ilmioSalento      LEGGENDE

non centra proprio col tema di questo sito, ma mi è piaciuto riunire quelle leggende che si riferiscono a luoghi particolari

GROTTA DELLE FATE - I FANI - SALVE

La Grotta delle Fate tra storia e leggenda

Nell'interpretazione dei ragazzi della Scuola Elementare di Salve

   

Sulla grotta delle Fate sono state tramandate diverse leggende; fra queste quella delle "Fate" è la più antica delle leggende salentine. E' stata raccolta dal Tasselli in “Antichità di Leuca”.  

I testi e le immagini proposti di seguito sono tratti dal lavoro "Salve Turista" realizzato dai ragazzi della Scuola Elementare di Salve nell'anno scolastico 1998/99.

 

La leggenda delle Fate

 

Era notte.

Alcuni contadini, dormienti nei campi, furono svegliati all'improvviso da un corteo di leggiadre fanciulle danzanti e di orrendi esseri che suonavano una dolce melodia di flauti.

Con loro meraviglia il corteo scomparve in una voragine del vicino canale.

L'indomani i contadini, dopo aver cercato inutilmente nella grotta le misteriose fate, riferirono l'accaduto in paese e da allora tutti ebbero paura di avvicinarsi all'oscuro antro.  

A lungo fantasticarono sulla magica visione e cercarono di identificare con ninfe e creature dei boschi le enigmatiche fate.  

 

 

  

La leggenda del  Trappeto d'oro

 

Un giorno un giovane pastore, Nicolino, per cercare le pecore smarrite, si avventurò nella grotta.

Seguendo l'abbaiare del suo cane, Nicolino scoprì in fondo ad un cunicolo un'altra grotta, al cui centro c'era una massiccia macina di pietra con nella vasca sassolini d'oro al posto delle olive.

All'improvviso la macina cominciò a girare da sola, come per magia, e a macinare oro.

Nicolino, spaventato e stupefatto, corse in paese ad avvisare i compaesani, i quali si affrettarono verso la grotta per accaparrarsi la ricchezza.  

Ma una volta entrati nella grotta favolosa e toccata la polvere d'oro, la macina si fermò e il frantoio in un istante diventò un vecchio e impolverato rudere.  

 

Nella rabbia generale qualcuno scoprì sulla macina una scritta che diceva: "Pòppiti ca avutru nù ssiti, stati 'ntre l'oru e no lu canuscìti".

Così capirono che era inutile cercare ricchezze irraggiungibili e vane, perchè il vero oro era quello donato dalla loro terra: il prezioso olio delle nostre copiose olive.

 

tratto sa www.salveweb.it

 

SOLETO

 Matteo Tafuri, filosofo e alchimista

Matteo Tafuri, nella seconda metà del Cinquecento, era conosciuto come il "Socrate di Soleto". Fu alchimista, filosofo, astronomo, astrologo e scienziato. Nacque a Soleto nel 1452, fu allievo del noto grecista Sergio Stiso di Zollino. Personaggio conosciuto in mezza Europa, trascorse gran parte della vita all'estero: Germania, Spagna e Francia (dove si laureò alla Sorbona), Asia minore, Africa settentrionale etc.

Era celebre come alchimista alla corte parigina, in contatto con tutti gli ermetici del tempo. Ad un certo punto della sua vita decise di tornare a Soleto dove insegnò latino, greco, letteratura, fisica e matematica.

Ma anche qui fu rintracciato da tanti aspiranti alchimisti che volevano apprendere i suoi segreti. Ciò lo fece finire sotto la scure dell'Inquisizione con l'accusa di stregoneria. Nel centro storico di Soleto, presso la sua casa si legge l'iscrizione: "umile son et umiltà me basta. Dragon diventaro se alcun me tasta".

Secondo la leggenda fu Tafuri a creare dal nulla ed in una notte sola la Guglia Orsini (cioè il campanile).

Chiamate dall'alchimista le streghe che ricamarono febbrilmente la trama delle sculture. Invocato potentemente schiere di diavoli alati, al lume di fiaccole, trasportarono i massi scolpiti, gli steli delle colonne, le architravi istoriate etc. L'impresa riuscì per un pelo, anzi, al canto del gallo quattro diavoli rimasero pietrificati ai quattro angoli del campanile ed ancora oggi si possono vedere sulla balaustra merlettata del terzo piano.


Al di là di Matteo Tafuri, comunque, per la Terra d'Otranto Soleto è sempre stato il luogo di residenza di "macari" (maghi e streghe).

Qui si custodiscono, secondo la tradizione, migliaia di segrete formule magiche. Un dato che sarebbe confortato anche dalla storia. Basta guardare la chiesa di Santo Stefano che mostra il giudizio universale; un altorilievo del diavolo e - tra le iscrizioni greche affrescate il codice magico-religioso per la benedizione delle acque del Nilo.  

 

Il noce di Uggiano

Le streghe in Puglia sono di casa da sempre. I luoghi misteriosi. non si contano così come le presenze stregonesche. I luoghi più frequentati dalle streghe tracciano un lungo itinerario.

Ad Uggiano si riunivano presso il "noce del mulino a vento". In paese c'era una celebre locandiera strega che riuniva le sue amiche per il sabba.

Una notte di luna piena, con la locanda piena di clienti, il marito si trovò in difficoltà. La "panicotta" era finita e la moglie era uscita per il sabba stregonesco. L'uomo conosceva il segreto della moglie e così pensò bene di ungersi con il magico unguento nascosto in casa e di recarsi presso il noce del mulino a vento. Giunto sul posto, però, sbagliò la formula ed invece di dire "sotto acqua e sotto vento/sotto il noce del mulino a vento" pronunciò: "sopra acqua e sopra vento/sopra il noce del mulino a vento".

Improvvisamente fu risucchiato in aria a testa in giù. A gambe levate ed ondeggiando nel vuoto si rivolse alla moglie chiedendo la ricetta. La donna rispose senza preoccuparsi e poi lo fece cadere per terra. In effetti, fu una fortuna l'errore commesso dall'uomo.

In caso contrario, infatti, sarebbe stato costretto a ballare per tutta la notte e - non essendo una strega - sarebbe morto stremato.

 

GIUGGIANELLO


"Lu furticiddhu de la Vecchia e de lu Nanni" costituisce uno degli elementi più singolari del paesaggio naturale del Salento.

Si tratta di un blocco monolitico di roccia calcarea che, a dirla con C. De Giorgi, "sembra a prima giunta un fungo di forme colossali col suo cappello e col suo peduncolo", e che, ergendosi nella cornice di ulivi e lecci, ha suggestionato per secoli le genti di queste zone.

Secondo una delle leggende "dotte", la sua origine si fa risalire ad Ercole che, sbarcato sulle coste salentine, si scontrò con l'ostilità delle popolazioni locali, ed infuriato scagliò contro di esse alcuni massi staccati dalla scogliera. La tradizione popolare invece ricorda la strega (la Vecchia) che in quei paraggi lavorava con l'arcolaio ("lu furticiddhu" è appunto l'anello di forma discoidale che, nel fuso dell'arcolaio, blocca la fibra filata) e l'orco (lu Nanni), che sicuramente non poco timore dovette incutere in queste zone. Il "Masso (o furticiddhu) della Vecchia" non è l'unica particolarità che si può trovare in queste campagne; infatti nel confinante podere incontriamo il "Letto della Vecchia", un enorme monolite a forma di cuscino, e un masso che, secondo una leggenda attribuita ad Aristotele, viene chiamato "Piede di Ercole".

