ARCHEOLOGIA                                                                                       il mio Salento

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SPECCHIA ARTANISI

La specchia è ricoperta da macchia mediterranea e alberi di carrubo ed è fiancheggiata da un muro a secco. E’ costituita da due tumuli di forma approssimativamente circolare. Il primo cumulo misura 40x25 metri circa. Sulla sommità di questo fu individuata nel 2004, in seguito allo sradicamento di un albero, una prima tomba. Il secondo tumulo, un po’ più grande (45x30 metri) risulta molto compromesso per la rimozione di pietrame e per l’impianto di alcuni alberi di ulivo. In questo tumulo sono state individuate altre tre tombe.

In queste tombe, alcune delle quali interessate da scavi clandestini, sono state trovati reperti dell’età del bronzo:  ossa umane, un pugnaletto in bronzo, frammenti di vasi, una brocca e uno scodellone praticamente intatti. Le campagne di scavo sono del 2004 e 2008 a cura della Soprintendenza dei beni archeologici di Puglia.

Bietti Sestieri, De Luca, D’Onghia, Ferrari, gentile, Gorgoglione, Parise, Sammarco, Scarrozzi

“Ugento: ricerche archeologiche sulla Specchia Artanisi e sul territorio circostante”

Edito da Città di Ugento con la collaborazione di: Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università del Salento, Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia, Fondazione Cassa di Risparmio di Puglia, Studio di Consulenza Archeologica; Robinson Club Abulia; 2009

tombe messapiche di zona Raggi - Alezio

tombe Messapiche di Monte Elia - Alezio

un pezzo di lastra tombale reimpiegato nella costruzione di un caseddhu

  lastre tombali nella campagna vicino alla necropoli

l'ingresso della necropoli, interamente recintata, inoltre due inutili sbarre rotte e una costruzione, il tutto in stato di abbandono.

 

Strada "megalitica"  - Giuggianello

foto Angelo Puscio

Strada Messapica - Ugento

Serra Cicora

Il pianoro di Serra Cicora è un sito di notevole interesse archeologico, come dimostrato dagli scavi che hanno avuto inizio nel 1988 grazie ai primi ritrovamenti superficiali su segnalazione del Gruppo Speleologico Neritino, e sono ancora in corso.

L'importanza archeologica di Serra Cicora consiste nella presenza di una frequentazione del primo neolotico a ceramica impressa, seguita da uno stanziamento di neolitico recente - finale a ceramica Serra d'Alto e Diana.

A quest'ultimo (V millennio a.C.) si deve l'impianto di una vera e propria necropoli che ha restituito finora circa venti individui, alcuni dei quali in strutture megalitiche che anticipano una tipologia ritenuta fino a ieri molto più recente.

Non lontane dal sito neolitico, si trovano altresì le grotticelle di Serra Cicora, una delle quali ha restituito l'uluzzo - aurignaziano (paleolitico superiore iniziale), e un'altra ospitava sepolture del bronzo antico, il cui corredo era in tutto simile a quello della grotta dei Cappuccini di Galatone (Lecce), che ormai rappresenta il punto di riferimento meridionale per la prima età del bronzo.
La baia di Uluzzo
La baia di Uluzzo è una delle località più importanti nel Salento per quanto riguarda l'archeologia preistorica, come hanno dimostrato le ricerche inizate già nel 1961 dal Prof. Arturo Palma di Cesnola (Grotta del Cavallo) e dal Prof. Edoardo Borzatti von Lowenstern (grotte di Serra Cicora A, Mario Bernardini, Uluzzo, Uluzzo C o Carlo Cosma, Marcello Zei, Torre dell'Alto e Capelvenere) per conto dell'Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, e che grazie all'apporto di prestigiosi studiosi hanno messo in evidenza l'importanza archeologica dell'area anche a livello internazionale.

Le principali grotte e fonti di ritrovamenti della baia sono la grotta del Cavallo, che con i suoi otto metri di spessore di sedimenti documenta oltre 120 mila anni si storia, la grotta di Uluzzo, ubicata al di sotto della torre omonima, e la grotta Cosma. Nelle immediate vicinaze è localizzata la grotta Bernardini, ai limiti del parco la grotta di Capelvenere e nalla vicina S.Maria al Bagno la grotta del Fico, che ha restituito preziose testimonianze.

La grotta del Cavallo
La grotta ha restituito numerosi reperti legati all'Uomo di Neanderthal (resti macellati di animali, da cui il nome della grotta, manufatti di pietra, ecc.); nella grotta sono state rinvenute le testimonianze di una cultura, l'Uluzziano, riconosciuta qui per la prima volta, e che prende pertanto il nome dal toponimo locale.

I giacimenti più recenti ascrivibili al Paleolitico (12-10 mila anni orsono, Romanelliano), hanno restituito preziose documentazioni e in particolare incisioni antropomorfe, zoomorfe e astratte che ne fanno uno dei siti archeologici principali del Salento insieme alla grotta Romanelli ed alla grotta delle Veneri di Parabita.

GALLERIA - MATINO

da trovare

notizie di una galleria sotteranea che collegherebbe il palazzo marchesale di Matino ad una villa di campagna. Sarebbe stato in parte esplorato ma trovato allagato.

TOMBE MEDIOEVALI- CASARANO

da vedere

MONTE D'ELIA NECROPOLI MESSAPICA - ALEZIO  da vedere

La Necropoli Messapica, ubicata in contrada Monte d'Elia, è stata rinvenuta durante i lavori di scavo della Sovrintendenza Archeologica nel 1981-1985. Sono state rinvenute alcune tombe che rivelano l'elevato livello di civilizzazione dei Messapi. Attualmente è chiuso per lavori di scavo.

Le tombe rinvenute hanno restituito un ricco patrimonio funerario ancora oggi oggetto di studio.
Le sepolture mostrano diversi modelli di inumazione: a fossa terragna, a cassa di lastroni e a sarcofago monolitico con coperture squadrate a più lastroni in pietra calcarea (carparo) o talora da un unico lastrone monolitico a doppio spiovente.
La necropoli presenta un agglomerato di tombe poste l’una accanto all’altra creando un tale effetto scenografico che affascina i milioni di visitatori che ogni anno vengono a visitarla.
Diverse tombe offrono un serie di epigrafi incise all’interno recanti formule onomastiche in lingua messapica.

CASALE DI FULCIGNANO GALATONE  da trovare

Il Casale di Fulcignano, che era difeso e dominato dal fortilizio, è completamente scomparso. Le ipotesi sull’origine del Casale si perdono in fantasie mai accertate. Il De Ferrariis attribuiva al casale origini greche. Si vuol fare risalire l’etimo del toponimo al greco fulacà, "cosa nascosta", piuttosto che al latino fulcire, "puntellare, ergere su cavalletti". Ma nei documenti troviamo il sito censito come Furcignano (1192 e 1335), Zurfiniani (fine del 1200) o Furciniani (1426); nel dialetto locale è sempre Furcignanu, null’altro.

Ma anche l’effettiva localizzazione dell’abitato è stata fonte di congetture e supposizioni.

Felice Moro, appassionato di storia locale, cerca ostinatamente di far coincidere Fulcignano con quel Frautentium citato da Plinio il Vecchio, morto durante l’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., nella frase «ab Hidrunte Soletum desertum dein Fratuentium, statio Miltopes...». La supposizione, a tutt’oggi, oltre che vaga, gravata da una lacuna documentaria e priva dei necessari riscontri, non sembra poter essere suffragata né dall’etimo completamente diverso, né da alcun rinvenimento archeologico veramente probante.

è pur vero che si sono rinvenute tracce di costruzioni romane in tutto l’agro di Galatone posto nel quadrante immediatamente a nord-est dell’abitato attuale, in particolare in contrada Barrotta, Bondosa e Rose; in genere deve trattarsi di ville e masse romane del latifondo tardo imperiale. Lo dimostrano le tracce di centuriazione rinvenute da Riccardo Vigano, operaio specializzato in scavi archeologici e già locale Soprintendente Onorario. Ma la colonizzazione romana a ville sparse non dovrebbe avere molto in comune col Casale di Fulcignano né col misterioso Fratuentium.

Lo stesso Vigano, invece, ha rintracciato presenza fittile di origine romana in un ben definito nucleo prossimo proprio al recinto castellare. Di sicuro, al di là di ogni altra congettura metastorica, era lì che si è andato a costituire il nucleo abitato del casale vissuto fino alla metà XV secolo, quando fu completamente abbandonato. La frequentazione si espande con reperti ceramici bizantini e poi normanno-svevi, sino a raggiungere la massima estensione con ceramica rinascimentale. Questi reperti fanno ipotizzare che il casale si è sviluppato a partire dal VI secolo, quando vi fu la intromissione di genti bizantine che si installarono su probabili preesistenze romane. Ma i reperti rinvenuti sono solo frutto di raccolta di superficie, in quanto una campagna di scavo scientifica ed approfondita non è stata mai intrapresa. Però, a conferma dell’attendibilità delle ipotesi archeologiche provenienti dalla lettura dei reperti, si può segnalare come, nell’ellisse di territorio che prospetta il lato est del castello e che è interessata dai rinvenimenti, siano riscontrabili cisterne e pozzi di capienza e portata decisamente importanti. Saverio Caputi, medico e uomo di cultura, ancora nell’Ottocento, rinveniva «cisterne e trozzi profondi, granai e vie sotterranee, rottami e pezzi di antiche mura». 

