ZONE VERDI il mio Salento.
Boschetto collina ex fabbrica di calce - Sant'Eleuterio - Parabita
boschetto di pini di impianto, alla sommità della collinetta di San Eleuterio e nei pressi della fabbrica di calce.


Patù: serra e falesia di Vereto e di Suda.


un "microbosco" di querce e allori.
raccolta delle
olive con le reti
inizio del sentiero
panoramico
Le vie del Sale - Corsano
: "LE VIE DEL SALE" è una rete di antichi tratturi recentemente recuperata e trasformata in un bellissimo percorso escursionistico. Si estende sulla fascia costiera di Corsano (LE) e ospita una grande varietà botanica, rurale e geologica di pregevole importanza.
Coordinate = Lat: 39.882729, Lng: 18.386065
I tratturi, che si snodano a partire dalla strada
principale che da Corsano conduce fino al mare, sono dei piccoli sentieri
delimitati da muri a secco e che collegano in più punti l’entroterra al mare, Il
più antico è il tratturo Nsepe dal quale sono stati costruiti, a partire dalla
fine della prima metà del XVIII secolo, delle arterie secondarie che presero il
nome di Munterune, Scalapreola e Scalamunte.
La posizione in cui questi sentieri sono stati costruiti non è casuale ma è da
ricondursi all’attività di produzione del sale che caraterizzava i Corsanesi.
L’attività era illegale ed è per questo motivo che spesso le donne e i bambini
dovevano fare da vedetta per controllare che non ci fossero della autorità nei
paraggi e dar modo agli uomini di riempire con tranquillità dei sacchi dalle
saline, scavate nella roccia lungo la costa, e trasportarli lungo questi
sentieri fino al paese. Per molto tempo i tratturi rappresentarono l’unico
collegamento del centro urbano con la marina limitrofa.
Muri a secco
La costruzione di muretti a secco, soprattutto nelle zone costiere, è molto
comune nel Salento: le pietre sono utili per fomare una barriera che contrasti i
venti provenienti dal mare e che trasportano un’elevata percentuale di acqua
salata, capace di danneggiare piante e raccolti. Sono utilizzati anche per
contenere i cosiddetti “terrazzi”, una struttura che vincola un terreno in più
scaloni in modo da rendere più agevole la coltivazione degli alberi di ulivo e
facilitare lo spostamento da un punto ad un altro di una tenuta con forti
pendenze. Particolari sono i terrazzamenti situati nella zona “Isola” di Tricase
Porto, stretti gradoni di terra che si innalzano per decine di metri rispetto al
livello della litoranea fino a raggiungere i punti più alti della serra
(struttura collinare del salento che ragiunge altezza non superiori ai 300
metri).
La rete di sentieri “tratturi” venne battezzata come la “Via del Sale“, in
quanto consentiva il trasporto del prezioso carico fino al paese. Questa
attività era molto importante per l’economia del comune e rappresentava una
delle poche fonti di sostentamento.
La pratica delle produzione del sale comunque era molto diffusa, anche se in
proporzioni decisamente inferiori, in molte località costiere caratterizzate da
scogliere rocciose. La presenza di cavità naturali e non, che in occasione della
bassa marea consentivano di raccogliere il sale dopo l’essicazione dell’acqua
marina che rimaneva all’interno, rappresentava sicuramente un’ottima maniera per
risparmiare del denaro. In molti si recavano nella mattinata presso la costa per
procurarsene un pò.
La Via del Sale di Corsano è segnalata da un’ottima segnaletica, quindi non
potrete sicuramente sbagliare. Nei sentieri in cui vi abbatterete saranno
frequenti gli avvistamenti di numerose paiare, di varia forma e dimensione.
Molte sono a ridosso dei muretti e parzialemte crollate ma molte sono ancora in
ottimo stato e non aspettano alto che essere osservate.
Marco Piccinni
Pineta e Serra di Supersano - Bosco Belvedere-Pineta Celimanna
Il Parco naturale della Serra di Supersano è stato recentemente costituito, essendo stata la zona dichiarata di notevole interesse pubblico soggetta a vincolo paesaggistico nel 1996. Si estende per decine di ettari sul territorio comunale ma confina con i comuni limitrofi. E' ricoperto da una pineta e da macchia mediterranea. Si gode della vista della pianura sottostante.
foto Angelo Puscio
al centro di questo rettangolo con canneto, eucalipti e palude,
una piccola
costruzione crollata, a cosa serviva?