A ridosso del muretto che separa i due fondi è facile trovare un altro masso, questa volta a forma di goccia, caduto dal proprio piedistallo, mentre poco lontano un bellissimo esemplare di pajara vigila sulla dolce campagna salentina.

Ma una leggenda rende questi monumenti millenari ancora più interessanti. Secondo la storia popolare, infatti, questi luoghi erano il rifugio di una vecchia strega che amava dimorare tra queste rocce. Divideva il suo tempo tra il suo masso ed il letto e spesso si mostrava ai viandanti che passavano da queste parti. Per essi aveva in serbo una domanda ed una ricca ricompensa in caso di risposta esatta: dodici pollastrelle d'oro!

Purtroppo, la sorte di colui che, accettando la sfida, non era in grado di dare la giusta risposta al quiz era segnata: veniva trasformato in pietra!

A smaltire il gran numero di pietre che venivano accumulandosi ci pensava un degno aiutante della vecchia, un orco, che provvedeva a piazzare nuovi pietroni nei fondi vicini.

 

TRICASE -

LA CHIESA DEL DIAVOLO E LA LEGGENDA DEL PRINCIPE VECCHIO

Tanti secoli fa regnava a Tricase un principe tanto spietato e crudele che per un nonnulla faceva giustiziare quanti potevano disturbare la sua nobile vista. Questo principe veniva chiamato dai suoi sudditi "Principe Vecchio".

Essendo perseguitato dalle richieste di alcuni contadini che volevano una chiesa nella zona dei SS Medici, il principe decise di chiedere aiuto al suo amico Diavolo con il quale instaurò un patto: il Diavolo avrebbe costruito in una sola notte la chiesa sfruttando l'energia malefica ed in cambio il principe, in quella stessa chiesa, avrebbe dovuto offrire un'ostia consacrata ad un caprone che rappresentava Satana.

Lucifero non venne meno al patto e, costruita la chiesa in una sola notte, decise di regalare al principe anche un forziere di monete d'oro.

Il principe tuttavia, nonostante tutta la sua malvagità, non ebbe il coraggio di sfidare Dio e non mantenne il patto prestabilito.

Tutto ciò scatenò l'ira del re del Male che fece scoppiare un violento fortunale trascinando le campane della chiesa sul fondo del Canale del Rio. Ed e' proprio per questo motivo che durante le tempeste ancora oggi si sente il suono delle campane che giacciono in fondo al mare.

Ancora furioso per essere stato raggirato, il Diavolo ritornò in chiesa e fece sparire i dipinti su tela e le sculture in pietra che adornavano l'altare.
Il Principe non si preoccupò più di tanto dell'ira del diavolo, anzi corse a recuperare il forziere nel quale però, al posto dell'oro, trovò delle inutili monete di rame.
Da quel giorno i cittadini di Tricase decisero di murare le entrate per evitare che lo Spirito del Male uscisse fuori dalla chiesa.

Il Principe Vecchio e il Libro del Comando

Tanto tempo fa, nel palazzo Gallone di Tricase, viveva un principe molto crudele che aveva dei rapporti di profonda amicizia con il Re del Male. Tale e tanta era la sua amicizia che ogni suo desiderio veniva immediatamente esaudito dal Diavolo. Questo principe, probabilmente per la sua età veneranda, veniva da tutti chiamato Principe Vecchio.

I cittadini di Tricase, vedendo le opere soprannaturali che il Diavolo compiva per ordine del Principe ed intimoriti del fatto che la situazione si potesse aggravare, decisero di scoprire in che modo il Principe riusciva a comunicare e a farsi ubbidire dal diavolo.

Per questo motivo, due uomini si introdussero nottetempo nel palazzo e osservarono il Principe di nascosto. Ad una certa ora, lo videro dirigersi verso una stanza del castello. Entratovi, disserrò un baule, tirò fuori un grosso libro rosso, lo posò su un leggio e lo aprì. D'un tratto la stanza fu immersa da una luce rossa come di fuoco e apparve il Re del Male che disse: Comanda padrone e io ubbidirò. Il principe rispose: Voglio che entro domani sera le acque del mare invadano la piazza. Il Diavolo riprese: Va bene, eseguirò.

I due uomini, molto spaventati da quel che stava per accadere, aspettarono che il Principe uscisse ed entrarono nella stanza. Avevano intenzione di chiedere qualcosa che neanche il Signore delle Tenebre sarebbe riuscito a realizzare. Riaprirono il libro, si ripeté l'incanto di luce e riapparve il Diavolo: Comanda padrone, disse. Comando torte d'acqua e sarcine de rena. Tutto ciò naturalmente era impossibile da realizzare ed il Re del Male, per la vergogna e l'ira per non poter fare quello che gli era stato comandato, scappò e scomparve nel nulla insieme al libro, sconfitto dal coraggio e dall'astuzia dei due.

La leggenda narra che, se non fosse stato per quei due uomini, oggi la piazza del castello sarebbe sommersa dal mare.

 

 

OTRANTO TORRE DEL SERPE

Nel periodo romano, sull'altura che ospita la torre si trovava un faro che segnalava la rotta ai naviganti. La costa rappresentava spesso un pericolo per chi solcava i mari e le tempeste, con le sue onde arrabbiate, non aiutavano. Alcune vedette sorvegliavano il sito e si assicuravano che la luce fosse sempre accesa. Fu proprio allora che nacque la leggenda più accreditata e più nota. Durante la notte, mentre i soldati si concedevano un po' di riposo e cadevano in un sonno profondo, un serpente saliva puntualmente dalla scogliera e strisciava lungo le pareti della torre. Giunto alla sua estremità, beveva tutto l'olio della grande lanterna privandola del prezioso liquido che la teneva accesa. Il fanale smetteva di emanare la sua luce vitale e il serpe, contento e sazio, poteva ritornare al mare.

Si narra, altresì, che prima del 1480, anno in cui i Turchi saccheggiarono Otranto e uccisero gli Ottocento, questo popolo venuto da Oriente navigò lungo le coste adriatiche in cerca di bottino. Fortunatamente anche quella notte il serpente fece visita alla torre e bevve il suo olio. Il faro si spense e gli Ottomani, non avendo alcun punto di riferimento per poter sbarcare, andarono oltre e saccheggiarono la vicina Brindisi. Otranto, in quella occasione, fu salvata dal serpe ed è anche per tale ragione che gli otrantini lo hanno fortemente voluto nel loro araldo.

 

 MARINI

Dragut e la leggenda dell'Isola della Fanciulla 

L'isoletta della fanciulla è uno scoglio isolato che è situato ad ovest della torre dei Pali, a circa cento metri dalla spiaggia.

La leggenda narra che, durante una delle sue incursioni lungo le coste del Salento, Dragut inviò i suoi uomini a depredare alcune masserie poste in territorio di Salve. Dopo aver sequestrato un cospicuo bottino di derrate alimentari, i saraceni catturarono la figlia di un colono di una masseria con l'intento di portarla in Africa e rivenderla come schiava. Ma la giovane si oppose con ogni mezzo ai corsari, tentando più volte la fuga. Nonostante le violenze subite, la fanciulla si rifiutò di rinnegare la religione cristiana, promessa che gli avrebbe salvato la vita, e venne uccisa e gettata in mare dallo stesso Dragut.