Conforta l’ipotesi proveniente dall’archeologia di superficie la fotointerpretazione delle tavole aerofotografiche IGM. Qui si leggono con sufficiente chiarezza due percorsi viari ortogonali che dividono l’ellisse di territorio in oggetto secondo gli assi della stessa. La zona, inoltre, è caratterizzata da un certo consistente rilievo rispetto ai terreni circostanti e la conformazione ellittica del nucleodel probabile insediamento è ribadita dagli stessi attuali percorsi viari.

Sembrerebbe proprio che il castello sia stato localizzato come fortificazione esterna ad un chorion bizantino. Probabilmente il fortilizio, probabilmente sviluppatosi sotto i Normanni, era dapprima posto su di una motta ed, in seguito, si è espanso in epoca sveva per imporre il controllo dell’incrocio dei percorsi costituiti dall’Augusta Traiana Salentina Ionica, che andava da Taranto a Ugento, e del percorso istimico che andava da Otranto allo scalo di Nardò, il latino Portus Nauna, le attuali S. Maria al Bagno e S. Caterina.

Il Fuzio ritiene che Fulcignano facesse parte di una linea difensiva normanna costituita da dodici castelli costruiti ex novo che andavano da Gallipoli a Castro.

L’importanza di Fulcignano come centro di passaggio di carovane e di pellegrini, oltre dalle profonde tracce di ruote sulla roccia affiorante nelle carrarecce limitrofe, è testimoniato dall’epigrafe di uno xenodochio distrutto, rinvenuta a fianco alla chiesa rurale di Fulcignano, che il vescovo di Nardò Antonio Sanfelice legge nel 1719 durante una visita pastorale. L’epigrafe è in greco ed in latino. In latino recita: «theodorus protopas famulus sanctae dei genitricis hospitium construxit anno 6657», corrispondente al 1149 del calendario cristiano.

 

 

PAZZE

Insediamento di "Le Pazze"    (a cura del dott. Roberto Maruccia)  

  In località Le Pazze, a km.1,7 N O in linea d'area rispetto alla torre costiera, prospiciente l'omonimo isolotto, è presente una duna sabbiosa tagliata lungo il lato est dalla moderna S.P. Torre S. Giovanni - Gallipoli.

Sulla sommità di questa a circa m.27 s.l.m. è stata individuata un area di frammenti fittili. Questa potrebbe almeno in parte essere interessata dal dilavamento, visto la natura scoscesa della duna sottoposta a continue erosioni naturali.   

   La visibilità è buona e l'area di dispersione è di m. 50 parallela alla linea di costa e di m. 20 in direzione est.

Il materiale comprende tutti frammenti dell'età del bronzo fra cui: uno di parete carenata di olla, numerosi frr. di parete di piccolo contenitore. L'insediamento di Pazze è noto anche nella bibliografia archeologica, perché scavato da G. Cremonesi negli anni settanta.(9) Inoltre, sempre in riferimento a questo insediamento costiero, abbiamo notizie di un'antica specchia, andata distrutta in epoca recente, al seguito di lavori per la realizzazione della moderna strada. Questa specchia, detta anche di Carlo Magno (10) o Delle Pazze (11) trovava riferimenti con le specchie presenti nell'insediamento dell'età del bronzo di Roca Vecchia e altri insediamenti protostorici della penisola salentina. (12) La frequentazione di Pazze, sulla base dei dati di scavo, si fa risalire al bronzo finale.

vedi scheda

 

 

MADONNA DI CIVO  - MELISSANO

fiorente abbazia del 1500, ne rimangono poche pietre. v. anche Chiese Rupestri

ABBAZIA DI CASOLE  -  OTRANTO

antico cenobio di monaci, in pessimo stato ne rimangono pochi ruderi.

L'abbazia di San Nicola di Casole viene fondato sul finire dell'XI secolo D. C. per volere del crociato Boemondo I, figlio di Roberto il Guiscardo, condottiero Normanno.Otranto, Abbazia di San Nicola di Casole.

http://www.cronologia.it/storia/tabello/tabe1621.htm

http://www.geocities.com/enosi_griko/Arthra/S.NicoladiCasole.htm

http://www.otrantopoint.com/san_nicola_di_casole.html

 

CENTOPORTE - GIURDIGNANO

chiesa di San Cosma e Damiano detta Centoporte. rara testimonianza di basilica cristiana costruita nel VI secolo

ALTRE NOTIZIE

Abbazia Centoporte - Giurdignano.

Coordinate = Lat: 40.137058, Lng: 18.439404

 

CISTERNALE  -  VITIGLIANO

 

Situato sulla circumvallazione di Vitigliano, inserito nel contesto urbano, il Cisternale, è stato datato dal Profl Paul Arthur, medievalista dell'Ateneo Leccese, al VI secolo d. C.
Esso fu segnalato e dettagliatamente descritto dal Prof. Cosimo De Giorgi nel 1888. E' costituito da una buca rettangolare che al livello del suolo misura m. 12.40 e larga m. 3.25, mentre alla base la sua lunghezza è di m. 13.20 e la sua larghezza di m. 3.95; la profondità del monumento è di circa m. 3.20. La copertura è costituita da 36 monoliti in pietra, dei quali ne rimangono solo sedici, che misurano da m. 1.94 a m. 2.80 di lunghezza e da m. 1.00 a m. 0.50 di larghezza con uno spessore che varia da 35 a 40 cm. Il monumento è orientato da Nord a Sud e presenta le pareti intonacate. Sulla sua funzionalità nel periodo altomedievale c'è qualche perplessità: per alcuni è una struttura tombale per altri è un contenitore di liquidi. Da qui la denominazione di Cisternale.

PARCO DEI GUERRIERI

Percorso turistico-archeologico nell'area di Vaste.

http://www.quisalento.it/pagine/musei20.html

 

SCAVI DI VASTE

numerose tombe e un tempio, nelle vicinanze la cripta S.Stefani

 

ALTRE NOTIZIE

http://www.archeosalento.it/vaste.htm

 

CHIUSA DEL FANO

Negli anni 80 una equipe di archeologi australiani ha trovato importanti tracce di un villaggio fortificato.

è stato scoperto il sito messapico della Chiusa, oggetto di una esplorazione sistematica compiuta, a partire dal 1987, da ricercatori ed archeologi dell’Università di Sidney, in collaborazione con l’Università di Lecce.

Delle mura ciclopiche realizzate con grosse pietre, larghe sino ad otto metri ed alte quattro, cingevano l’abitato, cui si poteva accedere esclusivamente da una imponente porta. Oggi delle mura sono rimasti solo alcuni resti e la porta d'ingresso ad ovest.

 

I Fani ed il Canale del Fano - SalveWeb.it

 

TOMBE MESSAPICHE DI UGENTO

 

una tomba aperta da tombaroli

Interessante gruppo di tombe Messapiche interessate da una campgna di scavi archeologici. Attualmente in stato di abbandono.

La Necropoli situata in località Sant'Antonio, vicino alla Cripta del Crocifisso, sulla strada provinciale che da Ugento porta a Casarano e Melissano; occupa una fascia di terreno interna alle mura Messapiche.
La zona era adibita a tale uso, già intorno alla metà del VI secolo a.C., come testimonia il corredo di una tomba.
Il resto della Necropoli é datato invece al IV secolo a.C.
Le tombe sono del tipo a semicamera intonacate e decorate a pittura con motivi geometrici a due colori, rosso e blu, ed anno orientamento Nord-Ovest, Sud-Est.

 

Il villaggio medievale di Apigliano, Martano (LE)

Il sito di Apigliano, nel cuore della Grecìa Salentina, è noto oggi attraverso l'esistenza della chiesa, oggi sconsacrata, di Santa Maria, ma conosciuta dagli abitanti del territorio come San Lorenzo, e le due masserie, Apigliani Piccolo ed Apigliani Grande. Del villaggio medievale, attestato nelle fonti documentarie, senza soluzione di continuità, a partire dal XIII secolo, non si avevano dati al di fuori del suo 'peso' fiscale. Gli scavi, condotto sin dal 1997, hanno messo in luce le fasi di vita del villaggio a partire dall'VIII secolo, quando il Salento era parte integrante dell'Impero bizantino.

ALTRE NOTIZIE

Archeologia Medievale Lecce - Apigliano, Martano (LE)

 

Il casale medievale di Quattro Macine, Giuggianello (Le)

 

'Quattor Macinarum', casale attestato, per la prima volta nelle fonti documentarie nel 1219, un diploma dell'imperatore Federico II a favore dell'Arcidiocesi di Otranto, comincia la sua lunga vita in età bizantina. 

ALTRE NOTIZIE

Archeologia Medievale Lecce - Quattro Macine, Giuggianello (LE)

 

Grubenhauser nella Puglia bizantina

Località Scorpo, Supersano (LE)

Archeologia Medievale Lecce - Supersano (LE)

In seguito a scavi archeologici condotti nel 1999 in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica della Puglia, in un'area destinata all'espansione industriale del Comune di Supersano (LE), sono venute alla luce alcune testimonianze relative ad un insediamento di età alto medievale.