BOSCO BELVEDERE Si estendeva nel feudo di circa 16 paesi: Supersano,
Torrepaduli, Miggiano, Montesano, Castiglione, Spongano, Surano, Ortelle,
Nociglia, Vaste, Poggiardo, Sanarica, Muro, Botrugno, San Cassiano e Scorrano.
Da alcune ricerche sulle centurizzazioni e sulle divisioni agrarie del Salento
in età romana si evince che non è compresa la parte occupata dal Bosco per cui
si può pensare che il nostro bosco esistesse già sin dall'età classica, ma si
può ipotizzare che la sua origine è da attribuire addirittura al periodo
post-glaciale.
Se ne registra la sua esistenza in una serie di cartografie risalenti già al
1464.
La boscaglia era principalmente costituita da Lecci e da Querce, tra cui il
Quercus Fraineto un tipo di quercia che produceva una ghianda con cui venivano
allevati i maiali.
Il toponimo Porcarizza del Bosco di Belvedere fa
pensare ad un importante allevamento di maiali ubicato nel bosco. Mentre il
toponimo Castagna indicava la presenza del Castagno. Inoltre il
toponimo Fontana fa pensare che nel bosco vi era la presenza di acque
sorgive che servivano ad abbeverare il bestiame e gli animali selvatici.
La foresta già nel primo '800 accoglieva lupi, cinghiali ed era ricca di
cacciagione come lepri, volpi e numerosi tipi di uccelli. Per molti secoli il
Bosco è stato fonte di vita e di ricchezza per il paesi confinanti che da esso
traevano beneficio, provvidenza ed un ambiente salubre. Lo stesso nome di
Supersano fa pensare alla derivazione latina Super Sanum, quindi ad un ambiente
salubre e vantaggioso.
Verso la seconda metà del '700 iniziò il disboscamento
dell'area boschiva che continuò fino alla seconda metà dell'800 quando, dopo una
lunga causa con i Comuni limitrofi il bosco, che era di proprietà del Principe
di Tricase, venne diviso tra 15 Comuni limitrofi. Cominciò allora la lenta ed
inesorabile fine del nostro Bosco.
Numerose pratiche incendiarie e un taglio indiscriminato, mirati ad ottenere
terreni freschi da coltivare e legna da ardere, cominciarono a ridurne
notevolmente la sua superficie.
Nel 1877 Cosimo De Giorni registra questo scempio ed ammonisce sul guasto
ambientale che si sta perpetrando ai danni del bosco:
" Non è senza il massimo dolore ch'io osservo di anno in anno cedere
atterrate al suolo quelle querce maestose che hanno sfidato per tanto tempo le
ingiurie del tempo, dell'atmosfera, degli uomini e degli animali. La falce e la
mannaia livellatrice del boscaiolo seguono intanto, inesorabili su questa via di
distruzione…."
Oggigiorno esistono solo alcuni esemplari di Quercus Fraineto.
A cura del prof. Bruno Contini (tratto da www.comune.supersano.le.it)
IL BELVEDERE ERA UNA BRUNA FORESTA
Aldo De Bernart
Così la chiama, nel 1789, lo svizzero Carlo Ulisse De Salis, signore di Marschlins, nelle sue note di viaggio dal titolo Nel Regno di Napoli, alludendo al famoso Bosco Belvedere, disteso nei Comuni di Scorrano, Spongano, Muro, Ortelle, Castiglione, Miggiano, Pog-giardo, Vaste, Torrepaduli, Supersano, Montesano, Surano, Sanarica, Botrugno, San Cassiano e Nociglia.
Immenso latifondo boschivo, che al suo proprietario, il principe Gallone di Tricase, assicurava la pingue rendita di L. 42.500 e a tutti i Comuni confinanti gli usi civici. Smembrato, nel 1851, e suddiviso fra i Comuni interessati, a Supersano, dopo Scorrano e Nociglia, toccò la quota maggiore e forse la più bella, non solo per impianto e varietà di piante, ma anche per i pascoli eccellenti. «Nei pascoli sopra queste alture - scrisse il De Salis - e nella foresta di Supersano, sono allevate due razze equine appartenenti al Marchese di Martina e al Duca di Cutrofiano, le quali forniscono buonissimi cavalli da sella e da tiro. Vi sono anche degli armenti, ed assaggiai qui una nuova qualità di formaggio fatto di latte di capra, che è davvero eccellente». Famosa, un tempo, per le sue diciotto masserie, disseminate per l'intero feudo, Supersano deteneva la palma di tipici prodotti caseari, in concorrenza con quelli dell'Arneo di Nardo, mentre spiccava per la selvaggina abbondante che stanziava nel suo immenso bosco e che richiamava cacciatori da ogni parte del Salento, che pernottavano, a volte, nelle masserie, e, i nobili, nel Casino della Varna, ancora oggi esistente, in agro di Torrepaduli; è questo uno stupendo casino di caccia di impianto seicentesco, la cui mole si staglia in una brughiera odorosa di timo, solcata da un'antica carrareccia scavata nella macchia pietrosa. Situato nel cuore di Bosco Belvedere di