Qualche giorno più tardi, il corpo della fanciulla fu ritrovato da alcuni pescatori sull'isoletta, ricoperto da un velo di sabbia. Da quel momento lo scoglio venne chiamato l'Isola della Fanciulla.

 

MAMMALIE - UGENTO

sono trascorsi cinque secoli, ma è come se l'aria avesse conservato l'odore di lotte, intrighi, veleni e amori della storia affascinante e drammatica del principe Trebisonda, il quale, scelse a dimora codesta torre perchè la più alta, la più vicina al mare e alla dolce fanciulla che gli costò la vita.
Al primo assalto verso Torre Mammalie, si narra, il principe notò una giovinetta dall'incomparabile bellezza, che chiome al vento, dall'alto della rocca, si distingueva col dar manforte ai difensori.
Trebisonda ne rimase affascinato così tanto, da impartire immediati ordini ai suoi di desistere dall'assalto.
Ritornò al suo campo, e la calma tornò nella contrada... ma non nel suo cuore.
Tanto grande fu il suo tormento così che da solo, la notte, avanzò incontro alla torre nemica per cercare il di colei sguardo.
Ma amore e imprudenza l'avevano perduto.
Fu catturato e una morte orribile fu lui decretata... di essere arso vivo nel fuoco.
Intanto, la giovinetta mirandolo da vicino, ne fu così colpita che resto pietrificata dall'orribile verdetto, così che di li a poco gridò: "nessuno mi avrà!" e in mezo al raccapriccio generale si gettò dalla torre schiantandosi ai piedi dell'amato...

 

OTRANTO

Garofani turchi con il sangue del Bey respinto

Il Bey venne ad Otranto , al tempo in cui i veneziani tenevano la città. Il principe era un giovane bellissimo dai modi gentili e raffinati. Amava correre per le campagna salentine con i suoi splendidi e velocissimi cavalli arabi. Avevi affittato un grande palazzo in città, le sue navi partivano portando carichi preziosissimi. Amava i fiori e la natura, per questo motivo sceglieva sempre gli impervi passaggi tra la macchia mediterranea dove sostava di frequente, ora per ammirare una pianta ora per cogliere un fiore profumato e gustarne l'essenza.
Sul grande balcone aveva fatto piantare dei rigogliosi garofani bianchi, profumatissimi, di un candore mai visto che destavano l'ammirazione dei passanti. Proprio in una delle sue passeggiate, udì un canto soave. Una voce di donna si levava alta e ferma. trasmetteva una forza incredibile. Il Bey pensò che colei che era in grado di emettere un canto così bello doveva essere una creatura speciale. E lo era: i lunghi capelli bruni incorniciavano un volto bellissimo, labbra rosse ed occhi neri. La ragazza correva a perdifiato, cantando con voce intonata e sprofondando nelle dune fino al ginocchio, i capelli le coprivano ora la bocca, ora gli occhi. Si fermava, ogni tanto, per annusare un fiore o un'erba. Con movimenti veloci ed aggraziati la raccoglieva ponendola in un piccolo paniere per poi riprendere la sua corsa. Agile, veloce e scattante come una gaz¬ella la ragazza sembrava volare su per le dune altissime di Alimini.
E corse veloce, lanciando al galoppo il suo splendido stallone anche il Bey, fino a raggiungerla sulla vetta dell'altissima duna alla foce del lago grande. Lo sguardo della donna era intenso e profondo: uno sguardo di sfida. Non si lasciò affatto impressionare dall'illustre pretendente é con due balzi si gettò per il pendio ripido dove il cavallo non poteva raggiungerla. Il Principe rimase estasiato, ammaliato, corse a perdifiato in città per chiedere chi fosse quell'essere meraviglioso. I suoi uomini ci misero molto poco a scoprirlo, ad Otranto la conoscevano tutti: era la figlia dello speziale. Un po' matta si diceva viveva libera come un animale selvatico, portava le preziose essenze al padre il quale preparava unguenti portentosi, noti a tutti. Lei stessa, proprio per la grande capacità di creare essenze guaritrici, era guardata con sospetto, evitata da tutti perché in odore di stregoneria. Agli occhi del Bey la donna divenne ancora più affascinante. Ordinò ai suoi uomini di preparare un piccolo corteo e mandò in dono a casa del padre ogni genere di mercanzia: olio, vino, frutta, sete preziose, cacciagione, pesce.
Ma il saggio padre rifiutò ogni dono affermando di non potersi in alcun modo impegnare nei confronti di nessuno per una figlia così ribelle ed indomabile. Il messaggio non scoraggiò il principe che per giorni girò in lungo e in largo tutti gli Alimini nella speranza di incontrarla. E così avvenne: la vide correre e cantare come sempre, un po' in acqua, un po' sprofondando nella sabbia tenera delle alte dune. Le si parò davanti e scese da cavallo facendole un profondo inchino. Il nobiluomo si presentò come il Bey di uno dei più potenti stati dell'Islam, discendente da nobile ed antica famiglia ed invitò la donna a parlare con lui. «E che vuoi?" - esordì lei - "io vivo tra i boschi ed il mare, non m'interessano né gli uomini né i palazzi, e poi non mi piaci: sei della razza che tanto dolore ha portato alla mia terra».
Il principe trattenne a stento le lacrime, montò a cavallo e ritornò al palazzo sconvolto. Ma il volto di lei ritornava in sogno ogni notte e quanto più la sognava, più sprofondava in un delirio senza fine. Allora chiamò il calligrafo chiedendogli di scrivere una lettera speciale con le maiuscole bordate d'oro zecchino e la porpora rossa sullo sfondo. Il decoratore disegnò uno splendido rami ed scrisse una lettera d'amore bellissima. Il Bey spiegò alla donna che non poteva osservare più i preziosi oggetti d'ebano perché in loro vedeva i suoi capelli, non poteva odorare le piante di garofani perché il loro l'odore ricordava il suo profumo ed il colore la sua pelle bianca come la neve. E la donna rispose, dicendogli di andare, il giorno dopo al centro della spiaggia grande, lì dove s'innalzano le dune più alte.
Il principe rifiorì come d'incanto, fece sellare il suo cavallo, si profumò con le essenze più preziose ed andò all'appuntamento. Lei era lì, sulla duna più alta col vento che le faceva ondeggiare i capelli. Quando giunse il principe, gli gettò le braccia al collo, si avvolsero in un abbraccio intenso e si scambiarono baci infuocati. Continuarono così per ore fino al calare del sole rotolando tra la sabbia ed il mare. Per il giovane principe fu il giorno più bello della sua vita.
Ma da allora lei si rifiutò di vederlo ed il principe divenne l'ombra di se stesso al punto da non riuscire a capacitarsi del comportamento della donna. Volle incontrarla un'ultima volta ma quando il principe le si avvicinò lei gli lanciò uno sputo in pieno volto: "a tie e alla tua brutta razza, de quai nun n'hai passare". Il giovane, sconvolto, corse al suo palazzo, si affacciò al balcone e si trafisse il cuore con il pugnale d'argento. Il sangue cadde sulle piante di garofano macchiandole in maniera irregolare, ora con grosse macchie, ora con piccole goccioline. Da allora, ad Otranto quei garofani bianchi e profumatissimi, macchiati di rosso, si chiamano garofani turchi. Ma anche la ragazza comprese di aver rifiutato un uomo che l'amava sinceramente e che anche lei amava. Si gettò, per questo motivo, tra le onde. Ancora oggi un tratto della spiaggia di Alimini si chiama "i crigni" perché le strisce nere dei suoi capelli restarono impresse per sempre nella sabbia candida.   
 