ALTRE NOTIZIE

 

La Chiesa di Santa Maria della Strada, Taurisano (Lecce).

Archeologia Medievale Lecce - Santa Maria della Strada, Taurisano (Lecce)

 

La chiesa, attualmente inglobata nel tessuto urbano del piccolo centro salentino, si colloca all’interno di un territorio che conserva ancora evidenze archeologiche a partire dall’età tardo antica come la chiesa intitolata attualmente a S. Donato dalla abside poligonale all’esterno.

ALTRE NOTIZIE

 

Località Vicinanze (Giurdignano, LE).

Archeologia Medievale Lecce - Vicinanze, Giurdignano (LE)

. Ai due limiti del sito, verso Est e verso Ovest, emergono due monoliti calcarei (menhir) infissi verticalmente nella roccia, conosciuti come Vicinanze I e Vivinanze II, alto circa 3,67m, inserito nel progetto di recupero e valorizzazione dei menhir presenti nel territorio del Comune di Giurdignano. 

ALTRE NOTIZIE

 

Santa Maria di Cerrate, Lecce

Archeologia Medievale Lecce - Santa Maria di Cerrate, Lecce

L’Abbazia di Santa Maria di Cerrate è uno dei siti di età medievale meglio noti del territorio salentino. Sede di un importante monastero italo-greco, che una tarda tradizione locale vuole che sia stato fondato agli inizi del XII secolo dal conte Tancredi, 

ALTRE NOTIZIE
 

Gli scavi a Muro Leccese

Archeologia Medievale Lecce - MUro Leccese (LE)

Gli scavi nel centro storico di Muro, insieme alle indagini del suo territorio, hanno dimostrato come tra '400 e '500, si è verificato un notevole ridistribuzione del popolamento. Piccoli centri medievali a Brongo, a Miggianello, o presso la chiesa bizantina di S. Marina, sono stati abbandonati, mentre il sito dell'attuale centro storico è stato potenziato, con la realizzazione di un borgo pianificato con strade ortogonali, ed insulae rettangolari, intorno ad una piazza di mercato, il tutto circondato da cinta muraria e fossato. 

ALTRE NOTIZIE

http://www.archeosalento.it/muro_messapica.htm

 

Il Castello di Corigliano D'Otranto

Archeologia Medievale Lecce - Il castello di Corigliano d'Otranto (LE)


Sul lato Nord Ovest dell'attuale centro storico, ricco di testimonianze architettoniche d'età basso medievale e rinascimentale, posto su una zona rilevata rispetto al resto dell'abitato, si trova il castello dei principi De' Monti. Dietro la facciata barocca, opera della seconda metà del Seicento, eseguita da maestranze locali, si snoda un'imponente struttura dall'impianto quadrangolare, munita di quattro torri angolari, circolari e scarpate, e circondata da un fossato.
Si tratta di uno dei migliori e meglio conservati esempi di architettura militare dell'inizio del Cinquecento in Terra d'Otranto, fatto ricostruire, probabilmente sui resti di una struttura fortificata precedente, da Francesco De'Monti, barone di Corigliano e capitano dell'esercito aragonese che aveva combattuto contro i Turchi nel 1481 per liberare Otranto.

ALTRE NOTIZIE

 

FOCONI UGENTO

ho avuto la fortuna, da ragazzo, di vedere questo posto, prima che venisse colmato. Mi ricordo di una grande e misteriosa buca.

http://www.ugentoantica.it/GrottaFocone.html

Il complesso archeologico del Fondo Focone si colloca nel momento iniziale dell’Epigravettiano e presenta dei caratteri particolari e nuovi per il Salento, ma solo "a scavi ultimati si vedrà se esso possa costituire una particolare Facies del Gravettiano italiano, cui si debba assegnar un nome che in tal caso dovrebbe esser Ugentiano" (Luigi Cardini).
La presenza di carboni e focolari indica poi che l’uomo di Grotta Focone si serviva del fuoco per cuocere il cibo, oltre che per riscaldare la grotta e tenervi lontani gli animali.

rinvenimento di numerosi manufatti per la lavorazione del pellame come bulini e raschiatoi, i primi dei quali erano utensili da taglio, mentre i secondi venivano impiegati per ripulire la pelle dal grasso e dai peli.
Di notevole interesse è stato, infine, il rinvenimento di alcuni graffiti su pietra che, se pur limitati a poche composizioni geometriche, stanno ad indicare che l’uomo di Grotta Focone aveva elaborato una cultura che superava quella puramente materiale e che nella sua vita vi era qualcosa in più del puro e semplice sfacchinare per vivere.

vedi scheda

 

 

MAGURANO ALESSANO

villaggio rupestre “Macurano”, antico insediamento rupestre sorto su una serra e scavato nella pietra calcarea

All’interno delle grotte, vi sono diverse iscrizioni e incisioni raffiguranti croci greche e latine

 


foto di http://www.panoramio.com/user/864915&comments_page=1&photos_page=4

POGGIARDO

 

STRADA MESSAPICA

ROCA VECCHIA

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facente parte del comune di Melendugno (LE), è situata in un tratto di costa adriatica alta e rocciosa a circa 10 km a nord di Otranto, esplorata, per la prima volta nel 1928. Il suo agglomerato urbano si sviluppa su un’area di circa 26 ettari, una sorta di penisola, la cui scarpata si presenta ad un’altezza media di circa 10 m dal livello del mare. Gli scavi archeologici svolti in questa zona sono stati condotti dal Dip.to di Beni Archeologici dell’Università di Lecce, diretti dal prof. Cosimo Pagliara, che da più di 20 anni sta riportando alla luce l’abitato. I dati già raccolti indicano che il luogo è stato abitato dall’età del Bronzo e che la sua fondazione viene ricollocata nello stesso periodo della ricostruzione della città di Manfredi, ma è una città quasi del tutto sconosciuta. Tale città ebbe vita alquanto complessa, visto che le sue vicende si alternarono tra periodi di grande sviluppo sino a due complete distruzioni: una nel periodo protostorico ed una alla fine del ‘500.Roca

http://www.archeosalento.it/roca.htm

leggi articolo del G.S.N.

POZZETTI CARSICI SULLA SCOGLIERA DI ROCA VECCHIA

leggi articolo del G.S.N.

 

VERETO PATU'

antico insediamento mesapico.

Città messapica (ancora da studiare) immersa nel paesaggio rurale della serra di Vereto nel Comune di Patù (Le).

