masseria S.Sidero

(…)

La Masseria di San Sidero sorgeva lungo una importante via di transito, la “strada istmica”, probabilmente già messapica, che congiungeva Otranto a Gallipoli, passando per il feudo di Maglie; un territorio, quello magliese, ubicato al centro del basso Salento, quasi equidistante dalle coste orientali ed occidentali della penisola salentina, dal Canale d’Otranto e dal Golfo di Taranto, posto anche lungo l’altra importante antica arteria di comunicazione continentale, quella che da Lecce scendeva sin verso Leuca, ed il suo Santuario Mariano, metà di intensi pellegrinaggi, posto nell’estrema propaggine meridionale del Salento.

Il Salento era anche, per la sua posizione geografica e conformazione, uno degli avamposti più importanti per pellegrini e crociati, sulla via verso La Terra Santa, e l’Ordine dei Cavalieri del Tempio aveva tra i suoi principali scopi fondanti quello dell’assistenza e cura dei pellegrini lungo il loro pellegrinaggio, come quello della difesa dagli infedeli dei santi luoghi di Palestina! Per questa ubicazione strategica del feudo magliese lungo un crocevia di importanti arterie di comunicazione, percorse all’ora a piedi o a cavallo, nell’epoca delle crociate, grande fu l’importanza del tenimento di Sant’Isidoro, proprietà dell’ordine religioso dei Cavalieri Templari, ma non minore era la sua importanza per le rendite che forniva grazie ai suoi fertili campi in cui si producevano frumento ed orzo. A San Sidero probabilmente vi era una stazione di sosta e cambio cavalli per i viandanti.

L’importanza, nei secoli, di transito della strada, un tratturo con evidenti tracce di carrarecce che lambisce le due masserie di Sant’Isidoro e San Sidero è evidenziato da un’iscrizione settecentesca rivolta ancora ai viandanti posta in una epigrafe sulla porta d’ingresso della chiesetta di Sant’Isidoro (il cui corpo di fabbrica risale al ‘700). Fino a pochi anni fa vi si osservava ancora la grande tela del Santo con aratro e circondato dagli animali domestici. Nel tempo la tela, le pietre dell’altare barocco e la campana sono state trafugate. La chiesetta attende un’opera di urgente restauro-ricostruzione anche alla luce delle ricche documentazioni fotografiche di come si presentava in passato, prima degli atti vandalici, e che sono in possesso di tanti locali cultori di storia patria!

Davanti a masseria San Sidero, il cui corpo di fabbrica anteriore, dell’ ‘800, cela le strutture retrostanti ben più antiche, vi è un grande pozzo cisterna. Vicino Masseria Sant’Isidoro si osservano plurisecolari e mastodontici esemplari di Quercia spinosa e un grande albero di Bagolaro (Celtis australis), lungo i muri di cinta in pietra a secco. Lì tutte le stradine con le loro carraie in evidenza su roccia affiorate devono essere tutelate e non coperte dall’asfalto o distrutte-danneggiate dallo scavo di tracce per cavi e condotte! Le rocce affioranti nella contrada San Sidero ed in quelle prossime caratterizzate dalla presenza di decine di antiche tombe rettangolari scavate nella pietra. Alcune sono state scavate negli anni’70, del ‘900 e hanno fornito manufatti datati al VII sec. d. C. e riferiti a genti di cultura longobarda; una piccola enclave longobarda in un territorio dominato dalla cultura greco-bizantina!

di Oreste Caroppo

tratto da: http://culturasalentina.wordpress.com/2010/11/27/san-sidero-un-antico-grande-tenimento-dei-cavalieri-templari/#more-6420

foto di www.belpaeseweb.it

insediamento rupestre Tuglie

lato sinistro (in attesa del destro) di un vecchio insediamento rupestre. Troviamo una vecchia abitazione di due stanze; caseddhi e piccoli ambienti scavati nella roccia tufacea. La cava di Tuglie ne aggredisce pericolosamente vicino alle spalle (ben visibile salendo sul costone).