Torrepaduli, il Casino fu, appunto, luogo d'incontro per le battute di caccia e per i conviti che le allietavano. Dimora un tempo veramente principesca, se ancora oggi conserva, malgrado i guasti, lo smalto dell'antico splendore, il Casino della Varna, che non guarda più le antiche querce del suo bosco che correvano fino a Supersano, rimane oggi l'unico testimone muto dei fasti e della bellezza selvaggia del Bosco Belvedere. Quel "bosco" che ha dato l'"aria sana" a Supersano e che ancora, nei suoi avanzi, richiama turisti sulla più bella terra del Salento, così come un tempo richiamava gli scienziati. Scrisse, infatti, il De Salis: «Supersano è un piccolo villaggio isolato, romanticamente situato tra boschi e colline, che ha servito sinora da ritiro al mio intelligente compagno». L'«intelligente compagno», al quale allude il De Salis, è il Dott. Pasquale Manni (1761-1841), da San Cesario di Lecce, fisico ed entomologo di chiara fama, che nel Bosco Belvedere di Supersano aveva raccolto vari insetti, passati poi al famoso Domenico Cirillo, che li aveva catalogati nel suo lavoro Specimen Entomologiae Napolitanae. Il Dott. Manni - scrive ancora il De Salis - «mi mostrò anche della cenere vulcanica da lui raccolta a Supersano nel 1784, dove cadde dello spessore di una mezza linea; e siccome è noto che in quell'anno lo Stromboli eruttò violentemente, niente di più facile che il vento ne abbia sospinte le ceneri fin qui. E siccome la distanza in linea retta è di 160 miglia italiane, sarebbe questa una prova indiscutibile, come gli antichi descrittori delle eruzioni dell'Etna e del Vesuvio non raccontassero fiabe, allorché dicevano di ceneri trasportate sino a 200 e 300 miglia, durante le forti eruzioni di questi vulcani». Con questa annotazione sui vulcani termina la visita del De Salis a Supersano, e nel lasciare il "piccolo villaggio", crediamo che in quel lontano pomeriggio del 1789 abbia spinto lo sguardo, ancora una volta, sul verde cupo della "foresta", senza dubbio una delle cose più belle che l'illustre viaggiatore d'Oltralpe abbia visto nel Basso Salento. L'Arditi, che nel 1851 aveva conosciuto in tutta la sua vastità e bellezza il Bosco Belvedere, perché ne aveva tracciato la mappa e proceduto alla divisione della terra tra il principe di Tricase e i Comuni interessati, nel 1879 scriveva: «Era questo forse nella provincia il bosco più vasto e vario per essenze arboree, ma oramai non rimangono più di arbustato e di ceduo, se non poche moggia a nord-ovest verso Supersano». Courtesy Ezio Sanapo
Quelle "poche moggia" che nel 1882, a distanza di 84 anni dalla visita del De Salis, il De Giorgi, visitando Supersano, vide: «E verso l'orizzonte a sinistra si profilano gli ombrelli dei pini d'Italia, che sollevan le loro chiome pittoresche sulla bruna massa delle querce di Belvedere». La "bruna massa" di querce ora non c'è più!
QUANDO MUORE UNA GRANDE QUERCIA di Gino De Vitis
Un decreto del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, concedeva, in data 19 maggio 1971, un nuovo stemma al Comune di Supersano, su domanda del sindaco. Il nuovo stemma, raffigurante "Bosco Belvedere", sostituiva il vecchio, glorioso emblema, raffigurante la "Quercia". Opportuna o meno la decisione del sindaco in carica che ne aveva chiesto la soppressione, rimane il fatto che i Supersanesi, almeno una buona parte di loro, non sanno ancora del cambiamento avvenuto, non sanno ancora che la "loro" quercia è stata definitivamente abbattuta. E che la quercia sia stata per non poco tempo lo stemma del paese, lo si deve al fatto che una grande pianta (ma che dico, "grande"!? Immensa era, invece) costituiva il più significativo "indicante" del nostro paese. Ecco la quercia, siamo a Supersano! Non è vuoto sentimentalismo, se da queste colonne si fa lode a questo gigantesco "personaggio". Perché di personaggio si tratta, non ci sono dubbi, vista l'importanza che la pianta ha avuto per noi, sì da essere stata, appunto, per tanto tempo, il simbolo del paese. Ci tornano alla mente i bei versi del Pascoli, nella poesia "La quercia caduta". Anche la "nostra" quercia, ora, non più «coi turbini tenzona». Venne abbattuta! Essa era all'ingresso del paese, lato nord, nel luogo compreso, oggi, tra il canale "Muto" e la strada provinciale per Scorrano, là dove ora è stato sistemato un trasformatore dell'Enel. Intorno alla pianta, un enorme spiazzo. La sua chioma era maestosa, capace di dare ombra, tanta ombra al viandante, che, Roberto Gennaio