Coordinate = Lat: 39.835960, Lng: 18.325882Fu un’antichissima città messapica fondata sull’omonima collina alla periferia dell’attuale Comune di Patù, in direzione sud-ovest.
Il primo a parlare di Vereto è stato il grande storico greco Erodoto all’inizio del V secolo a.C.: secondo il racconto erodoteo una colonia di Cretesi, navigando lungo la Iapigia per giungere dalla Grecia in Sicilia, sorpresa da una grande tempesta, fu sbattuta sulla costa più vicina, quella di Leuca, dove fondò la città di Iria e poi altre città. Conseguentemente questi naufraghi cretesi cambiarono il nome in Iapigi-Messapi.
VeretoE’ convinzione generale degli studiosi che la città di Iria corrisponda a Vereto. E’ certo che tale città diventò famosa nell’antichità in tutto il bacino del Mediterraneo, nel periodo di massimo splendore era difesa da mura poderose -a blocchi isodomi- lunghe più di 4 Km e dominava su un comprensorio che abbracciava anche Leuca e la vicina S. Gregorio: nella baia di S. Gregorio Vereto costruì un comodo porto, i cui resti possono essere ammirati sul fondo del mare, a pochi metri di profondità, proprio di fronte alla punta rocciosa che protegge l’insenatura dalle mareggiate di scirocco.
Altre testimonianze veretine superstiti a S.Gregorio sono una scalinata messapica e l’imboccatura di un pozzo che un tempo riforniva di acqua fresca le navi alla fonda.
Nel III secolo a.C., quando il Salento venne conquistato da Roma, Vereto diventò un municipio; ancora oggi nella chiesa di S. Giovanni Battista a Patù, a sinistra di chi entra, è conservato un grosso blocco di marmo, un cippo romano sulla cui facciata leggiamo la seguente iscrizione in latino: M. Fadio M.F. / / Fab. Valerino / / Post mortem / / M. Fadius Valerianus pater / / et Mina Valeriana mater / / L.D.D.D. (Locum Decreto Decurionis Dant) (A Marco Fadio / / Valerino / / dopo la morte / / Marco Valeriano padre / / e Mina Valeriana madre / / posero con decreto del Decurione).
Questa pietra, nota come “base dei Fadii”, databile per consenso unanime al I-II secolo d.C., deve la sua importanza al fatto che è la prova più evidente della istituzione municipale in Vereto durante la conquista romana, con la particolarità ancor più preziosa dello statuto noto come decurionato. I tre personaggi dell’epigrafe -padre, madre e figlio- recano lo stesso cognome, Valerianus: evidentemente i genitori erano dei liberti che in onore del benefattore avevano assunto quel cognome all’atto dell’emancipazione, per poi imporlo anche al figlioletto.
Per trovare una città messapica potente quanto Vereto bisognava spostarsi fino a Ugento verso ovest, e fino a Vaste in direzione nord. In epoca romana era comodamente servita dalla Via Traiana che, fatta costruire in tutto il Salento intorno al 106 d.C. dall’imperatore Traiano in ampliamento all’antica Via Appia, girava tutt’intorno alla penisola a partire da Brindisi per finire a Taranto, simile a una sorta di litoranea circumsalentina: tratti superstiti di antiche vie sono sparsi nell’area classica veretina; motivo di attrazione sono i resti dell’estesa cerchia muraria di Vereto, databile al IV secolo a.C., e brevi tratti di muri d’ epoca romana.
La maggior parte dei reperti archeologici ed epigrafici venuti alla luce dalle campagne di scavo o a seguito di fortuiti ritrovamenti, è conservata presso il Museo Provinciale di Lecce: tantissimi oggetti -terrecotte, vasi, olle, lucerne, capitelli- sono finiti nelle mani di privati e da qui nel mercato clandestino dell’antiquariato. E’ curioso il fatto che, girovagando fra i terreni della collina di Vereto, ci si imbatta in tanti piccolissimi frammenti di ceramica e terracotta che sono diventati un unico impasto con il terreno vegetale.
E’ opinione consolidata che il centro dell’antica città messapica corrisponde alla zona in cui oggi sorge la chiesetta della Madonna di Vereto, il punto più elevato dell’intera collina.[...]
Un discorso aperto è quello legato alle scoperte determinatesi casualmente, durante normali interventi di scavo per edilizia, nel luglio del 1997 a Montesardo, a pochi chilometri da Vereto, in direzione nord: resti di mura e oggetti vari venuti alla luce impongono un approfondimento della situazione, così come del resto sta avvenendo per intervento diretto della Soprintendenza Archeologica della Puglia. Ma già alcune indicazioni, prima fra tutte l’estensione della Montesardo messapica su un’area di circa cento ettari, spingono i ricercatori verso atteggiamenti di estrema cautela.
Sta di fatto che a proposito di Vereto occorre parlare non di una città messapica, bensì di un vero e proprio comprensorio veretino, nel senso di una vasta area in cui un centro molto potente esercitava la sua autorità sui dintorni trasformandoli pian piano in avamposti militari e in magazzini per vettovaglie oppure assorbendoli gradualmente nella propria orbita fino a farli scomparire: solo così si spiega la vicenda del sito alla masseria del Fano, oppure le mitiche Cassandra e Tirea alla periferia di Morciano, e ancora la sorprendente serie di granai messapici in pieno centro cittadino di Morciano, la millenaria storia di Leuca con la grotta Porcinara e gli insediamenti protostorici del Promontorio Iapigio e infine l’esistenza di una poderosa muraglia - alta circa mt. 2 e spessa mt. 1,5 - situata a mt. 1,5 di profondità lungo l’attuale muro di confine tra fondo Cipollaro e fondo Lame alla periferia nord-ovest di Morciano (detta muraglia, venuta alla luce nell’estate del 1988 durante la costruzione di una strada e immediatamente ricoperta di terreno vegetale, è in attesa di regolari scavi archeologici).
Cesare Daquino, I Messapi e Vereto, Capone Editore, Cavallino 1991, pp. 256-257.

 

Le antiche cittadelle di Cassandra e del Casale  - SALVE

Menzionata da storici quali il Tasselli, il Marciano, il Carafa, la cittadella di Cassandra era situata sulla collina oggi denominata "Profichi", non lontano dal Canale del Fano.

Cassandra, da molti identificata come l'insediamento di Spigolizzi, fu, secondo la leggenda, la città nella quale c’era il mulino che macinava le pepite d’oro.

Fiorente centro abitato, dedito alla produzione di olio e vino, fu distrutto nel 548 d.C. ad opera dei Goti.

Tra i pochi reperti rinvenuti alcune tombe (scoperte verso la fine del 1800) ed un tesoretto costituito da un centinaio di monete d’argento del IV e III sec. a.C., contenute in un vaso di creta.

In territorio di Salve ci fu un altro antico centro messapico del quale, purtroppo, non si conosce il vero nome. Ai tempi del Tasselli questo piccolo centro venne chiamato Casale San Biagio in quanto nel XVI secolo sorse nelle vicinanze una cappella dedicata a "Santu Lasi".

Il Casale era lambito dall’antichissima strada messapica che congiungeva Vereto con Ugento che in seguito, ampliata e restaurata dall’Imperatore Traiano, fu ribattezzata Via Traiana.

Pochi i ruderi rinvenuti a causa dei ripetuti lavori di dissodamento e bonifica del territorio effettuati nel corso dei secoli per esigenze agricole. Tra questi alcune tombe, delle monete di Graziano, frammenti d’anfore e parte di un bassorilievo con didascalia messapica rinvenuto per caso nel 1924 durante i lavori per la piantagione di un vigneto. Il frammento della misura di 60 x 40 cm fu consegnato al Museo di Gallipoli.

Immagine del bassorilievo rinvenuto nel 1924

(Immagine reperita da "Salve, Storia e Leggende)

Si suppone che il Casale venne abbandonato dai suoi abitanti intorno al VI secolo dopo Cristo a causa di una pestilenza oppure, come già avvenuto per Cassandra, a causa della furia devastante dei Goti.

tratto da Salveweb

L' insediamento di Spigolizzi - SALVE

L'insediamento protoappenninico di Spigolizzi è situato nei pressi delle masserie "Spigolizzi" e "Profichi" a circa 100 m. su livello del mare.

Per periodo protoappenninico, si intende quella prima parte del Bronzo Medio (XVI-XV sec. a.C.) che abbraccia l’intero Meridione d’Italia, nel quale si delinea una crescita numerica degli insediamenti a scapito del fenomeno del nomadismo che aveva largamente caratterizzato il periodo precedente.

Da una raccolta di superficie, effettuata negli anni '60 dal gruppo speleologico "De Lorentiis", sono stati rinvenuti, a Spigolizzi, numerosissimi reperti ceramici e faunistici.

(Foto: R. Negro)

I reperti faunistici appartengono prevalentemente ad animali domestici come bovini e caprini, testimoni di una attività agricolo-pastorale tipica del periodo storico.

Fra i reperti ceramici rinvenuti ricordiamo frammenti di anse, piatti, tegami, ciotole, olle e vasi.

Dalla presenza di numerosi frammenti di intonaco inoltre, si presume che il villaggio di Spigolizzi fu costituito da una serie di capanne.

tratto sa salveweb

L' insediamento messapico della Chiusa ai Fani

I Messapi hanno abitato il territorio di Salve sin dall’età del Bronzo.

Ricercatori ed archeologi dell’Università di Sidney, in collaborazione con l’Università di Lecce, hanno condotto, a partire dal 1987, un’esplorazione sistematica del sito messapico arcaico della "Chiusa" presso la Masseria dei Fani.

Grazie agli scavi effettuati è stato possibile ipotizzare una ricostruzione delle fasi principali dell’insediamento.

(Foto: R. Negro)

Il primo insediamento si ebbe intorno al 1550 a.C., ad opera di abitanti giunti, probabilmente, da un villaggio vicino ed attratti sul luogo dalla presenza di una sorgente d’acqua dolce. I frammenti rinvenuti fanno supporre che le prime capanne fossero costruite con rami e fango.

Abbandonato verso il 1400 a.C., per ragioni ancora oggi sconosciute, il sito rimase disabitato sino al 900 a.C.

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Gli abitanti del secondo periodo (Età del ferro iniziale), vivevano in capanne di pianta ovale realizzate con mattoni di fango essiccati e con un tetto di rami e paglia. L’economia dell’insediamento era basata sull’agricoltura e sull’allevamento del bestiame.

All’inizio del VII sec. a.C., il villaggio venne nuovamente abbandonato.

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Soltanto verso il 550 a.C. ,l’insediamento tornò ad essere abitato. Questa volta le "abitazioni ", di pianta rettangolare, realizzate con mattoni essiccati al sole erano coperte da tegole in terracotta.

Un muro di recinzione realizzato con grosse pietre, largo sino ad otto metri ed alto quattro, cingeva l’abitato, cui si poteva accedere esclusivamente da una imponente porta.

Numerosi reperti relativi a questo terzo periodo sono stati rinvenuti alla Chiusa; frammenti di vasi ed anfore, iscrizioni messapiche con caratteri greci dal significato ancora oscuro, frammenti di ossa, un’immagine di Dionisio, ecc..