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vedi anche:

http://massimonegro.wordpress.com/2012/02/10/tornando-sui-propri-passi-ii-parte-da-tuglie-tra-grotte-e-antichi-ripari-verso-il-villaggio-neolitico-di-parabita/

Tornare sui propri passi

http://massimonegro.splinder.com/

Tornare sui propri passi. Questa espressione è solitamente utilizzata per esprimere lo stato che si vive a fronte di situazioni poco piacevoli o di rammarico per le quali si vorrebbe far tornare indietro le lancette dell’orologio o rigirare in avanti le pagine ormai archiviate del calendario. Si vorrebbe tornare indietro per compiere in modo diverso un’azione o cogliere un’opportunità che ci è sfuggita.
Nulla di tutto questo.
Questo tornare sui propri passi, sui miei passi, è un viaggio nel passato.
E’ un tornare a calpestare la terra rossa dei sentieri, tante volte percorsi da ragazzo con David e Mino a piedi o in bicicletta (con la mia rossa metallizzata Aquila comprata da “Siciliano”), sulle pietre lungo le cave alla ricerca di impronte di antiche conchiglie, a rovistare il pietrame tra le traversine delle Ferrovie Sud-Est alla ricerca di “minerali” per le nostre collezioni.
Ma è un tornare nel passato, ripercorrendo i passi, i sentieri dei nostri antenati, in una zona del Salento che è ricca di ricordi e di presenze che ci arrivano dal lontano passato.
La zona visitata si estende tra Tuglie e Parabita, tra le rotaie delle Ferrovie Sud-Est e le grandi e profonde cave di estrazione tufacea.

In quella zona, nel 1966, nei pressi di una grotta in Contrada Monaci, furono ritrovati reperti risalenti al Paleolitico Medio e Superiore, in particolare due scheletri acefali (35.000 a.C.) e soprattutto le due famose Veneri steatopigie, dalle quali la grotta prenderà il nome. Si tratta di una delle più straordinarie espressioni della cultura delle popolazioni paleolitiche: statuette di figure femminili dai pronunciati attributi materni (ventre, fianchi, glutei, seni), certamente degli amuleti propiziatori di fertilità. L’accesso alla grotta ora è impedito da una robusta cancellata.
La grotta fu frequentata sino all’età del rame (3.000 a.C.), poi i suoi abitanti fondarono un piccolo villaggio di capanne, dove restarono sino al 1.000 a.C. circa, quando un nuovo nucleo abitato sorge in una valle posta ad ovest del precedente: si tratta di Baubota o Bavota, città messapica colonizzata dai Greci dall’800 a.C.
Le cave hanno separato l’antica grotta dalla zona in cui venne costruito in epoca successiva il piccolo villaggio.
Di questo oggi sono visibili delle tracce nella roccia, dei profondi segni circolari in cui venivano fissati al terreno i tronchi portanti delle capanne.
Il villaggio, oggetto del mio viaggio nel tempo, è raggiungibile senza grandi affanni percorrendo una zona molto suggestiva ricca di alberi di ulivo piegati dalla fatica e dal tempo, anfratti naturali e grotte che nel passato hanno dato riparo agli uomini e agli animali, vecchie case abbandonate dove il fico d’india si è sostituito ai padroni di casa ad aspettare i visitatori sull’uscio.
Tra sfuggenti code di volpi e bianche civette che leste si negano all’obiettivo della macchina fotografica, sembra che il tempo si sia fermato, tra pendule di pomodori e fichi dimenticati ad essiccare in chissà quale stagione di quale anno.
E ovviamente non si poteva non fare ritorno a Tuglie percorrendo a piedi un tratto delle ferrovie, rivendendomi da ragazzo con lo sguardo rivolto in basso a cercare tra le pietre luccichii di quarzo

contorti ulivi

tra la zona industriale di Racale e il primo abitato di Racale, lungo un relitto di vecchia strada

Carrubo secolare

tratto da CULTURA SALENTINA

http://culturasalentina.wordpress.com/2010/11/05/il-carrubo-di-gallipoli-e-il-poeta-gabelliere/#more-6064

di AUGUSTO BENEMEGLIO

(…) e il maestoso Carrubo della Masseria Paccianna di Gallipoli, uno dei più importanti esemplari dell’area mediterranea, superiore perfino al tanto celebrato carrubo marocchino di Moulay Idriss. Sotto quel carrubo  glorioso veniva, un tempo, a sostare il poeta gabelliere, Raffaele Carrieri, conscio del fatto che “noi siamo i naufraghi di un’altra civiltà”.