stanco, ne avesse avuto bisogno. Ma più che la sua chioma, il "fenomeno" era costituito dal tronco: una circonferenza da capogiro. Dicono, coloro che la conobbero e che ne ascoltarono i suoi ultimi battiti, che occorrevano ben quattro persone (sic!) con le braccia aperte, per abbracciarne l'enorme tronco; basti pensare, per avere un'idea più verosimile, che nel suo tronco era stato ricavato un vero e proprio antro, nel quale potevano trovare comodo riparo quattro o cinque persone, sedute attorno ad un tavolino. E si pensi quanto cara fosse stata la quercia di Supersano agli zingari, a questa gente senza casa, che, facendo sosta nel nostro paese, trovava un certo riparo all'ombra e nel tronco della secolare pianta. Quanto tempo era vissuta? La gente se la sarà sempre posta questa domanda e ce la poniamo oggi anche noi. Ma chi può sapere la durata della vita della nostra quercia! Purtroppo non siamo in grado di dirlo, poiché non abbiamo alcuna documentazione, anche se si può affermare con sufficiente sicurezza che la nostra quercia non avesse meno di dieci secoli. Una cosa, quindi, è certa: la sua vita è stata straordinariamente lunga. Perché la sua fine? Il racconto di chi la ammirò ha veramente del patetico. La quercia era "sofferente", ormai decrepita, per cui si pensò bene di abbatterla. Sofferente per aver dato riparo, nella sua cavità, a tanta gente! Sì, la sua generosità fu la causa della sua morte. L'enorme buca nel suo ventre l'aveva percossa inesorabilmente: la linfa non aveva avuto più la possibilità di ascendere facilmente dalle radici al resto della pianta, impedita, appunto, dall'enorme taglio nel tronco. E così la scure si abbattè su di lei. Questo accadeva circa novant'anni fa. Venne dato l'incarico dell'esecuzione a Guerino Sanapo, il quale si valse della praticità nel mestiere di Paolo Negro, Ci manca la testimonianza dei due, poiché entrambi sono morti. Finiva così la lunga vita di questa nostra forte pianta, tra il rimpianto generale dei Supersanesi, e non solo dei Supersa-nesi, e il dolore degli uccelli con i quali la quercia, mamma quercia, era stata così buona.
LE QUERCE DEL SALENTO
Numerose erano le specie di alberi e arbusti che vegetavano nel Bosco Belvedere, fra le paludi e gli acquitrini: il frassino, il carpino, il castagno, la quercia spinosa, il leccio, il fragno, la roverella, insieme con l'intera gamma di piante della macchia mediterranea. A partire dalla seconda metà dell'Ottocento, per venire incontro alle necessità degli agricoltori, il bosco fu in gran parte distrutto per far posto soprattutto agli ulivi che ancora oggi ricoprono quei fertili terreni. Scrive il tecnico ambientale e naturalista Roberto Gennaio: «I disboscamenti irrazionali (clearcutting), gli incendi ripetuti, le attività pastorali, lo smacchiamento e le opere di dissodamento necessarie per reperire nuovi terreni coltivabili, si accentuarono in maniera esponenziale a partire dai primi anni del '700 e continuarono dissennatamente nei secoli successivi [...]. Anche la richiesta sempre più incalzante di combustibile vegetale determinò la specializzazione di diverse maestranze nel taglio degli alberi e delle grandi querce e nella preparazione del carbone e i "craunari" di Calimera e di Supersano erano i più noti e specializzati del Salento [...]».
Scriveva il De Giorgi nel 1877: «Non è senza il massimo dolore ch'io osservo di anno in anno cadere atterrate al suolo quelle querce maestose che hanno sfidato per tanti secoli le ingiurie del tempo, dell'atmosfera, degli uomini e degli animali. La falce e la mannaia livellatrice del boscaiolo segnano intanto, inesorabili su questa via di distruzione [...]». Dice Gennaio: «Forse non tutti sanno che nel nostro Salento sono presenti nella flora spontanea ben dieci specie di querce e dodici in Puglia, tanto che il botanico pugliese E. Carano la definì la "terra delle querce"». Le querce saìentine sono: il leccio (Quercus ilex), la quercia spinosa (Quercus calliprinos), la quercia virgiliana (Quercus virgiliana), la quercia di Dalechamp (Quercus Dalechampii), la vallonea (Quercus thaburensis subsp. macro-lepis), la sughera (Quercus suber}, il farnetto (Quercus frainetto), il fragno (Quercus trojana), la rovere (Quercus petraea), la roverella (Quercus pubescens).
PERCORSO DALLA CRIPTA DI CELIMANNA un sentiero turistico corre a mezza costa sulla serra fino alla R.S.A. (residenza Sanitaria Assistita) altri sentierini probabilmente vanno paralleli lungo tutta la serra.