Questo villaggio messapico fu abbandonato definitivamente intorno al 470 a.C. a causa, probabilmente, del periodo critico che l’intera Messapia stava attraversando, contrassegnato dai ripetuti scontri con la colonia greca di Taranto.

tratto sa salveweb

Grotta di S. ERMETE  -  Matino

Nota preliminare sulla grotta di S. Ermete     di Giuliano Cremonesi

La storia delle ricerche nella zona di S. Ermete ripete le vicende di troppi giacimenti preistorici, soprattutto nel Paleolitico, che, segnalati alle Autorità Centrali, non sono mai stati adeguatamente tutelati, forse anche perché lontani dagli interessi specifici dei Sovrintendenti alle Antichità, di norma archeologi classici.
Anche depositi nel massimo interesse scientifico sono abbandonati oppure affidati agli interventi necessariamente lenti, parziali, spesso discontinui per l'esiguità dei fondi, delle Università o di altre Istituzioni scientifiche, le quali d'altra parte possono occuparsi della conduzione metodica dello scavo ma non hanno la facoltà né la possibilità di intervenire direttamente per la conservazione e la salvaguardia nel deposito.
In tal modo, purtroppo, testimonianze di enorme valore sulle più antiche vicende umane in Italia sono state irrimediabilmente cancellate da eventi naturali, molto più spesso dalle irresponsabili azioni dell'uomo, che ha esplicato in vario modo e con inarrestabile intensità la sua opera demolitrice attraverso le sistemazioni agricole, i lavori di cava o, di norma, con la speculazione edilizia. (1).
Per fortuna S. Ermete rappresenta una notevole anomalia in una situazione tanto grave poiché, per la prima volta forse in Italia, un Ente locale, l'Amministrazione Comunale di Matino, ha affrontato in prima persona l'impegno di tutelare il giacimento, gravemente minacciato poiché compreso nelle zone di completamento nel programma di fabbricazione, sollecitando ripetutamente l'intervento della Sovrintendenza e ricorrendo infine a tutti gli strumenti di cui poteva avvalersi per salvare almeno l'area archeologica dall'assalto di costruzioni che ormai la cingevano da ogni parte.
E' una vicenda piuttosto lunga che tuttavia vale la pena di riassumere almeno per sommi capi. L'inizio risale all'ormai lontano 1965, anno della scoperta ad opera dei fratelli Antonio e Francesco Piccinno, i quali la segnalarono immediatamente alla Sovrintendenza. Da allora si sono ripetute continuamente le ricerche in superficie con la collaborazione dell'Università di Lecce, che era ed è attivamente impegnata nella zona con le numerose campagne di scavo, condotte assieme all'istituto di Antropologia e Paleontologia Umana dell'Università di Pisa, nella notissima Grotta delle Veneri di Parabita e con quelle, tuttora in corso, nella Grotta della Trinità di Ruffano. Queste esplorazioni permisero non solo di raccogliere un notevole numero di manufatti e di resti faunistici sparsi sul terreno superficiale, ma soprattutto di precisare sempre meglio l'importanza nel ,giacimento, che veniva ricordata continuamente in varie relazioni inviate alle Autorità competenti.
Dal 1975 sia l'istituto di Archeologia che l'Amministrazione Comunale di Matino, sollecitata in particolare dall'Avv. Primiceri e dal Prof. Panzeri, hanno intensificato le richieste di tutela di S. Ermete, che da quel momento pareva direttamente minacciato dalla lottizzazione abusiva.
Un notevolissimo contributo alla salvaguardia della collina di S. Ermete è stato inoltre dato dalla pubblicazione della monografia di T. Leopizzi che, nel rivisitare con commossa partecipazione le vicende e i monumenti salienti della storia di Matino, ha diffuso e comunicato la consapevolezza nel grande interesse offerto dalle numerose e preziose fonti di documentazione, non ultima fra queste la più antica, quella di S. Ermete, di cui sollecita la tutela attraverso un'ampia rassegna dei dati fino ad allora raccolti. (2).
Finalmente nel luglio nel 1979, con l'appoggio concreto dell'Amministrazione Comunale di Matino, si è deciso di eseguire un piccolo sondaggio allo scopo di accertare quale fosse la natura e la consistenza nel deposito e controllare, quindi, se l'importanza archeologica della località corrispondesse realmente ai risultati, già di per sé notevoli, raggiunti con le semplici raccolte in superficie.
La struttura generale della zona appare infatti piuttosto complessa e tormentata e potevano sorgere non pochi dubbi sulla utilità di intraprendere scavi sistematici molto impegnativi. A circa due metri al di sotto della sommità della collina si apre un grande semicerchio di roccia, che ha al centro la grotticella di S. Ermete, che deve probabilmente il nome ad una utilizzazione quale laura basiliana di cui sono rimaste scarsissime tracce, a malapena leggibili a causa nel lungo abbandono.
Appare evidente che la attuale grotticella altro non è che il residuo, il fondo, di una vecchia enorme cavità la cui volta è crollata lasciando solo la parte inferiore delle pareti, che formano appunto questo gradone di roccia che si incurva a delineare un imponente arco. Di fronte alla grotta si estendono piccoli terreni, che fino a non molti anni fa erano stati coltivati e sistemati con faticosa opera di terrazzamento, ingombri di grossi massi di calcare e di breccia.
E' ovvio che, se anche i sondaggi non avessero dato risultati considerevoli, sarebbe stata già di per sè un'azione meritoria l'aver salvato la zona, non solo per il grande valore intrinseco delle raccolte di superficie che, continuando, avrebbero incrementato notevolmente il patrimonio archeologico salentino, ma soprattutto per il suo alto valore paesistico, marcato dagli enormi blocchi, in cui il bianco delle ossa fossili spicca sul rosso vivo della breccia. Vi si potrà forse ricostituire col tempo, a degna cornice di tanta storia, quella "macchia" tipica della serra, ora completamente degradata e circondata dalla squallida, falsa eleganza di giardini di ville e villette ricolmi di specie esotiche, spesso stentate e sgradevolmente contrastanti con l'ambiente.
Al momento di iniziare i sondaggi si temeva di incontrare ben presto i massi di crollo della volta i quali, se da una parte avrebbero forse potuto sigillare e conservare eventuali depositi sottostanti, avrebbero certo costituito un ostacolo insormontabile al proseguimento delle ricerche, per l'impegno enorme che avrebbe richiesto il lavoro di smantellamento all'inizio di un'impresa i cui esiti sarebbero rimasti a lungo incerti. Il pericolo maggiore, tuttavia, era nella possibilità che i lavori agricoli, soprattutto quelli di terrazzamento, avessero intaccato tanto profondamente il deposito da non lasciare nulla in posto, tranne i piccoli lembi di breccia lungo il gradone roccioso, visibili anche in superficie e pressoché inutilizzabili per un'indagine sistematica. In tal caso il giacimento poteva considerarsi praticamente distrutto e il suo interesse scientifico si sarebbe ulteriormente ridotto, limitandosi alla semplice presenza di oggetti di età molto diverse tra loro e privi di un'esatta collocazione stratigrafica. Per fortuna entrambi i timori si sono rivelati infondati ed i risultati di questi primi sondaggi sembrano dar piena ragione all'entusiasmo di chi, a cominciare dagli scopritori della grotta, i fratelli Piccinno, ha da sempre sostenuto il grande valore nel giacimento. In un primo saggio lungo l'estremità ovest nel semicerchio di roccia, immediatamente al di sotto dello straterello superficiale di terreno grigio-bruno sciolto sconvolto dalla coltivazione, comparve un livello di argilla rossastra compatta ricchissimo di fauna, per lo più schegge ossee, tra cui resti determinabili di Equus sp. e Bos primigenius, e contenente un discreto numero di manufatti musteriani. Non appena si è accertato che si trattava di un livello in posto, si è sospeso il saggio in attesa di poter intraprendere nei prossimi anni, con le autorizzazioni e con i mezzi necessari, lo scavo sistematico.
Un secondo sondaggio, proprio di fronte all'imboccatura della grotticella, ha rivelato una situazione più complessa, poiché una profonda incisione aveva asportato parte nel deposito e si era successivamente riempita con terreno rossastro sciolto in cui, assieme a fauna fossile e manufatti nel Paleolitico medio piuttosto abbondanti, erano contenuti materiali molto più recenti.
Anche i livelli conservati in posto, a lato dell'incisione, apparivano a tratti disturbati, nella parte superiore, da buche e tasche riempite nel solito terreno sciolto. Il deposito conservatosi intatto è formato da un terreno sabbioso piuttosto compatto e concrezionato fortemente rubefatto, a tratti violaceo, con frequenti laccature e percolazioni di manganese. Le pietre di medie dimensioni e il pietrisco non sono molto abbondanti e appaiono spesso fortemente alterati per dissoluzione chimica, tanto è vero che numerosi elementi nel pietrisco sono ridotti a ciottoli conservanti solo il guscio con all'interno un piccolo nucleo residuo di calcare. I resti faunistici e l'industria litica sono piuttosto scarsi e appaiono diluiti in tutto lo spessore nel deposito.
I dati offerti da questi primi sondaggi', se sono già più che sufficienti a rivelare la notevole importanza e consistenza nel giacimento di S. Ermete, sono ovviamente ancora troppo esigui per consentire un'analisi dettagliata delle industrie e delle faune in rapporto alla loro giacitura stratigrafica: ciò potrà avvenire solo dopo che si saranno compiute ampie e laboriose campagne di scavo e saranno portati a termine, oltre agli studi tipologici, morfometrici e statistici dei manufatti, anche quelli paleontologici, sedimentologici e in genere naturalistici dell'intero complesso.
Dobbiamo per ora accontentarci di una prima indicazione di quelli che appaio_ no i caratteri generali dei ritrovamenti, tenendo naturalmente conto che ulteriori ricerche dovranno precisare meglio molti particolari ma, soprattutto, potranno rettificare e modificare profondamente il quadro che oggi pensiamo di intravedere.
Nella fauna i resti di grandi pachidermi, soprattutto di rinoceronte e di ippopotamo, assieme a quelli più abbondanti di bue primigenio, di equidi e di cervo, indicano l'esistenza di un paesaggio, o forse di una serie di paesaggi, completamente diversi da quello attuale.
Nell'industria litica è evidente a prima vista una netta distinzione in due gruppi chiaramente differenziati, sia per le dimensioni degli strumenti che per la materia prima impiegata. Il primo gruppo, di gran lunga più numeroso, è formato da manufatti relativamente grandi di calcare selcioso; il secondo invece è formato da strumenti di selce normalmente di dimensioni ridotte, talora molto piccoli.