 

LEUCA
 

San Pietro ed il Santuario del Paradiso
Una gentile leggenda che si tramandano gli abitanti del Capo (i "capuani"), vuole che San Pietro, proveniente dall'Oriente, abbia toccato per la prima volta terra italiana proprio dal Capo e che da qui abbia incominciato a predicare il Vangelo alle genti italiche. E la leggenda vuole ancora che nessuno possa entrare in Paradiso se non abbia compiuto il pellegrinaggio al Santuario di Santa Maria del Capo: o da vivo o da morto. Cosicché molte anime di buoni cristiani, che da vivi non hanno potuto recarsi a questo Santuario, secondo la pia leggenda, entrano e sostano in preghiera nella chiesa di Maria, prima di volare in cielo.
 
Il pianto del bambino
Una leggenda, ancora assai diffusa, racconta di una bella ragazza colpevole agli occhi dei suoi compaesani di avere amato un giovane saraceno approdato durante una scorreria. Ne aveva avuto un figlio, ma poco dopo il parto era impazzita. Dopo aver allattato a lungo il neonato, perché nel regno dei morti non patisse la fame, lo aveva scaraventato tra le onde. Per notti e notti il vagito del figlio la chiamò dal mare in burrasca, finché lei stessa non si gettò dalla scogliera. Per questo, nelle notti ventose d'inverno, echeggia a Capo Leuca il pianto di dolore del bambino accompagnato dalle grida di rimorso della madre.
 
CASTRO
 
La grotta Zinzulusa
 Un crudele barone, padrone di quei luoghi, dopo aver fatto morire di dolore la moglie, costringeva la pur amorevole figlia a una vita di stenti, vestendola di stracci. Una fata impietosita cambiò la sorte della fanciulla, dandola in sposa a un principe. Le vesti cenciose, gettate al vento, andarono a pietrificarsi all'ingresso di una grotta, nel cui interno venne sprofondato il padre snaturato, facendo scaturire acque provenienti dall'Inferno, il laghetto Cocito. I gamberetti marini che, per loro sfortuna, avevano assistito a questi prodigi, diventarono ciechi. E infatti nelle acque del Cocito vive un piccolo e rarissimo crostaceo depigmentato e cieco, il Typhlocaris salentino. Lungo fra i sette e gli otto centimetri, si orienta tramite setole di senso disposte in doppia serie sulle sue tre ultime paia di zampe.
 

. Una donna aveva lasciato unica erede la figliola, sapendo che il malvagio marito, pur di impadronirsi dei suoi beni, aveva concluso un patto col diavolo. L'uomo, per impadronirsi dell'eredità, rinchiuse la figlia in una stanzetta nascosta della casa perché morisse di stenti. Un giorno, una buona vecchia fata riuscì a scoprire dove era tenuta segregata la ragazza, e le apparve. La giovane, coperta solo di cenci, malata e affamata. implorò aiuto. La fata rispose con un triplice incantesimo. Un batter di mano e il luridume della stanza si cambiò in gioielli; un altro battito e la fanciulla fu rivestita di un abito stupendo; quindi fata e fanciulla furono trasportate all'aperto da uno sciame di colombi. Dopo aver detto alla ragazza di conservare i suoi stracci in ricordo degli avvenimenti, la fata disparve. Un nobile che passava di là vide la giovane, se ne innamorò e la volle per sposa.
Intanto, il padre, alla scomparsa della figlia, cercò di aprire il cofanetto dove erano i preziosi gioielli, ma mentre allungava la mano ecco il tesoro coprirsi di fiamme; una mano misteriosa afferrò l'uomo alla gola e, mentre la casa crollava, la porta nella grotta della Zinzulusa e lo fece rotolare in fondo al lago, le cui acque divennero nere e limacciose, perché il diavolo vi fece rigurgitare le acque dell'inferno: per questo anche ora il lago si chiama Cocito.
Dopo molti anni la fata riapparve alla donna da lei beneficata, annunciandole la prossima fine. la condusse verso la grotta del Cocito, nel vestibolo trasse i cenci che aveva conservato e li cambiò in lucenti pietre frastagliate e quello fu il "corridoio delle meraviglie". Disse però la fata: "Non spaventarti se in queste acque limacciose udrai un urlo o un sospiro, qui fa penitenza l'anima di tuo padre". Quindi la condusse in una reggia di cristallo, dove le acque erano limpidissime. "Sembra un Duomo!" -esclamò la donna. "Questo sarà il suo nome", spiegò la fata, "e qui tu e tuo marito riposerete in eterno, e mentre voi vedrete la luce. nessun vivente la vedrò mai". Ecco dunque l'origine delle varie grotte e la spiegazione dei sospiri del lago infernale ... (*)

NOTE
(*) Questa leggendo è estesamente riportata in Saverio La Sorsa, Leggende di Puglia, Levante, Bari, 1958, p. 198 sg.



 

SAN DONATO
 
La chiave di San Donato
Nel paese di San Donato si vende ancora, nei giorni della festa patronale (5 e 6 agosto), la minuscola chiave di stagno con l'immagine del santo, dal quale un tempo gli ammalati di epilessia imploravano la guarigione. La chiave di San Donato "apre" il cervello, liberandolo dal male.
 
CALIMERA
 
La pietrà della fertilità
Una curiosa usanza, legata a un rito di purificazione di origine pagana, si svolge il Lunedì di Pasqua a Calimera, non lontana da Lecce, nella piccola cappella campestre dedicata a San Vito. Oggi in modo scherzoso, ma un tempo con la massima devozione, uomini e donne devono passare attraverso il foro della grossa "pietra della fertilità" infissa nel terreno, impresa non facile per i più robusti. Questo rito assicura buona salute e soprattutto la nascita di figli, la ricchezza del contadino antico.

 

SANTA CESAREA TERME

Secondo la tradizione popolare nel XV secolo, prese il nome di Santa Cibaria da una vergine giovane, forse originaria di Otranto, che per sfuggire alle insidie del padre brutale e violento, si rifugiò in una grotta del centro abitato.

Qui il padre precipitò, avvolto in una nube densa e nera e la fanciulla si salvò. Da allora una sorgente di acqua sulfurea sgorga dalla terra, proprio dal punto dove si compì la tragedia.

Si narra che Ercole, su consiglio di Pallade, accorse in aiuto di Giove e dei suoi numi, sfidati dai Giganti Lestrigoni o Titani o Leuterni, invincibili perché temprati nel ferro e nel fuoco. Ercole dopo aver compiuto i rituali sacrifici propiziatori sul colle Saturnio a Roma, si recò sui Campi Flegrei, dove avvenne lo scontro titanico e la maggior parte dei Giganti vennero uccisi. Ercole inseguì i fuggitivi superstiti fin lungo la costa della Japigia, impervia e impraticabile perché formata da rocce, caverne, antri e orridi. Qui li raggiunse e li trucidò. Gli immensi corpi dei mostri si dissolsero e la putredine che ne scaturì penetrò nel suolo rendendo sulfuree le acque sotterranee che affioravano nelle sorgenti.