Macchia Crocefisso - Casarano - Ruffano
sulla serra di Casarano dalla cripta del crocefisso verso nord fino a una cava per poi continuare fino alla Madonna della Campana e dalla cripta del Crofisso verso sud dove diviene via via più rada.
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Pineta macchia pseudosteppa GALLIPOLI
costone roccioso prima del cimitero a destra, serie di quattro bunker.


pineta di estensione limitata, di impianto artificiale e macchia in parte rinaturalizzata, ircondata da forte antropizzazzione.
PALUDE DEL CAPITANO

FOTO DI http://www.panoramio.com/user/121820
Davanti alla casa si apre un magnifico specchio d’acqua che in realtà poco ha da spartire con una palude. Pur essendo a circa 250 metri dal mare, infatti, una fitta rete di canali sotterranei assicura uno scambio d’acqua continuo, mentre sono numerose le sorgenti che attraverso le rocce sgorgano nella “palude”. Il risultato è un piccolo laghetto di acqua incredibilmente trasparente in cui si mescolano acqua dolce e acqua salmastra.
http://www.quisalento.it/pagine/trekk11.html
PALUDE DEL CONTE
FOTO DI
http://www.panoramio.com/user/121820
http://www.portocesareo.org/parco_palude_del_conte.html
La zona umida della Palude del Conte è estesa oltre mille ettari ed è caratterizzata da sorgenti di acque dolci, il cui deflusso verso il mare è ostacolato da cordoni dunali. Le operazioni di “bonifica”, iniziate fin dai tempi dei Romani ma realizzate organicamente soltanto negli anni Venti, hanno irreggimentato le acque entro canali e bacini artificiali, riducendo le zone invase dalle acque. Tuttavia in questa fascia costiera la bonifica non ha dato i risultati sperati: molte aree, infatti, destinate alla coltivazione del cotone o dei pomodori sono state abbandonate dai contadini per il riemergere della falda salata. Così una parte di terreni lungo i canali, specialmente nelle stagioni piovose, sono lentamente riassorbiti dalla palude con i suoi canneti e i suoi giunchi. Qui si possono trovare specie rare della cosiddetta “lista rossa” come l’orchidea di palude (Orchis palustris) e la campanella palustre (Ipomea saggitata). Nei canali cresce l’edule sedanina d’acqua (Apium nodiflorum), che prediligendo acque limpide e pure, è un indice della salubrità del luogo. E liddove la palude non domina, regna invece la macchia mediterranea che qui nell’Arneo è fra le più selvagge e pregevoli del Salento.
da http://www.quisalento.it/pagine/trekk19.html
CANALE DI PUNTA PROSCIUTTO
FOTO DI
http://www.panoramio.com/user/121820
Cumuli di Pietre - Lido Conchiglie
foto di
http://www.panoramio.com/user/1387948
Bosco di Santo Spirito - Gallipoli
Bosco di pini di impianto artificiale, non molto grande ma articolato in diverse zone di macchia alta e vecchie cave. E' in parte in via di naturalizzazione.



Serra di San Mauro
la serra su cui si erge il santuario di San Mauro è una brulla pietraia che in estate si colora di giallo fulvo dell'erba secca.

alle spalle del santuario di S.Mauro la pietraia e questo casotto in legno di incognito uso,



un sentiero sterrato porta dalle spalle del santuario a questa pineta di pino marittimo a impianto artificiale alle spalle della discoteca "quartiere latino"
macchia di Masseria Macagnino - Acquarica del Capo


questa piccola macchia che copre parte delle pendici della serra di Acquarica che si affaccia sul panorama di Gelsorizzo è prevalentemente di quesrcia spinosa e smilax aspera, inestricabile e in gran parte impraticabile.
Il “Bosco Mellacqua”, o “Bosco della Luce Chiara”
Un esempio di bosco planiziale relitto nel Salento meridionale.

Il 17 agosto 2005, chi scrive ha effettuato il primo sopralluogo a quell’area boschiva residuale, nota, dal cognome dei proprietari, come “Bosco Mellacqua”, o Bosco della Luce Chiara”. L’area boscata, di circa 2 ha d’estensione spaziale, è ubicata in Comune di Andrano (Le) e, in pianta, assume i contorni di un quadrato quasi regolare. Il bosco privato, che si estende lungo la strada provinciale di Castiglione, ed è di proprietà della Signora Lucia Chiara Mellacqua, è recintato con grandi muri a secco e serve, oggi, unicamente per la caccia e per la raccolta di funghi. Per quanto concerne la composizione vegetazionale dell’area forestale, occorre dire che essenza arborea dominante è quella del leccio (Quercus ilex), con esemplari anche secolari, cui si associano, nel sottobosco, numerosi individui di Alloro (Laurus nobilis). Il sottobosco risulta ancora composto da Ruscus aculeatus, Smylax aspera, ecc. Nelle piccole aree prative, ai margini nordoccidentali del bosco stesso, si riscontra la significativa presenza di Quercus coccifera (localmente ritenuta infestante e detta “lizza”, cioè, etimologicamente, ‘leccia’, ‘leccio’), Pistacia lentiscus, Arbutus unedo, Asparagus officinalis, Viburnum lantana, Olea sp., Quercus pubescens, forse Quercus trojana, ecc.
Nel bosco è stato osservato un Insetto stecco (Bacillus rossii). Lungo la strada provinciale, contigua al muro di cinta del bosco, si è ravvisata l’esistenza di ulteriori, grandi arbusti (fino a 3 metri d’altezza) di Quercus coccifera con frutti, piante indeterminate del genere Filix ed una specie imprecisata di Hypericum dal forte odore balsamico.
Il bosco di cui si è brevemente trattato è recintato da un possente muro a secco e non può essere assolutamente fatto oggetto di visite, anche perché internamente abbandonato e pieno di pericoli.
Bibliografia
Michele Mainardi, Silva Sallenti. Pinus, quercus, cupressus, Litostampa Conte, Lecce 1988.
Euro Puletti
SERRA DI SAN ELEUTERIO - Parabita, Matino
il punto più alto della nostra Provincia, 200 m.s.l.m.
in dialetto: SANTU LATTERI vedi anche SCHEDA
apprendiamo da "belpaese" del 22/03/08 di un sopralluogo di Italia Nostra, Provincia, Forza Italia, Sindaco di Matino, Sindaco di Parabita, vicesindaco di Collepasso, assessori vari, Polizia Municipale di Parabita e di Matino, Forestale, per sensibilizzare autorità locali e popolazione sullo stato di degrado di questo territorio una volta incontaminato.
PINETA E MACCHIA TAURISANO SERRA BIANCA (?)