L'impressione immediata, che si tratti di due industrie diverse, dovrà essere confermata da sicuri dati stratigrafici per poter essere presa in seria considerazione, nonostante possa sembrare l'ipotesi più ovvia. Essa infatti non tiene conto dell'enorme importanza assunta presso tutte le genti nel Paleolitico, soprattutto nelle regioni povere di selce, dal problema nel rifornimento di buona materia prima per la fabbricazione degli strumenti. Per rimanere nel Paleolitico medio, in cui si inserisce l'industria di S. Ermete, l'esempio più tipico di condizionamento da parte della materia prima è offerto dal Pontiniano laziale, in cui l'aspetto generale e i caratteri principali dei manufatti sono chiaramente determinati dalla necessità di impiegare piccoli ciottoli marini (3); nel Salento stesso, in un ben preciso momento di questo periodo, la penuria di buona selce, sovrabbondante solo in regioni relativamente lontane come il Gargano, ha portato all'espediente di utilizzare le valve di grosse conchiglie di Meretrix Chione, ben attestato in numerose grotte della baia di Uluzzo e di Leuca (4).
Il problema di procurarsi selce di buona qualità avrà in questa regione grande importanza per un periodo estremamente lungo: basti pensare al ripostiglio della stazione mesolitica di Torre Testa, sigillato da un nucleo con inciso un motivo scalariforme in cui, all'espressione artistica, si accoppia un indubbio valore simbolico (5), per finire con quelli molto più recenti della prima Età dei Metalli di Altamura-Monteparano, riferibili ad un momento in cui erano giunti adulti ma maturazione l'industria estrattiva della selce garganica, la sua lavorazione e il suo commercio (6).
I nuclei sono in genere piuttosto grandi, prismatici o subpiramidali, con distacco di schegge in una o due direzioni; non mancano però quelli piccoli poliedrici o subsferoidali, e compare anche qualche piccolo disco piatto con distacco di scheggioline centripete su entrambe le facce. Le schegge non ritoccate, molto numerose e in netta prevalenza, di calcare selcioso sono di norma piuttosto irregolari, spesse e corte, con piano di percussione, quando è visibile, generalmente liscio e stretto, normale alla faccia di distacco e bulbo molto marcato. Sono presenti, anche se in percentuale piuttosto bassa, le schegge di tecnica Levallois, alcune delle quali hanno piano di percussione a faccette, talora a cappello di gendarme. Le schegge di selce, più rare, sono, tranne rare eccezioni, di dimensioni molto minori. Tra i raschiatoi sono piuttosto numerosi quelli laterali, per lo più diritti, spesso su schegge di calcare grosse ed erte, con ritocco embricato o subembricato; tra questi, un tipo particolare sembra costituito dagli scheggioni con margine opposto a quello ritoccato erto e verticale rispetto alla faccia di distacco. Ovviamente nelle schegge piccole e piatte, sia di selce che di calcare, il ritocco è di tipo normale.
Sono molto ben rappresentati anche i raschiatoi trasversali, per lo più convessi, e quelli doppi o tripli latero-trasversali, quasi sempre a ritocco embricato o subembricato.
Il numero delle punte, anche se nettamente inferiore a quello dei raschiatoi appare molto consistente e tra di esse si rivela nel modo più evidente la differenziazione, sia nelle dimensioni che nella morfologia, tra strumenti di calcare o quarzite e quelli di selce.
I primi sono in genere punte molto larghe e corte, talora con piano di percussione a larghe faccette, con ritocco erto totale dei margini che in qualche caso le rende particolarmente acuminate. Le punte di selce sono invece sempre molto piccole, quasi microlitiche, in qualche caso strette e acuminate su scheggia molto carenata con ritocco marcatamente erto dei margini; altre volte invece sono su scheggioline piatte, in un esemplare con piano di percussione a faccette nel tipo a cappello di gendarme, ovviamente ottenute con ritocco minuto.
E' stata trovata anche una limace molto piccola su scheggia di selce fortemente carenata, appuntita ad entrambe le estremità, con ritocco erto embricato totale.
Infine alcuni strumenti di definizione ancora incerta, hanno ritocco a scheggiature piatte: tra questi è notevole una grossa scheggia di calcare, rotta a punta ogivale con larghe scheggiature piatte che ricoprono una faccia.
E' ovvio che qualsiasi tentativo di inquadramento culturale potrà avere una base sufficientemente sicura solo dopo che sia stato risolto il problema preliminare dell'omogeneità dell'industria. Per una sistemazione provvisoria non si può trascurare tuttavia il fatto che alcuni dei tratti generali si trovano in un orizzonte ben definito, quale lo strato della Grotta nel Cavallo ad Uluzzo (7). Qui infatti ritroviamo, in associazione certa, la distinzione tra grandi strumenti di calcare e manufatti piccoli o piccolissimi di selce, che a Matino sarebbe l'indizio più vistoso, anche se superficiale, di una possibile divisione interna. In entrambi i giacimenti le punte sono in numero considerevole. A S. Ermete compaiono alcune schegge con faccia inferiore diedra nel genere Quinson e la tecnica Levallois: anche se forse più diffusa che nello strato "M" di Grotta nel Cavallo, continua ad essere piuttosto rara, mentre l'aspetto predominante dell'industria è quello delle schegge carenate spesse, tozze e pesanti. Le analogie col complesso dello strato "M" di Grotta nel Cavallo, il quale si colloca in un momento iniziale della giaciazione Wurmiana, paiono trovare conferma nella presenza nella fauna di alcuni elementi quali i grandi pachidermi: in particolare il rinoceronte e l'ippopotamo. Nei sondaggi eseguiti a S. Ermete non sono stati rintracciati in posto livelli posteriori a quelli nel Paleolitico medio; tuttavia il materiale trovato in superficie ci indica che le frequentazioni della zona continuarono anche in Età successive.
Un piccolo nucleo di strumenti appartiene infatti al Paleolitico superiore; anzi alcuni tipi, soprattutto i grattatoi molto corti, carenati, parrebbero riferirsi ad un momento, finale, probabilmente della Cultura Romanelliana. Pochi altri manufatti, specie alcune lame regolari e un elemento di falcetto a forma di trapezio irregolare, attestano il sopraggiungere di genti con economia agricola nel Neolitico, mentre il frammento di un pugnale con accuratissimo ritocco piatto bifacciale, diverso da tutte le altre selci per la bella patina ambrata, deve essere fatto risalire alla prima Età dei Metalli.
Le testimonianze successive si fanno sempre più esigue, si riducono a piccoli frammenti molto sminuzzati, spesso poco definibili, sufficienti tuttavia a documentare continue visitazioni in Età Classica e Medioevale, quando la cavità venne dedicata a S. Ermete.
L'importanza dei rinvenimenti di Matino acquista un risalto ancora maggiore, se dalla ricostruzione delle vicende di una determinata località il discorso si amplia ad un territorio più vasto, anche se geograficamente ben delimitato, quale è quello delle Serre in cui il giacimento si inserisce.
In questo ambiente, sempre i fratelli Piccinno hanno scoperto, tra Collepasso e Parabita, una stazione di superficie nel Paleolitico medio, la cui esatta posizione cronologica e culturale potrà essere meglio definita proprio dai confronti con gli strati in posto, che si sono cominciati ad individuare a S. Ermete. Ma soprattutto importanti sono le grotte delle Veneri di Parabita e della Trinità di Ruffano, da oltre un decennio oggetto delle ricerche delle Università di Pisa e di Lecce.
A parte l'altissimo valore intrinseco degli oggetti, prime fra tutti le due celeberrime statuette in osso (8), è estremamente importante il fatto che le serie stratigrafiche delle due cavità sembrano integrarsi e colmare le reciproche lacune. Nella Grotta delle Veneri (9) i livelli più antichi, con scarsi manufatti ancora riferibili al Paleolitico medio, sono seguiti da piccoli lembi di deposito contenenti industrie uluzziane, che segnano l'inizio nel Paleolitico superiore e la comparsa dell'Homo Sapiens. Ben più consistenti sono gli strati, nella parte interna della grotta, con bellissimi strumenti dell'Epigravettiano antico ed abbondante fauna, tra cui sono prevalenti i resti di iena; in questo orizzonte è stata trovata anche una importantissima sepoltura bisoma con due scheletri di Cro-Magnon. Chiude la serie nel Paleolitico superiore il livello Romanelliano, che ha restituito centinaia di opere d'arte (pietre spezzate intenzionalmente e schegge ossee), che costituiscono un complesso straordinario, non solo per la quantità di reperti, ma soprattutto per l'assoluta omogeneità di stile nei motivi che vi sono incisi. I periodi successivi, dal Neolitico in poi, sono rappresentati da ingente quantità di materiali che purtroppo sono contenuti in un deposito totalmente sconvolto, cosicché oggetti di Età molto lontane appaiono completamente frammischiati.
La Grotta della Trinità (10) è invece l'unica, finora, nel Salento in cui compaiono nettamente distinti in un'ampia serie stratigrafica diversi livelli nel Neolitico ed uno nel primo Eneolitico che, con le loro abbondantissime ceramiche -spesso interamente ricostruibili - e l'industria litica ricca di punte di freccia e di pugnali dalla lavorazione accuratissima, permettono un'esatta sistemazione e definizione culturale dei materiali sconvolti della Grotta delle Veneri. A ciò si deve aggiungere la presenza di notevoli materiali di Età storica e la speranza che il proseguire degli scavi fino ai livelli pleistocenici metta in luce aspetti nel Paleolitico che non compaiono nella stratigrafia di Grotta delle Veneri: o, almeno arricchisca ulteriormente la conoscenza di quelli che vi furono trovati.
Il combinarsi di tutti questi dati permette quindi di inquadrare con una certa precisione molti nel materiali raccolti in superficie a Matino.
Ma l'importanza di S. Ermete sta soprattutto nei livelli che i sondaggi hanno isolato in posto e che si saldano chiaramente al limite inferiore della sequenza stabilita finora prolungandola molto indietro nel tempo. Si viene quindi a delineare un arco cronologico molto ampio, che da circa settantamila anni fa giunge quasi fino ai nostri giorni, in cui la storia dei territorio può essere ricostruita almeno nei suoi tratti essenziali. Esistono ancora lacune notevolmente ampie, ma è confortante vedere che, ad ogni campagna di scavo o anche solo di ricerca sul terreno, anelli sempre più numerosi di questa lunga catena di vicende si saldano fra loro e gli eventi noti si inseriscono in una trama meno discontinua, le cui maglie si fanno gradualmente più fitte.