Sulla leggenda pagana, tramontata col tramontare del paganesimo, si è innestata quella cristiana, che ha in comune con quella il ricorso a fattori soprannaturali per spiegare il fenomeno naturale e l'invenzione che lo zolfo disciolto nella sorgente provenga dalla putredine del corpo di un cattivo. Se ne discosta nel sostituire all'empietà dei mitologici Giganti quella di un uomo: il pagano, o il libidinoso padre della religiosa vergine Cesaria, o un pirata saraceno. E più ancora la leggenda cristiana si allontana da quella pagana nell'introduzione del personaggio di Cesaria e della sua miracolosa sorte di essere salvata e santificata dall'intervento divino, in seguito al quale ella prende dimora nella grotta presso la sorgente.

Le tre varianti della leggenda cristiana

Esistono di quest'ultima tre varianti. La più divulgata indica nel padre incestuoso il persecutore della giovane. In un'altra il padre, pagano, insegue Cesaria per punirla di essersi innamorata di un giovane cristiano e di essersi convertita ella stessa. Nella terza, la figura del malvagio è identificata in un pirata saraceno.

Nella prima e nell'ultima versione l'avvenimento è ambientato in età notevolmente più recente della seconda. Questa, infatti, rimanda ad un periodo compreso tra il III e il IV secolo, quando si compì il passaggio dal Paganesimo al Cristianesimo. Le altre due rievocano immagini di feudalesimo e scorrerie piratesche turco-saracene, cioè ad una età non antecedente al X secolo.

La leggenda, così come fu raccontata da Oronzo Lala e poi ripresa dal Bollandista nella sua Vita di Santa Cesaria Vergine ricavata dai Bullandisti, narra di Luigi e Lucrezia, ricchi e potenti signori, che non hanno però figli, pur desiderandone. Avendo Lucrezia pregato ardentemente la Vergine Maria, l'eremita Giuseppe Benigno le profetizza la nascita di una figlia, che ella consacra alla Madonna. La bambina, cui viene imposto il nome di Cesaria, viene affidata ad una balia, di nome Caterina Felice, donna molto religiosa, che influisce sull'avvio di Cesaria alla fede e alla pietà. E' così che la giovinetta si consacra segretamente a Dio. Esortata dalla madre che, in punto di morte, la invita a seguire la virtù, ad onorare la Madonna e a digiunare tutti i sabati, la giovane tiene fede al suo voto. Passano così due anni. La tragedia scoppia quando Luigi, sentendo il bisogno sempre più pressante di una nuova compagna, chiede a Cesaria di prendere il posto di Lucrezia, sposandolo in segreto. La giovane finge di piegarsi e chiede di allontanarsi "quanto tempo è necessario perché possa lavarsi i piedi". Poi, per ingannare il genitore, prende due colombe, le lega per le ali e le posa in un catino, in modo che il batter d'ali faccia pensare che si stia lavando, e fugge. Il padre, appreso l'inganno, la cerca e la raggiunge presso la scogliera del promontorio di Castro. Minacciata, Cesaria invoca l'aiuto di Dio, il quale le invia in soccorso l'angelo custode che le indica l'apertura di una rupe e la esorta a salvarsi. Così la giovane prende dimora nella grotta, mentre il padre incestuoso si ritrova avvolto in una densa e nera nuvola, e precipita dall'alta scogliera nel mare e nell'inferno.

Esiste anche una versione popolare della leggenda, fissata, agli inizi del Novecento, da Trifone Nutricati, poeta e pubblicista leccese. Questa versione popolare in dialetto ambientava l'evento nei primi secoli del Cristianesimo. Secondo Nutricati, Cesarea era "una bella fanciulla della quale si innamora il suo stesso padre, il quale la perseguita con la scusa di non volerla dare al Cristianesimo nascente". Ma la giovane è convertita da un soldato romano, suo amante. Un giorno il perfido genitore, "sempre più invasato dall'infame demone della passione dei sensi", insegue la vergine fuggente fino alla grotta dove ella invoca l'aiuto di Dio. E' così che la montagna di apre per accogliere la santa, mentre gli stivali del padre, come la fanciulla aveva desiderato, diventavano di zolfo.

Vale la pena ricordare che, accanto al popolare e al devozionale, esiste un terzo filone nella trasmissione della leggenda, quello letterario. Secondo il filone colto, Cesarea nacque da una nobile e ricca famiglia, là dove sorgeva l'antica Francavilla. La giovane conosce presto il dolore e il lutto: la madre, infatti, muore quando Cesarea ha quindici anni. Nel suo severo e triste palazzo la vergine cresce confortata solo dall'affetto del padre e delle sue ancelle, ricamando e filando all'ombra dei porticati. Un giorno, alla giovane appare un angelo, il quale le predice che un pericolo imminente la minaccia e le consiglia di fuggire. Cesarea, alle parole dell'angelo, rimane perplessa e cerca consiglio e protezione presso il padre. Dal comportamento del malvagio genitore, "ebbro e folle di libidine", elle comprende quale sia il pericolo e, per sfuggirvi, trova una scusa e chiede di fare il bagno. Così prende due colombe, le lega per le ali e le posa sulle acque della vasca. Ingannando le ancelle col batter d'ali, Cesarea fugge attraverso una porta segreta, scalza, e corre, senza saperlo, verso la costa. Quando, inseguita dal padre, si trova semi circondata dal mare, prega il suo buon Dio di salvarla da quel pericolo. Come per incanto, il masso che Cesarea aveva invocato si aprisse e la ingoiasse ("Aprite, pentuma e gnuttite Cisaria!"), si schiude facendola scomparire. Il genitore, perplesso e trasecolato per la misteriosa sparizione della figlia, cerca invano, sulla costa, maledicendo e bestemmiando "Colui che aveva protetto Cesarea". Persa infine ogni speranza di ritrovarla, tormentato dalla passione e fors'anche dal rimorso, si precipita nel mare che, al suo contatto, diviene fetido e impuro. In quel punto sorgono oggi le grotte "Solfurea", detta Grande di Santa Cesarea e la piccola dalle acque ferraginose calde della "Gattulla".

 

TORRE DELL'ORSO - Lo Scoglio delle Due Sorelle :

"Un tempo vivevano due sorelle dalle fattezze meravigliose: un giorno, lasciata la campagna si recarono al mare per cercare un pò di frescura e di refrigerio alla calura estiva. Le due sorelle si recano sulla scogliera della baia di Torre dell'Orso e li soffiava un venticello odoroso di  mare e di pini silvestri, così intenso e ammaliante che la sorella più giovane si senti sempre più attratta dal mare......

Giunse il momento che il mare si rilevò in tutto il suo splendore e la ragazza avviata dalle tinte smaglianti  e dall' invitante frescura che sembrava emanare, senza esitare, si lanciò nel vuoto in un atto disperato d'amore.

Le grida della sorella che in vano si dibbatteva tra la spuma, destarono la sorella maggiore e a sua volta si buttò nel vuoto e nel vano tentativo di strapparla alla morte......  In pochi istanti il mare si trovò a cullare due corpi inermi e senza vita......

