CISTERNE E POZZI
CISTERNE E POZZI
Ci sono veri e propri
fiumi sotterranei, che percorrono le vene carsiche della nostra penisola ionica:
là dove quasi affiorano alla superficie, hanno offerto l'acqua all'uomo e al
lavoro dell'uomo per millenni.
Parlare dei pozzi
salentini significa parlare innanzitutto della campagna del Salento. Campagna
arida (parlando della nostra regione, Orazio, nel suo celebre viaggio da Roma a
Brindisi, disse che vi si pagava l'acqua, "vilissima rerum", la più comune delle
cose), sitibonda, anche se i livelli delle precipitazioni - come li chiamano i
meteorologi - non sono da deserto africano. In realtà, il carsismo ha
condizionato lavoro, colture, comportamenti dell'uomo, forse come in
nessun'altra area - sia pure carsica - della penisola italiana. L'acqua permea
la roccia porosa, scende in profondità, scorre nei meandri, forma veri e propri
fiumi sotterranei, che spesso creano scenari da fiaba, come su, a nord, nelle
Grotte di Castellana, che dopo la perdita dell'Istria (e dunque delle Grotte di
Postumia) sono diventate le più celebri d'Italia, o in pieno Salento, come nella
"Zinzulusa" (nome mirabile!), ove le concrezioni stalattitiche e stalagmitiche
hanno pietrificato quanto solo forse l'immaginazione più ardita poteva ideare.
Campagna del Salento: terra del fico, della vite, dell'olivo, delle mele cotogne
e del ficodindia; terra delle colture "aride", e forse per questo più preziose,
più ricercate. Per millenni, la ricerca di una vena d'acqua è stata la
condizione della sopravvivenza, della floridezza di un palmo di terra curato con
tenace pazienza da contadini e contadini-artigiani. Per millenni si sono scavati
pozzi a mano, prima che tecniche più moderne prendessero piede. Ci sono pozzi a
fior di pelle, quelli che corrispondono a vene perenni, ricche, in grado di
aprirsi varchi di grosse dimensioni, con le gonfie vene d'acqua sotterranea; e
ce ne sono "di profondità", quelli che scendono fino a venti, trenta metri,
quasi a livello del mare, per poter "forare" l'arteria liquida: sono i meno
costanti, quelli che subiscono l'influenza delle piogge, che si caricano dopo
ogni temporale e vanno in magra dopo che sono stati "sfruttati", cioé
parzialmente vuotati con l'uso irriguo (acqua tirata e trasportata a mano, prima
che si introducessero nell'agricoltura meridionale e salentina le scarse
macchine e motopompe oggi presenti), o con l'uso potabile. Stretta alleata di
questi pozzi, ma soprattutto del bisogno perpetuo di acqua del salentino, la
"cisterna", il serbatoio di pietra che poteva benissimo trovarsi dentro casa, in
un angolo di una stanza, o subito dietro il cortile interno, a disposizione di
tutti coloro che vi si affacciavano; o infine rappresentava il punto focale
della "corte", vale a dire della via senza uscita dove si raccoglievano e si
svolgevano tutti i rapporti del vicinato, pronta a chiudersi in caso di
necessità di difesa, con la stessa immediatezza con cui era pronta ad aprirsi
alla strada esterna o ai contatti con le altre corti vicine o confinanti.
Raccoglieva, la cisterna, le acque piovane delle terrazze "lastricate", cioé
quelle senza tetto a tegole, attraverso un ingegnoso sistema di pendenze e di
canalette di zinco.
Preziosa acqua, che ha sempre accompagnato - esponenzialmente - la civiltà del
Salento. Ci sono pozzi di campagna, caratteristici, spesso calcinati, sormontati
da un arco, da due semplici colonne di tufo, molto spesso con in cima una croce,
a sostegno della "trozzella"; ce ne sono a pelo di terra, appena circoscritti da
"una fila di tufi" che ne indicava la presenza e il pericolo; e pozzi
"cittadini", che in alcune occasioni sono veri e propri gioielli d'arte muraria,
(ne ho visto uno a Corigliano d'Otranto, finemente scolpito, e pare risalga ai
tempi splendidi di Magna Grecia). Altri, sono di per sé arte pura: valga per
tutti il "pozzo del Seminario" di Lecce, ove la fantasia scultorea giuoca un
ruolo di prim'ordine, e la fantasia dell'artista si è sbizzarrita attraverso lo
scalpello, che ha creato un sapiente movimento di luci e ombre nel magnifico
"canestro" di frutta che lo sormonta.