Qui veniva “a incidere dispersi richiami, sulle spesse cortecce del sughero della storia, che lievi ondeggiavano al vento, come un nulla di cui si possa parlare”, un poeta quasi dimenticato nella sua terra natìa, Taranto, dove nacque nel 1905.

Parliamo di un eccezionale poeta nato dentro la tradizione della migliore poesia italiana del Novecento, quella dei Montale, dei Luzi, dei Sereni, dei Caproni, quella dei Bodini, dei Pagano,  ma anche quella dei grandi autori francesi, da Apollinaire a Valery, o dei surrealisti spagnoli come Lorca, un poeta che per tutta la vita visse nomade e disordinato, che fece tutti i mestieri possibili, pastore di pecore in Albania e in Montenegro, legionario a Fiume vicino a D’Annunzio, riportandone anche una ferita al braccio destro, che da allora in poi potè usare poco e male; un poeta che divenne marinaio su navi da carico e andò girovago per tutti i mari, i porti e i bordelli del mondo; poi fece il gabelliere in Sicilia (“La notte il gabelliere/ è più povero di Giobbe/La lepre ha la tana/ la pecora la …il gabelliere sconta il peggio”) e  si fermò  (e, direi, si formò)  a Parigi,  allora capitale universale della cultura, dove conobbe i maggiori artisti del tempo e fece tutte le esperienze d’avanguardia subendone tutte le suggestioni e fascinazioni possibili; scelse i suoi modelli “eroici”, Rimbaud, Eluard, Esenin e Garcia Lorca, di cui fu grande amico.

e il maestoso Carrubo della Masseria Paccianna di Gallipoli, uno dei più importanti esemplari dell’area mediterranea, superiore perfino al tanto celebrato carrubo marocchino di Moulay Idriss. Sotto quel carrubo  glorioso veniva, un tempo, a sostare il poeta gabelliere, Raffaele Carrieri, conscio del fatto che “noi siamo i naufraghi di un’altra civiltà”.

Qui veniva “a incidere dispersi richiami, sulle spesse cortecce del sughero della storia, che lievi ondeggiavano al vento, come un nulla di cui si possa parlare”, un poeta quasi dimenticato nella sua terra natìa, Taranto, dove nacque nel 1905.

Parliamo di un eccezionale poeta nato dentro la tradizione della migliore poesia italiana del Novecento, quella dei Montale, dei Luzi, dei Sereni, dei Caproni, quella dei Bodini, dei Pagano,  ma anche quella dei grandi autori francesi, da Apollinaire a Valery, o dei surrealisti spagnoli come Lorca, un poeta che per tutta la vita visse nomade e disordinato, che fece tutti i mestieri possibili, pastore di pecore in Albania e in Montenegro, legionario a Fiume vicino a D’Annunzio, riportandone anche una ferita al braccio destro, che da allora in poi potè usare poco e male; un poeta che divenne marinaio su navi da carico e andò girovago per tutti i mari, i porti e i bordelli del mondo; poi fece il gabelliere in Sicilia (“La notte il gabelliere/ è più povero di Giobbe/La lepre ha la tana/ la pecora la …il gabelliere sconta il peggio”) e  si fermò  (e, direi, si formò)  a Parigi,  allora capitale universale della cultura, dove conobbe i maggiori artisti del tempo e fece tutte le esperienze d’avanguardia subendone tutte le suggestioni e fascinazioni possibili; scelse i suoi modelli “eroici”, Rimbaud, Eluard, Esenin e Garcia Lorca, di cui fu grande amico.

