un foro nella volta, oggi chiuso da una
copertura in lamiera. Una seconda apertura (Fig. 6), di dimensioni modestissime
(poche decine di centimetri nella parte sommitale), è ubicata più ad E
rispetto a quella d’ingresso; tale apertura secondaria è attualmente coperta
da un boccapozzo (Fig. 7). La grotta Lu Bissu, sulla base della testimonianza
di alcune persone del posto, sarebbe stata utilizzata durante la seconda guerra
mondiale per rifornire di acqua gli equipaggi dei sommergibili.
La grotta è impostata su un sistema di discontinuità ad orientazione NESW,
che si segue lungo la volta per tutta l’estensione della cavità. Numerose
fratture, in parte beanti, sono visibili sulla volta, e di frequente isolano blocchi
in precario equilibrio (Fig. 8). La zona a maggiore fratturazione all’interno
della cavità è costituita dal settore SW (Fig. 9): qui si riconosce infatti
un cono detritico secondario, alimentato dal distacco di blocchi di piccole
dimensioni dalla parete occidentale della grotta. Inoltre, all’estremità SW
della cavità, si apre uno stretto passaggio (Fig. 10), parzialmente mascherato
da massi di crollo, che conduce in un altro ambiente di piccole dimensioni,
anch’esso allagato nella parte più bassa.

Scarsa la presenza di depositi
secondari di grotta all’interno
de Lu Bissu, ma va detto che i
massi di crollo e il cono detritico
hanno in buona parte coperto
l’originario ambiente ipogeo;
si riconoscono comunque
localmente colate calcitiche e
stalattiti di piccole dimensioni,
particolarmente concentrate nei
settori meridionali ed orientali
della grotta.

San Mauro

18,0121804 40,05549194

Un modesto ingresso immette in una caverna d’ interstrato da cui si dipartono due cunicoli orientati a Sud-Est e Sud-SE. Resti di bambole di pezza bruciacchiate e mutilate fanno pensare ad un uso recente della cavità come luogo di riti di occultismo.

lunghezza circa 20 metri

Uluzzu

Caverna costituita da un unico ambiente, piuttosto spazioso (vedi rilievo), ubicata su un costone roccioso, lungo antiche linee di costa.

grotta del Cavallo

Di breve estensione ma grande importanza preistorica, si affaccia sulla baia di Uluzzu ed è protetta da una grata.

La grotta ha restituito numerosi reperti legati all’Uomo di Neanderthal (resti macellati di animali, da cui il nome della grotta, manufatti di pietra, ecc.); nella grotta sono state rinvenute le testimonianze di una cultura, l’Uluzziano, riconosciuta qui per la prima volta, e che prende pertanto il nome dal toponimo locale.

I giacimenti più recenti ascrivibili al Paleolitico (12-10 mila anni orsono, Romanelliano), hanno restituito preziose documentazioni e in particolare incisioni antropomorfe, zoomorfe e astratte che ne fanno uno dei siti archeologici principali del Salento insieme alla grotta Romanelli ed alla grotta delle Veneri di Parabita.

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