Le grida delle due sorelle, furono udite da un pescatore che si recò sul luogo e scrutò il mare, ma  nulla vide se non meravigliato per la prima volta, due alti  faraglioni posti l' uno a fianco all' altro, del tutto identici che sembrano abbracciarsi.

Sul  ritorno, sconcertato e turbato in cuor suo, il pescatore, per non aver mai notato prima quelle bellezze naturali, decise di chiamare quel luogo": LE DUE SORELLE

 

LEUCA

E' questa la leggenda più nota e più bella.

Si dice che regina di quello Specchio di mare dove si incontrano Jonio e Adriatico fosse una sirena tutta bianca e perciò chiamata Leucàsia (dal greco leukòs=bianco).

Ella, bella ma mostro perché metà donna e metà pesce, cantava divinamente e attirava i marinai. Una volta volle attirare un pastorello che zufolava sugli scogli. Quegli le resistette, per restare fedele alla sua innamorata.

Lui si chiamava Melisso, lei si chiamava Arìstula. Ma Leucàsia, offesa per il rifiuto, si vendicò ferocemente quando li sorprese abbracciati sugli scogli. Scatenò con la sua coda e il suo fiato, forte come un ventaccio, una tempesta tale che trascinò giù i due sventurati amanti. Li sbattè più volte sulle scogliere fino ad ucciderli e poi ne separò i corpi, lasciandoli sulle due punte opposte del golfo, affinché nessuno potesse unire ciò che lei aveva diviso.

Dall'alto del suo tempio la dea Minerva vide tutto questo e si impietosì. Decise allora di pietrificare i corpi di Melisso e Arìstula, dando loro l'eternità: quelle pietre diventarono da allora per tutti e per sempre la punta Meliso e la punta Ristola che, non potendosi toccare fra di loro, abbracciano quello specchio di mare. Anche Leucàsia finì pietrificata dal rimorso.

E si trasformò nella bianca città di Leuca

 

GALATINA

La tradizione vuole che San Pietro e Paolo sostarono a Galatina durante il loro viaggio di Evangelizzazione. San Paolo fu ospitato da un galatinese nella propria dimora chiamatasi in seguito Casa di San Paolo. Riconoscente per la calda ospitalità ricevuta il Santo diede al padrone di casa ed ai suoi discendenti il potere di guarire coloro che fossero stati morsi da animali velenosi. Sarebbe bastato far bere l'acqua del pozzo che si trovava all'interno della casa e tracciare il segno della croce sulla ferita.

Dove originariamente c'era la Casa di San Paolo, fu eretta una cappella nella cui sagrestia c'è un pozzo murato contenente l'acqua miracolosa.

La tradizione racconta che i due santi fecero tappa a Galatina durante i loro viaggi di evangelizzazione.

San Pietro, nel viaggio da Otranto a Taranto, fece tappa a Galatina. Si racconta che San Pietro si sia fermato nel podere “Pisanello” in contrada San Vito e qui trovò riposo su una grossa pietra che attualmente viene custodita nella Chiesa Matrice.
Per questo i galatinesi scelsero l’apostolo come protettore e a lui fu dedicata la Chiesa Matrice e la città prese il nome di “San Pietro in Galatina”. Col tempo ritornò poi ad essere Galatina.
L’apostolo Paolo fu ospitato da un religioso galatinese nella propria casa, dove poi venne edificata una cappella oggi chiamata la Chiesetta di San Paolo.

Il pozzo all'interno del palazzo Tonti VignolaIn quella casa esisteva un pozzo, (tuttora è possibile trovarne traccia), la cui acqua aveva il potere di guarire quanti venivano morsicati da animali velenosi.  Al feudo di Galatina il santo concesse l’immunità dal veleno dei serpenti e da ogni altro animale velenoso, soprattutto le tarantole. Ogni anno nel giorno della festa le tarantate accorrevano per invocare la guarigione. Chi accompagnava la tarantata attingeva acqua da quel pozzo con un secchio e la dava da bere alla donna che ne bevevo tanta fino a vomitarla tutta nel pozzo dove comparivano serpenti che tentavano di afferrarla. Chiusa l’imboccatura del pozzo con il coperchio il miracolo era compiuto.

Agli inizi degli anni cinquanta il pozzo, con ordinanza del sindaco, venne fatto murare per motivi igienici dopo che la falda si era inaridita. Col tempo il rito delle tarantate è andato via via scomparendo.

(tratto dal sito del Comune di Galatina)

 

 

TAURISANO - GROTTA SANTA LUCIA

 Per i Taurisanesi la grotta ha un significato particolare per la devozione religiosa verso S. Lucia. Secondo il racconto degli antenati, ripreso da Roberto Orlando in una recente pubblicazione, nell’antro della grotta vi era l’immagine della Santa affrescata su una pietra. Quel luogo e quell’immagine venivano rivendicati per l’appartenenza dai cittadini di Ugento e di Taurisano, poiché – si diceva – che bagnandosi gli occhi con l’acqua che cadeva dalle volte rocciose si ottenevano guarigione miracolose. In occasione di una “prova” per avere testimonianza della benevolenza della Santa Martire, furono portati due ciechi, uno di Taurisano e uno di Ugento; l’evento miracoloso della guarigione fu a favore del cittadino ugentino. Da allora l’immagine di S. Lucia fu traslata a Ugento dove la Santa viene tuttora venerata con solenne festeggiamenti. I taurisanesi, però, non ne tralasciarono ugualmente il culto ed edificarono di fronte alla grotta una piccola cappella,

CALIMERA

è invece un mistero il culto a Calimera di San Brizio, un Santo sconosciuto e così lontano, ma così largamente venerato dai calimeresi che, nella forma grecizzata, lo chiamano "Vrizio" o "Vriziolai" ("Brizietto"): e Brizio è il nome maschile più diffuso a Calimera. La leggenda narra di un tale Cordulo, cittadino di Calimera, che, vivendo a Tours in Francia, aveva una grande nostalgia della sua patria. Siccome in quei giorni ricorreva la festa di San Brizio, Cordulo si recò in chiesa insieme agli altri fedeli e pregò il Santo di esaudire il suo desiderio di ritornare in patria. Quella notte Cordulo fece un sogno: gli apparve un vecchio che gli chiese perché fosse triste, e Cordulo gli narrò del suo lungo pellegrinare di paese in paese e della struggente nostalgia che provava al pensiero della patria lontana. Il vecchio consigliò a Cordulo di recarsi la notte seguente sulla spiaggia, dove avrebbe trovato chi avrebbe potuto ricondurlo in patria. Anche se scettico, la notte successiva Cordulo si recò in spiaggia e trovò ad attenderlo una barca che era guidata proprio dal vecchio che gli era apparso in sogno e che, in un battibaleno, lo riportò sulle coste salentine. Il vecchio gli rivelò di essere proprio San Brizio e di volere prendere sotto la sua protezione la cittadina di Calimera. Cordulo si adoperò perché la popolazione di Calimera scegliesse come suo protettore San Brizio e in onore del Santo venne innalzata una chiesa. Nella Chiesa di San Brizio è custodita una statua di legno molto pesante che rappresenta San Brizio in abiti vescovili, età giovanile e corta barba, in atto benedicente.