Piccola pineta con alberi alti e, separata dalla strada, una macchia più estesa.
PINETA DI MADONNA DELL'ALTO - ALLISTE
Di impianto artificiale negli anni 70, Adiacente alla chiesetta della Madonna dell'Alto. All'interno la Specchia.


CANALE DEI SAMARI
il fitto canneto
che costeggia il canale
Lungo canale naturale che parte da Parabita e sfocia al Pizzo. Un lungo tratto è stato cementificato. Vi cresce rigogliosa sulle sponde la canna e tantissime more. Occasionalmente si osservano uccelli migratori come l'airone. E' costeggiato da una stradina che si può percorrere quasi tutta in auto, se non si teme di graffiarla.
il Canale dei Samari deriva probabilmente il suo nome da una radice indoeuropea comune ad altri idrotoponimi su una vasta area (Simeri in Calabria, Sammaro in Campania, Sambra in Toscana, Sambre in Francia), indice di antichissime frequentazioni, testimoniate dal rinvenimento di industria su selce e ossidiana associata a ceramica d'impasto di tradizione neolitica. Esso nasce da risorgive poste nei pressi della Masseria Goline, in agro di Matino, e raccoglie nel suo alto corso le acque drenate da canali nelle aree ad ovest di Casarano e Matino e a sud di Alezio e, attraverso il suo affluente Raho, anche dalle zone a nord di Taviano: funge quindi da collettore di quel bacino imbrifero relativamente esteso che il De Giorgi chiamò Valle di Taviano. Con i suoi circa 7 km di sviluppo, il Canale o Fosso dei Samari, è il più importante corso d'acqua della costa jonica orientale: i suoi argini e le sue aree contigue, come quelli del Canale Raho, costituiscono un ambiente residuale di assoluto rilievo ricco di pregevoli punti paesaggistici e presenze vegetazionali notevoli in ambito salentino, quali l'equiseto, la ginestra, il corbezzolo, la rosa selvatica, la roverella, il pioppo argentato, pervenuteci da contesti climatico-ambientali diversi dall'attuale. Il suo corso superiore scorre incassato fra pareti calcaree o argillose, mentre il tratto terminale, a livello con la vasta piana subcostiera, che un tempo curvava verso sud per versarsi in mare a circa 500 m dalla foce attuale, fu inalveato artificialmente con la realizzazione del "drizzagno" durante gli anni '20. Recentemente la cementificazione dell'alveo, precedentemente limitata a questo tratto terminale, è stata brutalmente estesa a gran parte del corso sia ad opera del Consorzio Bonifica Ugento-Li Foggi sia da parte dell'A.N.A.S. contestualmente ai lavori di potenziamento della S.S.274: ne è conseguito il completo snaturamento dell'habitat fluviale, la scomparsa delle specie ad esso legate (castagna d'acqua, tritone e forse persino la lontra) e l'eliminazione di quella funzione tampone dei confronti delle piene stagionali i cui effetti sono stati fin troppo evidenti durante l'alluvione del novembre 1993. L'artificializzazione del letto, la realizzazione di una strada e di numerosi fabbricati tutt'altro che rurali a ridosso dell'alveo oltreché l'immissione di sostanze tossiche di uso agricolo sono le principali cause di degrado di questo particolare e prezioso ambiente.
MACCHIA DEI SAMARI

lungo un argine del canale dei Samari, in corrispondenza di un ponticello, ci si può inoltrare in una piccola ma interessante macchia.
BOSCO VARANO - PONZI -TAURISANO
Antico nome/forse uomini/un tempo/ti hanno pronunciato/vissuto e lavorato./Ora giaci su te stesso/e nulla ricordi.
Bosco Ponzi: querceto, recintato da alto muro di pietre,
Bosco Varano (proprietà Lopez y Royo): accanto al bosco Ponzi, una zona più grande prevalentemente a pini ed eucalipti con alcuni caseddhi. Nelle vicinanze la Masseria e il trappeto di Varano (che non ho trovato).
BOSCO DI VARANO
2008 - Giorni di caldo record...la passeggiata sarà breve. Saliamo su per un sentiero lungo 400 metri, costeggiato da muri a secco, taglia in due il bosco per poi inoltrarsi nella campagna ulivetata. Vediamo numerose farfalle bianche, libellule, api e altri insetti. Vegetazione prevalente: quercia spinosa, leccio, salvione giallo.



Sui resti di una preesistente villa romana, nel X-XI secolo, fu costruito un
piccolo borgo fortificato (kastellia) circondata da piccole case rurali
(agridia), da oliveti e vigneti impiantati ad opera di monaci basiliani.
Attualmente si possono notare le tracce dell'insediamento bizantino e di una
struttura fortificata (una torre di sorveglianza detta pyrgoi) e una residenza
colonica fortificata lungo il lato orientale e meridionale della masseria di
Varano.
Queste tracce consistono in alcuni muri di pietre a secco a tratti cementato con
malta di terra rossa, calce e paglia.
L'attuale masseria è affiancata sul lato orientale da 4 grossi pilastri formati
da blocchi tufacei del XIII secolo che dovevano servire da sostegno alle volte a
botte o a crociera di un edificio preesistente alla masseria
stessa.(http://www.turismo.provincia.le.it/home/risorse.php?id=5798)
LI FOGGI