Ma forse i pozzi più belli, nella loro estrema semplicità, sono quelli della
Grecia Salentina: quadrati, o appena allungati nella forma elegante del
rettagono, nella prospettiva esterna; e rotondi all'interno, scavati
naturalmente a mano, e ovviamente nel tufo: profondissimi pozzi tra i giardini,
dietro le case a croce greca, sulle brevi stradine dei paesi luminosi, quasi mai
ricchi di acque, tanto le vene sotterranee sono esili e ramificate: eppure pozzi
d'acque freschissime, refrigeranti, miracoli di rivoli che spesso confluiscono
in aorte maggiori, alcune delle quali si spingono fino alle coste marine,
affiorando in incredibili polle a fior di terra, o a fior di mare: ci sono
tratti di mare la cui acqua si può bere, non è salata, sono le oasi d'acqua
dolce affiorante dal ventre dei fondali, carsici anche questi, delle coste
salentine. Ed è quasi uno spettacolo surreale quello del pescatore che tira
l'acqua con il secchio - di zinco anche questo, o di rame, o d'alluminio,
quest'ultimo più costoso - dal cuore del mare, e si disseta sotto il sole
leonino d'agosto.
Pozzi ai piedi delle colline, delle "Serre", spesso ricavati da piccole "vore",
voragini naturali aperte dal lavorio ininterrotto delle acque; pozzi a mezza
falda, là dove le acque sfiorano quasi l'epidermide delle Serre, forse tra i più
affascinanti, richiamano alla mente ricordi biblici d'acque affioranti al
miracoloso, classico colpo di bastone di Mosé; pozzi persi tra le "macchie",
oasi nelle brulle sassose campagne del "Capo" salentino: la geografia di queste
primitive perforazioni è assai complessa, ha preceduto l'opera organizzata
dell'uomo, i grandi acquedotti per gli usi potabili, le gigantesche ragnatele
per l'irrigazione dei campi, le condotte forzate, le rapine di acqua da fiumi
lontani e contesi da più regioni. Prima che il Sele scendesse in Puglia, con
quello che fu ritenuto il più grande acquedotto del mondo; e prima ancora che il
Pertusillo entrasse nella leggenda, con la sua ciclopica diga di sbarramento e
con la rete di distribuzione irrigua in mezza Puglia, la storia dell'uomo,
dell'uomo pugliese e dell'uomo salentino in particolare, è passata, si è svolta
e sviluppata attraverso questi cunicoli perpendicolari; l'economia, e non solo
quella agricola, era legata alla loro disponibilità, alla loro portata, alla
loro ricchezza. Dicevamo che acqua e civiltà del Salento hanno proceduto di pari
passo: perché questa era la "materia prima" più preziosa, più ricercata, e il
suo uso parsimonioso sviluppò un'artigianato, un'arte, aiutò i mestieri, creò
arte, non disdegnò un folclore tutto locale. Ancora oggi la frase "ti troverò io
l'acqua" suona "ti sistemerò io", ed è forse il solo rovescio della medaglia,
l'unico modo di dire "anti" o "contro" della parola "acqua", per tanti motivi
tenuta più cara di qualsiasi altra cosa, forse soltanto meno del pane e
dell'olio, in una terra che, per vivere, o meglio, per sopravvivere, ha dovuto
inventarsi tutto, compresa la sazietà, nel corso di una storia che è stata
civile e impietosa. Per millenni.
TROZZA DI NARDO'
TROZZA S.GIOVANNI DI GALATINA
CANALE DI CERFIGNANO
FORMALI DI GALLIPOLI
CISTERNA CONCHE - TUGLIE
antica cisterna scavata nella roccia a sezione trapezoidale profonda m.4, lunghezza m.25, larghezza max circa m.3
Coordinate = Lat: 40.061676, Lng: 18.110468
Cisterna monumentale su Serra Cicora
Pozzo orizzontale nei pressi di Terenzano
Cisterna monumentale nei pressi di Masseria Vanini - Ugento