Note
1) Può valere come esempio, tra i numerosissimi che si potrebbero citare, il caso clamoroso di Saccopastore, notissimo nella letteratura paletno logica di tutto il mondo per la scoperta di ben due crani preneandertaliani ed ora sommerso da uno dei nuovi quartieri romani, ove una lapide nell'aiuola di un condominio ricorda la posizione di tanto celebre località.
2) T. LEOPIZZI, Matino. Storia e cultura popolare, Matino 1979, pp. 219-224.
3) A. M. RADMILLI, Guida della Preistoria Italiana, Firenze, Sansoni, 1975, tav. VIII Pontiniano.
4) A. PALMA DI CESNOLA, Il Paleolitico della Puglia, Mem. Museo Civico St. Nat. Verona, XVI, 1967, p. 32.
5) G. CREMONESI, Industria litica di tradizione Paleolitico Superiore rinvenuta a Torre Testa (Brindisi), Riv. Sc. Preist., XXII, 1967, pp. 270-275.
6) R. PERONI, Archeologia della Puglia preistorica, Roma, 1967 pp. 79-81.
7) A. PALMA DI CESNOLA, Il Paleolitico ecc., op. cit., pp. 25-32.
8) A M. RADMILLI, Le due "Veneri" di Parabita, Riv. Sc. Prest., XXI, 1966, pp. 123-133.
9) G. CREMONESI, R. PARENTI, S. ROMANO, Scheletri paleolitici della Grotta delle veneri presso Parabita (Lecce), Atti XIV Riun. Ist. Ital. Preist. Protost., Firenze, 1972, pp. 105-117.
10) G. CREMONESI, Gli scavi nella Grotta della Trinità (Ruffano - Lecce), Quaderni de "La ricerca scientifica", n. 100. pp. 131-148.

 

Ecco il grande magazzino di Ozan  UGENTO

Da “Il tacco d’Italia” mese di giugno

 

Dopo la scoperta della tomba con il suo ricco corredo della fine del IV sec. a. C., sullo stesso tracciato di via Rovigo a Ugento, dal secondo saggio di scavo archeologico, emergono le fondazioni di una struttura architettonica dello stesso periodo, che lascia pensare a un complesso monumentale di notevole importanza, considerate le dimensioni dei due vani esplorati.

Si susseguono entusiastiche, le dichiarazioni dei giovani archeologi (Paolo Schiavano, Roberto Maruccia, Doris Ria), i quali, guidati da Daniela Tanzella, (Soprintendenza archeologica per la Puglia)e coadiuvati da altri studenti della Facoltà di Beni Culturali (Fabio Rosafio, Alessandro Torsello, Francesca Muscella e Ilaria De Filippis), possono continuare a lavorare con passione per lo stesso fine: ricostruire la storia della prestigiosa Ozan.

Quello che siamo riusciti ad indagare, seguendo la trincea dell’Italcogim per i lavori di metanizzazione, è solo una piccola parte, composta da due ambienti: tre filari di grandi blocchi di calcarenite nel primo e due nel secondo, un grande magazzino, come lasciano ipotizzare i numerosi frammenti di anfore commerciali. Insieme a vari resti di ceramica abbiamo trovato anche un frammento di macina da tufo.

L’antico abitato messapico si espandeva quindi proprio dove oggi sorgono le case di via Rovigo, nella parte bassa dell’odierna Ugento.

A tre voci, gli archeologi ugentini sottolineano l’importanza della loro recente scoperta: l’adattamento dei piani della pavimentazione, differenti e sfalsati provocano una pendenza nella parte centrale che risulta concava e ricavata nel bolo. Una intelligente opera di ingegneria con la quale i nostri antenati sono riusciti ad ottenere un alzato maggiore , risparmiando sull’utilizzo di ulteriori blocchi monolitici. Insomma un semi-interrato con funzione di deposito, le cui dimensioni dovevano essere notevoli, a giudicare dalla ceramica che vi era conservata, parte della quale frantumata in seguito al crollo, potrà essere interamente ricomposta. Dati archeologici che testimoniano la quotidianità e la vitalità dell’antica città fortificata da lunghe mura, tratti della quali sono stati eretti nelle immediate vicinanze.

Certamente a questo punto occorre intervenire con una maggiore valorizzazione. Un percorso già iniziato dall’assessore alla cultura Massimo Lecci, che ha sempre dato il suo appoggio e il suo incoraggiamento all’equipe di giovani ricercatori. Dopo i ritrovamenti di via Peri, all’angolo tra due strade, e quelli della cisterna di via Marconi, è facile pensare alla realizzazione di un museo diffuso, soltanto con la semplice accortezza di opportune modifiche della circolazione automobilistica.

La musealizzazione in loco, tramite fra il passato e oggi, porterà non solo a una diversa sensibilizzazione verso i beni culturali, ma ad un maggiore interessi da parte dei turisti, che potranno riscoprire l’archeologia nell’entroterra di un luogo dalle attrattive non solo balneari.

Dopo il restauro della sede del museo civico, in fase di ristrutturazione, sarà infatti possibile esporre i reperti nel deposito del locale. Diventa necessario quindi andare oltre le opportunità scaturite dallo scavo per le condutture del metano, per rendere più fruibile una città-parco-archeologico.

“Poter rivivere spazi che ci riportano così indietro nel tempo, siano quelli di una ricca sepoltura messapica e di una monumentale struttura abitativa, o quelli che restituiscono fasi di storia romana nella parte più alta, oggi risulta per noi una vera e propria sfida –affermano all’unisono Paolo, Roberto e Doris– nonostante le difficoltà di farli coesistere in un contesto moderno, il cui stile di vita non sempre risulta conciliabile”.

Commento di Stefano Cortese

Ho avuto modo di visitare il sito di via Rovigo più volte. Quello che devo sottolineare è la presenza di ceramica non solo del IV secolo a.C., ma di età tardoromana, rappresentata dalla notissima “sigillata” e che permette datazioni precise. Un grosso plauso va ai miei colleghi nello scavo e interpretazioni archeologiche ma in tendenza alle nuove prospettive archeologiche non si devono sacrificare le stratigrafie più recenti come quelli di età romane o medievali, anche se adesso si cavalca sull’onda dell’archeologia dei Messapi.

 

INSEDIAMENTO MEDIEVALE IN CONTRADA MASSERIA BIANCA TAURISANO  da trovare

probabilmente una gracia basiliana in un’area denominata Caloiri. all’esterno del muro meridionale dovrebbe esservi un frantoio ipogeo

 

CASALI INTORNO A TAURISANO (da trovare)

POMPIGNANO

preesistente all’occupazione romana, la comunità sarebbe stata organizzata a nuova vita da un colono romano. scomparve nel XV sec. a causa dell’epidemia di peste e del terremoto del 1456. restano resti di ovili, di stalle e pozzi, frammenti di un sarcofago, alcune tombe, qualche cisterna e granaio ipogei.