L'*area* *umida dei Foggi *- al pari delle omologhe Mammalia e Rottacapozza ad Ugento e Feda e del Conte a Porto Cesareo - si è venuta a creare in epoca geologicamente recente con la "chiusura" di una più profonda insenatura marina ad opera delle dune costituenti l'attuale linea di costa e la successiva delle acque dolci continentali. Prima del drastico ridimensionamento operato dall'uomo nell'ultimo secolo, essa, soggetta ad ampie oscillazioni stagionali di profondità ed estensione aveva come area di massima espansione una fascia larga in media 500 m ed avente un fronte di circa 3 km, compreso tra la chiesa della Madonna del Carmine e la Masseria Li Foggi, per una superficie totale di circa 150 ha. I corpi idrici principali che la componevano erano, da nord a sud, i ristagni delle Fontanelle, la Palude Grande o Bocca dei Samari e la Sogliana, alimentati oltreché da un diffuso affioramento della falda anche dall'apporto del Canale dei Samari, esondante durante le piene e dal deflusso in mare ostacolato dai depositi di sabbia e posidonie alla foce. Da sempre sito di attività e produzione, nonostante una tenace oleografia le voglia esclusivamente luogo repellente e fonte di malattie, le aree umide rivestirono un ruolo economicamente considerevole in epoca medioevale: nella zona dei Foggi in particolare si praticavano la caccia, la pesca, la raccolta di canne e di giunchi ed anche la vallicoltura e la macerazione del lino. Lungo ampi tratti ai margini dell'area, temporaneamente emersi nei mesi secchi, erano praticate colture stagionali. Bisognerà però attendere la seconda metà del secolo scorso perché abbia impulso il recupero agricolo delle zone. Ciò avvenne inizialmente ad opera di privati, mediante la realizzazione di canaline di drenaggio e scolo - realizzate in modo approssimativo per razionalità di connessione e pendenza - e l'utilizzazione del materiale asportato per la sopraelevazione del piano di campagna, originariamente posto fino a 20 cm sotto il livello del mare, nonché di una strada mediana all'area parallela alla costa. Non mancò l'applicazione di tecniche sperimentali come le pompe idrovore ad energia eolica di fabbricazione olandese che il cavalier Auverny utilizzò con scarso successo per il prosciugamento della parte di palude posta a sud del canale. Sarà quindi lo Stato, con una decisa azione legislativa a cavallo dei due secoli volta ad una sistematica bonifica delle aree palustri soprattutto in funzione antianofelica, a modificare profondamente la zona con le opere di riordino idraulico attuate poi tra il 1923 ed il 1930. Tali opere consistettero diacronicamente nella sistemazione idraulica del tratto terminale del Fosso dei Samari - che comportarono la modifica del tracciato e la realizzazione di un alveo e della bocca a mare in cemento -, nella colmata artificiale e nel drenaggio con canali a marea il cui sversamento nel Corso dei Samari era regolato da chiuse e nella realizzazione di circa 5 km di strade di servizio nell'area. E' significativo ricordare come buona parte della colmata venne realizzata utilizzando la sabbia costituente le dune, nonostante precise raccomandazioni ministeriali ne prescrivessero la salvaguardia e fossero in quegli stessi anni oggetto di riforestazione. A quel periodo è pure da riferire l'introduzione nell'area di specie alloctone sia vegetali, quali il pioppo, l'eucalipto e persino il raro /Taxodium/, quel cipresso calvo proveniente dalle remote Everglades della Florida che campeggia in splendida solitudine al centro dell'area, sia animali, come nel caso di /Gambusia holbrooki,/ altra specie nordamericana introdotta quale antagonista delle larve dei ditteri e tuttora presente. Nonostante l'assidua opera di manutenzione iniziale, con taglio periodico del canneto e ripristino delle canalizzazioni, la zona fu solo stagionalmente coltivata per cadere poi in abbandono e tornare ad assumere le caratteristiche naturali dell'area umida coperta da un fitto fragmiteto e popolata da un'abbondante avifauna e specie di rettili ed anfibi tipici dell'ambiente su quasi tutta l'area originaria. A partire dalla fine degli anni '50, dopo la realizzazione della litoranea un nuovo tipo di intervento umano ha caratterizzato la zona, questa volta in maniera irreversibile: iniziò allora, con l'edificazione del villaggio Baia Verde, l'urbanizzazione dell'area, contestualmente ad una rivoluzione che fu di costumi ed anche economica nell'approccio dell'uomo verso le aree umide costiere non più viste come terre perdute da redimere alla coltura agricola, ma da "valorizzare" come ameni luoghi di soggiorno estivo. Episodi recenti di colmata artificiale sterile, palesemente lesivi dei vincoli di legge gravanti sull'area hanno portato ad una profonda alterazione dei connotati paesaggistici della funzionalità biologica e dell'assetto idrogeologico dell'area umida, ridotta oramai a poche decine di ettari di estensione, rendendo necessaria un'ampia opera di ripristino ambientale. La *fascia costiera* del litorale sud-gallipolino è caratterizzata da un esteso deposito sabbioso di origine bioclastica a granulometria medio elevata con frequenti affioramenti del substrato calcarenitico. Ampio in larghezza circa 300 m e con dune elevantisi fino a 12 m, come il De Giorgi ce lo descrive alla fine del secolo scorso, questo tratto costiero fu interessato a più riprese da opere di riforestazione tendenti a stabilizzarlo ed a riparare dall'aerosol salmastro le colture dell'immediato entroterra cui si deve l'introduzione di specie alofile come il pino d'Aleppo, l'eucalipto arbustivo, l'acacia saligna, il tamerice e, nel retroduna, il pino delle Canarie, che si aggiunsero ai preesistenti ginepri, integrati da nuovi impianti. Interessante la tecnica usata già dagli anni '30 per la fissazione preventiva della duna mediante le siepi morte e l'impianto di psammofile. Attualmente l'intero sistema dunare è soggetto ad una serie di fattori di degrado essenzialmente di natura antropica e segnatamente: la presenza della strada litoranea e di altre strutture rigide, che interrompono la naturale sequenza biogeologica falsando i meccanismi di apporto-asporto del sedimento, l'eccessiva pressione antropica nei mesi estivi col conseguente calpestio e l'eliminazione del manto vegetale, il dissesto idrogeologico delle aree immediatamente a monte della formazione. L'abbassamento del livello medio del deposito e l'arretramento della linea di costa sono i segni più tangibili di questo degrado, cui solo una gestione razionale del flusso di "fruitori" dell'area e di graduale ripristino ambientale potrà porre rimedio. Anche su questo settore del territorio insistono testimonianze archeologiche di assoluto rilievo, come i resti di *focolare preistorico* in prossimità di Punta della Suina e, presso Punta Pizzo, resti di pavimentazione di una *villa romana* e le uniche *vasche* per la lavorazione della preziosa porpora rinvenute lungo le sponde europee del Mediterraneo! Oltre che con questi segni diffusi, intervenuti in varia misura nella trasformazione del territorio e leggibili su scala corografica, l'attività umana nelle sue varie forme si è espressa nell'ambito di nostro interesse con interventi edilizi pregevoli non solo dal punto di vista architettonico, ma anche per il significato storico che rivestono ed attribuiscono al contesto: ci si riferisce in particolare alla chiesa di San Pietro dei Samari, alla Masseria Itri ed alla Torre del Pizzo.
PINETA FONTANELLE - UGENTO
si tratta di una delle più grandi pinete di terra d'otranto. di origine artificiale si dice che sia stata di proprietà anche di Domenico Modugno. Pressocchè ignorata fino agli anni 70 ha visto in segutio un'esplosione di insediamenti turistici tra cui il Villaggio Robinson e il campeggio oltre ad un grande albergo (Hotel Astor) e alcune abitazioni private costruite nonostante tutti i divieti. Di recente l'istituzione del Parco Naturale e la costruzione di un altro grande albergo.
MASSERIA NUOVA GALLIPOLI
Sull'ultima propaggine della serra di Castelforte questa zona di pseudosteppa con alcuni caratteristici Carrubi modellati dal vento. Ampio panorama sul golfo di Gallipoli.