 

CASARANO

MADONNA DELLA CAMPANA

Leggenda e storia sul Santuario della Madonna della Campana Come raccontata, oltre quaranta anni fa, dal custode ( lu nfertu "N toni ta Campana") al Rev. Padre Antonio Chetry (1). "Circa tre secoli addietro (1550), sulla collina c'era una masseria appartenente a un tal Marcello D'Elia. Un giorno, mentre si eseguivano i lavori campestri con i buoi, uno di questi si fermò e non ci fu verso a farlo avanzare. Poiché la bestia dava segni di voler smuovere il terreno con la zampa destra anteriore, un gruppo di contadini scavò in quel punto e, a cinque metri circa di profondità, apparve ai loro occhi una specie di sarcofago in pietra leccese e, quando questo fu aperto, vi trovarono un'immagine della Madonna. Questa fu chiusa in una rozza nicchia e collocata sul posto in modo da guardare il mare di Gallipoli e, per devozione, venne accesa davanti alla sacra effigie una lampada che ardeva ininterrottamente.

MADONNA DELL'ALTO - MADONNA DELLA CAMPANA - MADONNA DEL CASALE

Una sera molto burrascosa, una nave in balia dei venti furiosi era sballottata lontano, al largo, da violente altissime ondate. Il capitano aveva perduto l'orientamento. Il naufragio sembrava ormai inevitabile, la morte dell' equipaggio sicura. Quand' ecco si scorge in lontananza una luce. Se c'è luce, si pensò, c'è terraferma. Il capitano si rivolse allora a Maria, stella del mare, e fece voto che, se fosse stato tratto in salvo, Le avrebbe eretto un santuario. Dopo alterne vicende, raggiunta avventurosamente la spiaggia di Gallipoli, il comandante, da leale gentiluomo, mantenne la promessa. Si recò con dodici marinai al proprietario del suolo dove ardeva la lampada e chiese di volergli vendere un appezzamento adeguato per la costruzione di un tempio votivo. Il proprietario D'Elia, quando apprese la pia e generosa intenzione, cedette munificamente il terreno occorrente, quale devoto omaggio suo personale alla Vergine".

 

PARABITA - MADONNA DEL CAROTTO

Nel territorio di Parabita, nel punto più alto del Salento leccese, la Serra di S. Eleuterio ( 210 metri s.l.m.) esistono varie grotte che si aprono sul costone della serra . In una di queste cavità vi è la presenza di un dipinto raffigurante la madonna, questo ci fa supporre che sia stata usata nel medioevo da monaci anacoreti. Da tutto questo è nata una tradizione popolare che vuole che solo le persone, che hanno un comportamento corretto ed onesto possano accedere alla visione del dipinto. Infatti la grotta possiede due cavità, separate solo da una parete di roccia, con un buco ( "carotto" nel dialetto locale) da attraversare per raggiungere il luogo del dipinto.
Il luogo che custodisce l'affresco mariano è quindi raggiungibile solo attraverso il buco (carotto) non avendo entrate dall'esterno. La leggenda vuole che  se si attraversa l'unica entrata il buco (carotto) esso si restringe sulle persone cattive e disoneste che per la loro condotta immorale non possono raggiungere la visione paradisiaca del bel volto della madre di Cristo . 

(Da una recente perlustrazione, il buco ha le aperture aperte sull'esterno da entrambi i lati)

Un'altra versione dice che chi riesce ad attraversare il buco, è figlio di "buona mamma".

PARABITA - MADONNA DELLA COLTURA

Narra la leggenda che un contadino, arando un pezzo di terra, incuriosito dal fatto che i i buoi si inginocchiavano sempre allo stesso punto, scoprì sepolta una sacra immagine di madonna dipinto su un masso. Per la gioia e la sorpresa corse subito in paese per annunciare la formidabile scoperta e il popolo in processione trasportò nella murata città di Parabita la bella immagine della "Matonna ta Cutura".
Dopo oltre sette secoli quell'evento si ricorda ogni anno.
A mezzogiorno della Domenica dedicata alla Madonna della Coltura, che si festeggia l'ultima domenica di maggio, un gruppo di giovani, i curraturi, simula la corsa del contadino verso il paese per annunciare la lieta scoperta, fermandosi ai piedi della statua della Madonna ferma "a sutta a porta" (il punto in cui sorgeva una delle tre porte della cinta muraria di Parabita, la "Porta di Gallipoli").

 

NARDO' - LA RUPE DELLA DANNATA

Una aspra ed alta rupe  si erge per 50 metri a picco sul mare. In cima vi fu costruita la Torre dell'Alto. La leggenda narra di una giovane e bella ragazza di Nardò che stava per sposarsi ma era che era stata chiesta dal signorotto locale in base allo "jus primae noctis". Per sfuggire a tale iniquità, la ragazza  si gettò da questa rupe trovandovi la morte e da quel giorno fu chiamata "la Dannata"

 

GALLIPOLI - SAN MAURO

La leggenda racconta che San Mauro, morto martire a Roma, venne trafugato dai compagni di fede che volevano riportarlo in patria. I soldati romani, però, intercettarono i fuggiaschi e li trucidarono in una caverna, ma il corpo di San Mauro, dato alle fiamme, non bruciò, mentre i soldati naufragarono miseramente al largo di Gallipoli. In quella stessa caverna i gallipolini innalzarono una chiesa in onore del martire.

GALLIPOLI - TORRE SABEA

Si narra che durante il secolo XVI, periodo funestato da continui assalti di pirati, le torri costiere venivano sorvegliate da drappelli di soldati addestrati a fronteggiare il pericolo. Tra i torrieri incaricati di difendere la Vecchia Torre vi era un giovane aitante di nome Flavio, il quale si era innamorato ed aveva sposato Florilanda, una fanciulla gallipolina dalle dolci e formose sembianze ma di poveri natali. Nel giorno di Pentecoste, detta anche Pasqua delle Rose, la giovane sposa, desiderando ardentemente rivedere anche per un solo istante l'amato sposo di stanza alla Vecchia Torre, insieme ad un gruppo di compagne raggiunse la torre, dove si incontrò in un appassionato abbraccio col suo sposo, che l'aveva seguita da lontano. I due innamorati rimasero avvinghiati in un amplesso senza tempo, ignorando il richiamo delle compagne di Florilanda le quali ripresero, sul far della sera, la vita del ritorno. Quando Florilanda, svegliatasi dal profondo sogno d'amore e licenziatasi dallo sposo, volle rientrare in città, ormai le dense ombre della notte erano calate sulla scogliera facendole smarrire la strada. Pensò bene allora di ritornare da Flavio; ma questi, insospettitosi dello strano rumore e credendo trattarsi di un nemico, le corse incontro trafiggendo con un colpo di alabarda il corpo reso informe dalla notte fatale. Ben presto comprese il tragico errore: compose su di una barca il corpo esanime della fanciulla amata e insieme sparirono verso l'orizzonte senza più fare ritorno. La gente continua a narrare che ogni sera due bianchi gabbiani riposano nei ripari della Vecchia Torre per volare, all'alba, verso il mare infinito avvolti da un comune eterno destino d'amore.