 

ORTENZANO

in epoca romana denominato “ortis sani”. vi era una chiesa cripta dedicata a san michele, della cripta rimangono alcune tracce nel bosco danieli. scomparve nel 1434 a causa di saccheggi

 

PATERNO

restano i ruderi di una cappella con cripta neklla quale venivano sepolti gli appestati e i morti per la spagnola

 

VARANO

il nome deriverebbe da “var” palude. già abitata nel neo-eneolitico. l’insediamento romano consisteva in una villa rustica di cui rstano un canale di scolo in pietre.

sui resti della villa romana fu edificato un piccolo borgo fortificato

a un cento metri a S-E, lungo la base del costone roccioso in corrispondenza del Bosco Ponzi= trappitu te Varanu

il 1876 Nicola Lopez< y Royo fece costruire la masseria sulle fondamenta della struttura fortificata preesistente

due boschi, uno si estende sul dorsale della serra per 3 ettari (bosco ponzi) l’altro occupa per 3 ettari il declivio collinare rivolto ad oriente

 

CARDIGLIANO

insediamento eneolitico, specchia Silva, menhir nr.2, ritrovamento di selci, restano poche tombe, cisterne, pile e pustali

 

POZZOMAURO

cripta bizantina di S.Mauro + trappeto, cappella di S.Maria del Reto

TORRE SAN GIOVANNI

resti di un villaggio di epoca romana dietro alla torre del faro.

LIDO MARINI - APPRODO DI ETA' IMPERIALE

Approdo antico probabilmente di età imperiale. Presenta strutture e materiale ceramico in superficie. La zona è a ridosso del mare ed è in buono stato.

Coordinate = Lat: 39.851513, Lng: 18.184090

RUTTI-SALA - MIGGIANO

sito protostorico (da trovare)

TOMBE PREISTORICHE A GALLIPOLI

v. una vecchia comunicazione

CANALE SAN VINCENZO - CASTRIGNANO DEL CAPO.

Insediamento rupestre.

Canale naturale a terrazze con numerose grotte carsiche, alcune affrescate.

lungo la vecchia strada castrignano- s.m. di leuca esiste un antico muro di delimitazione del tratto stradale che è stato in numerosi tratti deturpato perchè affetto da frequenti furti di pietre.

Coordinate = Lat: 39.985538, Lng: 18.138428

 

OTRANTO - molo portuale romano

: Strutture subacquee in calcestruzzo di età romana relative al molo del porto di Hydruntum visibili appena sotto il livello del mare per una lunghezza di almeno 120 metri, larghezza circa 23 metri. Strutture individuate e verificate nel 2006 da Umberto Crupi; pubblicate dall'autore nella rivista internazionale di archeologia subacquea "Archaelogia Maritima Mediterranea", n.5, 2008, pp.91-137, con il titolo "Contributi alla ricostruzione del porto antico di Otranto".

Rischio naturale di degrado per azione erosiva del moto ondoso e rischio di distruzione in caso di realizzazione di nuove opere portuali non compatibili con la conservazione del bene archeologico. E' necessario lo svolgimento di una sistematica ricerca archeologica subacquea per il rilevamento e la documentazione topografica del molo romano e della relativa antica linea di costa ed una contestuale indagine archeologica anche lungo la fascia costiera emersa.

Coordinate = Lat: 40.148045, Lng: 18.497499

 

INSEDIAMENTO MESSAPICO DI CAVALLINO


L'insediamento messapico di Cavallino è racchiuso completamente all'interno di una grande opera di fortificazione.

Le mura abbracciano un'area di circa 69 ettari di terreno ed hanno uno sviluppo di 3100 metri. Le strutture antiche sono costruite sul banco di calcarenite (la cosiddetta pietra leccese) in gran parte affiorante, nel quale è scavato il fossato, largo in media 3,50 metri e profondo metri 2,50, che costituisce allo stesso tempo l'area di cava per l'estrazione dei blocchi con cui è realizzata la fortificazione.

Le mura di cinta hanno uno spessore variabile tra i 3,50 e i 4 metri, a seconda delle zone, con un paramento esterno a grandi blocchi appena sbozzati ed uno interno realizzato con pietre di minori dimensioni. All'interno il riempimento è costituito da gettate di terra, pietre e schegge di calcare.

L'impianto della città arcaica, a cui appartiene la fortificazione, si sovrappone ad insediamenti di epoca precedente.

Il primo, che dai dati oggi disponibili sembra essere in gran parte concentrato nell'area settentrionale della zona archeologica, è costituito da un villaggio di capanne dell'età del Bronzo, in parte tagliato dallo scavo del fossato di età arcaica.

Sono state scavate varie capanne a pianta ovale con muretti perimetrali in pietre a secco e pali di legno di cui restano le tracce in negativo con il ritrovamento dei buchi per il loro alloggiamento nel banco roccioso.

Dai materiali ceramici è possibile riferire l'abitato alla fase iniziale del Protoappenninico B, datata tra il XVI e il XV secolo a.C..

Dai rinvenimenti di strutture riferibili a questa fase anche in aree piuttosto distanti da questo nucleo centrale è possibile ipotizzare l'esistenza di nuclei sparsi di abitato piuttosto di un unico grande villaggio (fondo Aiera Vecchia e Casino).

Per un lungo arco di tempo l'area viene abbandonata.

Con l'VIII secolo a.C. si assiste ad una rioccupazione del sito. Soprattutto nella seconda metà del secolo si intensifica la costruzione di capanne a pianta ovale o absidata, sparse in quasi tutta l'area che verrà in seguito occupata dall'abitato di età arcaica. L'abitato prospera per tutto il VII secolo a.C.

Con la costruzione della cinta fortificata alla metà del VI secolo a.C., l'abitato di Cavallino assume caratteri che sono stati definiti protourbani.

L'area interna della città è solcata da una serie di assi stradali che sembrano convergere dalle varie porte aperte nella fortificazione, verso una grande area centrale all'insediamento, interpretata come grande piazza pubblica, che presenta un'accurata pavimentazione realizzata con battuto di calcare sbriciolato e frammenti di tegole pressati.

Poco distante una grande depressione naturale del terreno (probabilmente una dolina) forma una specie di bacino naturale (la zona oggi chiamata Cupa), verso cui convergono molte delle canalizzazioni di drenaggio, in parte scavate nel banco roccioso e in parte costruite con blocchi di calcare.

Particolare importanza sembra avere l'asse viario che taglia la città da Nord a Sud, partendo dalla porta di Nord Est.

Lungo gli assi stradali si dispongono i quartieri di abitazione; a volte le case si affacciano sulle strade con una certa regolarità (fondo Pero, fondo Sentina), mentre in altri casi le strade sembrano dividere delle aree in cui gli edifici si dispongono attorno a degli spazi aperti, senza seguire alcun criterio di ortogonalità (fondo Casino). Sembra quasi, in questi casi, di trovarsi di fronte alla ricostruzione dell'abitato secondo le nuove tecniche costruttive (case di pietra in sostituzione delle capanne di frasche) ma con la riproposizione della medesima concettualità dell'uso dello spazio. Forse in questi quartieri continuavano a vivere gruppi familiari unitari, veri e propri clan, che disponevano le loro abitazioni in uno spazio comune, probabilmente gravitante intorno alla residenza del personaggio più importante del gruppo.

La zona più settentrionale viene racchiusa da due altre cerchie murarie interne, realizzate con la medesima tecnica costruttiva della grande fortificazione esterna; sembrano essere contemporanee alla prima cinta.

Il rinvenimento di alcuni frammenti di elementi architettonici decorati, in calcare locale, permette di ipotizzare la presenza, all'interno della città, di edifici di carattere pubblico o cultuale. Purtroppo il loro ritrovamento in giacitura secondaria, reimpiegati all'interno di strutture murarie, non permette una localizzazione dell'edificio in cui erano originariamente inseriti.

L'abitato arcaico di Cavallino, al momento della sua massima espansione, viene improvvisamente colpito da una grave crisi che ne provoca un rapido abbandono, entro il primo trentennio del V secolo a.C..

Tutto fa pensare ad una distruzione violenta dell'insediamento: le mura di fortificazione sono distrutte e rovesciate all'interno del fossato, stesso luogo dove vengono gettati i cippi, dopo essere stati spezzati volontariamente; i muri delle abitazioni recano tracce di bruciato, le cisterne vengono riempite di pietre in modo da non poter più essere utilizzate.

Da questo momento in poi nell'area sono attestate solo sporadiche frequentazioni (tra V e III secolo a.C.), rappresentate dalla presenza di sepolture scavate nei crolli delle abitazioni di età arcaica, che indicano come ormai la città fosse abbandonata e dovesse far parte del territorio dei centri vicini come Rudiae e Lupiae.

(tratto dal sito dell'Università di Lecce)

SERRA CICORA

leggi articolo del G.S.N.

GROTTE PREISTORICHE DI LEUCA

leggi articolo del G.S.N.