Per Carrieri, che se ne andava in giro nudo, con i suoi pensieri, ma libero  (“Non più gabella, non più barriera…/senza sonno  e senza frontiera”, il ritorno nella terra dei suoi avi, nella Magna Grecia, a contatto con il Grande Carrubo, era un modo per rigenerarsi. C’è ancora chi lo ricorda settantenne col suo basco, le tele e i  pennelli (sì, perché fu anche pittore e critico d’arte di valore) andarsene al solito posto, sulla pietra glabra caotica e rocciosa,  butterata e silente quinta teatrale del Grande Carrubo della Paccianna, si poggiava lì seduto come una “nuvola in calzoni neri”  e accarezzava il fondo campestre  (ora sfigurato da una orrenda edificazione) e il volo della vespa solitaria,  gli sfilacciati sentieri, la sinfonia della mosche, i terreni nudi, le acque paludose; aspirava il profumo del mirto e il fragore dei papaveri e delle margherite di campo.

La poesia non è scrivania / e tanto meno carta…La poesia è in alto e anche in basso/ dove crescono semi/ fiumi e vermi.

Raffaele Carrieri si faceva sacerdote antico dinanzi al Carrubo-tempio votivo.

Tremano gli indovini / a leggere nelle tue mani / i miei profili oscillanti.

Da vecchio  poeta tarantino-spartano, da “alchimista fuggiasco /dalle remote ginestre /di Finisterre”, egli aveva dentro di sé echi  di guerrieri nudi, pieni di coraggio e d’avventura, e e filtri e magìe d’antico stregone. Nella sua bisaccia  di nomade si portava la  favola lunga, inesauribile, che non ha inizio, né fine, ma nel cui sottofondo è possibile avvertire  un senso sottile di sofferenza e di tensione ; ricreava,  quasi per istinto, la sua terra d’origine, quella Magna Grecia vitale e preziosa, di lamine metalliche, di mare e fantasia, miti e riti  che alla fine gli lasciava un retaggio  di malinconie (I tuoi rami sono lunghe mani di ragazze more…/ il tuo profumo è una scala di tondi lisci gradini / alla fine se ne vanno i cavalli / sentendo da lontano il mare / come gli zingari il rame”)  Alla sua Patria antica, Taranto, la Puglia, che lo ha trascurato,  che lo trascura,  ha lasciato un linguaggio immaginoso  ed epigrammatico, ora ermetico, ora surreale, con dei versi che “sono degli orologi, regolati sulla vita e sul calcolo”.

Un poeta che segna i tempi dell’indugio e le antiche cadenze, ma anche un pittore e un musicologo, un artista che conosceva il canto disperato dei “pompili” e attraversò tutti i boulevard di Parigi assieme a Prevert e ai clochards dei ponti della Senna,  un  uomo che fu tutto e il contrario di tutto: raffinato e trascurato, semplice e imprevedibile, generoso e implacabile, lucido e malinconico giocatore di prestigio, equilibrista del calembour, inesausto bevitore di Pernod , consolatore di puttane e mistico sacerdote del Grande Carrubo di Gallipoli.

Lo abbiamo davanti agli occhi, pur non avendolo mai veduto in vita nostra (“Anche a noi capita talvolta d’essere guardato così, come si guarda uno che non dovrebbe esserci, uno che non c’è mai stato “) e potremmo salutarlo così, coi versi del suo amico poeta milanese Giovanni Roboni, che lo vide morire, nel 1984, a pochi passi da casa sua:

E noi davanti  agli occhi non avremo che la calma distesa del passato/ a ripassare senza fretta / fermando ogni tanto l’immaginazione,/ tornando un po’ indietro, ogni tanto/ per capire meglio qualcosa, / per assaporare un volto, un vestito…un albero antico.

pineta Santo Spirito – ramo sud/ovest

particolare di questo tratto terminale di pineta sono dei canaletti scavati nella roccia colleganti alcune vasche gradonate.

palmento Li Foggi

all’interno della palude Li Foggi, vecchia costruzione rurale, dalle vasche all’interno, poteva essere un palmento.

palude Li Foggi

antenne Parabita

Collina S.Eleuterio, il punto più alto del basso Salento, quasi 200 metri, pieno di antenne. Quella più alta (100 m) è del secondo canale Rai ed è stata la prima.

cave di Tuglie

entrando da Parabita, sulla destra dopo la linea ferroviaria e salendo verso Montegrappa serie di tre cave, in parte abbandonate e in parte ancora attive.