 

RACALE

La nomèa degli abitanti di Racale è "pacci", che significa pazzi. Il soprannome è legato ad una leggenda secondo la quale, molti secoli or sono, arrivò nel villaggio uno strano signore che, ogni tanto si fermava improvvisamente per pregare ad alta voce. I racalini, credendo che si trattasse di un pazzo, non gli concessero ospitalità, ed il pover’uomo dovette rifugiarsi in una grotta, fuori dal villaggio. Il giorno dopo un gruppo di bambini gli si avvicinarono, e l’uomo li trattò con dolcezza e cordialità, tant’è che i bambini passavano molte ore in sua compagnia. Questa situazione era mal vista dai racalini, che minacciando il forestiero, gli imposero di allontanarsi dal villaggio. Si narra che l’uomo scacciato, altri non fosse che San Nicola Pellegrino. Così gli abitanti dei paesi vicini diedero dei pazzi ai racalini, per aver fatto l’errore di scacciare dal paese un santo.

SALVE

Nel Salento vengono invece chiamati anche giorni delle "Vecchie". Si fa riferimento infatti ad una leggenda secondo cui gennaio aveva solo 28 giorni e, puntualmente, nei suoi giorni conclusivi faceva talmente freddo da uccidere le pecore più vecchie del gregge.

Un anno il furbo pastore nascose le pecore, gennaio finì e si rese conto dell'inganno. Andò quindi da febbraio a chiedere in prestito tre giorni durante i quali scatenò il freddo più rigido di tutto l'anno e le pecore più vecchie, ignare, morirono. Da qui la credenza popolare che questi siano i tre giorni più freddi dell'anno e che in questi giorni muoiano le tre persone più vecchie del paese.

Ma la storia non finisce mica qui... Gennaio non restituì mai più i giorni a febbraio che, risentito, da sempre "minaccia": "Se scennàru no scennariscia, febbràru male penza, ca se li giurni mèi li tenìa tutti, facìa quajàre lu mieru 'ntre vùtti. Ma... o vo, o vegnu, sempre a capu d'estate me tègnu!". (da www.salveweb.it)

 

 

NARDO'

La leggenda del Cristo nero.

Si narra che il 18 maggio 1255 alcuni infedeli, per ordine di Manfredi, cercarono di portare fuori dalla chiesa la statua del Crocefisso, portato a Nardò dai monaci basiliani nel 761, per darlo alle fiamme insieme ad altre statue sacre. Questo crocifisso si incastrò tra gli stipiti della porta e nel tentativo di romperlo per portarlo fuori, dalle fenditure apportate dalla spada fuoriuscì tanto di quel sangue che mise in fuga i saraceni.

CARPIGNANO

La pietrafitta più interessante di Carpignano è quella conosciuta con il nome di Staurotomèa o Croce Grande. Posto poco fuori dall’abitato, presso il Santuario di Maria SS della Grotta, attorno a questo menhir sono sorte alcune leggende. Secondo una tradizione diffusa in tutto il Salento, i menhir nasconderebbero dei tesori, per trovare i quali è d’obbligo attenersi ad una certa ritualità. Nottetempo, due fanciulli devono essere condotti presso il monolite e fatti sedere con le spalle appoggiate alle facce più larghe dello stesso. A questo punto il menhir si inclinerebbe fino a cadere, schiacciando uno dei pargoli e lasciando all’altro scelto dal destino il tesoro. Secondo la leggenda locale, la leggera inclinazione della Staurotomèa sarebbe proprio da attribuire ad un tentativo di impadronirsi del tesoro, fallito per il sopraggiungere della paura in uno dei due piccoli, che sarebbe scappato prima della caduta del menhir. Un’altra leggenda narra di due sorelle, una nubile (vergine) e l’altra coniugata, le quali si sarebbero appoggiate al menhir per riposarsi. Questo sarebbe caduto, uccidendo la maritata e lasciando alla sorella il tesoro. A causa di queste leggende, molti menhir sono stati divelti nella speranza di trovare questi fantomatici quanto inesistenti tesori o “acchiature” 
(TRATTO DA WWW.SALENTOVIAGGI.IT)

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FATE:  Si narra che un giorno un tale, passeggiando appena fuori il paese di Collepasso. vide una ragazzina che era caduta e si era sbucciato un ginocchio. L'aiutò a rialzarsi e la fanciulla scomparve. Quando tornò a cosa, nel riporre il bastone da passeggio, si accorse che esso era diventato d'oro massiccio: un segno della riconoscenza della fata!
Un'altra storia è quella della "tignusa", una povera donna, malata, un po' tocca, che abitava nei pressi del ninfeo delle fate. Non potendo avere figli, essa amava sognare cullando tra le braccia dei pezzi di legno avvolti in stracci. Per questo motivo era oggetto di scherno, finché un giorno ella si trovò presente mentre passavano delle fate. Una delle fate, vedendola, si impietosì e trasformò il fantoccio in un bambino in carne ed ossa.

ZINZULUSA
Una leggenda riguarda poi le meraviglie della grotta della Zinzulusa. Una donna aveva lasciato unica erede la figliola, sapendo che il malvagio marito, pur di impadronirsi dei suoi beni, aveva concluso un patto col diavolo. L'uomo, per impadronirsi dell'eredità, rinchiuse la figlia in una stanzetta nascosta della casa perché morisse di stenti. Un giorno, una buona vecchia fata riuscì a scoprire dove era tenuta segregata la ragazza, e le apparve. La giovane, coperta solo di cenci, malata e affamata. implorò aiuto. La fata rispose con un triplice incantesimo. Un batter di mano e il luridume della stanza si cambiò in gioielli; un altro battito e la fanciulla fu rivestita di un abito stupendo; quindi fata e fanciulla furono trasportate all'aperto da uno sciame di colombi. Dopo aver detto alla ragazza di conservare i suoi stracci in ricordo degli avvenimenti, la fata disparve. Un nobile che passava di là vide la giovane, se ne innamorò e la volle per sposa.
Intanto, il padre, alla scomparsa della figlia, cercò di aprire il cofanetto dove erano i preziosi gioielli, ma mentre allungava la mano ecco il tesoro coprirsi di fiamme; una mano misteriosa afferrò l'uomo alla gola e, mentre la casa crollava, la porta nella grotta della Zinzulusa e lo fece rotolare in fondo al lago, le cui acque divennero nere e limacciose, perché il diavolo vi fece rigurgitare le acque dell'inferno: per questo anche ora il lago si chiama Cocito.
Dopo molti anni la fata riapparve alla donna da lei beneficata, annunciandole la prossima fine. la condusse verso la grotta del Cocito, nel vestibolo trasse i cenci che aveva conservato e li cambiò in lucenti pietre frastagliate e quello fu il "corridoio delle meraviglie". Disse però la fata: "Non spaventarti se in queste acque limacciose udrai un urlo o un sospiro, qui fa penitenza l'anima di tuo padre". Quindi la condusse in una reggia di cristallo, dove le acque erano limpidissime. "Sembra un Duomo!" -esclamò la donna. "Questo sarà il suo nome", spiegò la fata, "e qui tu e tuo marito riposerete in eterno, e mentre voi vedrete la luce. nessun vivente la vedrò mai". Ecco dunque l'origine delle varie grotte e la spiegazione dei sospiri del lago infernale ... (*)

(*) Questa leggendo è estesamente riportata in Saverio La Sorsa, Leggende di Puglia, Levante, Bari, 1958, p. 198 sg.

tratto da: "Il ninfeo delle fate " di Andrea Fiocco, Tiziana Zellino