BOSCO DI RAUCCIO - TORRE CHIANCA
Il bosco di Rauccio è scampato alle dure leggi della bonifica e della riconversione dei terreni all’agricoltura (che qui si praticava dall’epoca dei romani, come dimostrano alcune tracce di centurazione dei campi) soltanto perché sorge per la gran parte su terreni rocciosi, poco adatti a fini agricoli. Proprio in questa area, solo fino a pochi anni fa regno incontrastato dei cacciatori, sorge il “Parco Regionale Bosco e Paludi di Rauccio”. A gestirlo, insieme con il Comune di Lecce è la sezione leccese del Wwf
il Parco di Rauccio si estende per 625 ettari che includono il bosco a lecceta di circa 18 ettari, una zona umida di circa 90 ettari, due bacini costieri (Idume e Fetida), realizzati insieme con i tre canali (Rauccio, Gelsi e Fetida) per la bonifica dei terreni e la confluenza di acque sorgive.
BOSCO DI TIGGIANO
da trovare

BOSCO DANIELI - Contrada Ortenzano - TAURISANO
piccola pineta con alberi alti e macchia e molti fichi d'india. All'interno troviamo una costruzione dell'acquesdotto, il rudere della masseria Grande e i ruderi del frantoio ipogeo.
dal sito della Provincia:
Al
bosco si accede percorrendo le strade ed i tratturi che portano
a 2,5 Km a S. - O. di Taurisano, tra collinette fitte di olivi
secolari. Bosco Daniele, sito in contrada
Ortenzano presenta una ricca vegetazione che va da fitte aree coltivate
ad uliveto (molti dei quali secolari) a zone interessate da macchia
mediterranea in cui prevale la bassa vegetazione composta in prevalenza
da arbusti di timo, asparago spinoso, il lentisco. Nei pressi del bosco
vi sono inoltre vigneti e vegetazioni dovute all'opera umana.
Caratteristici sono i muretti a secco. Adiacente al bosco vi è la
masseria dei Ranne risalente al XVI sec. della quale resta solo qualche
rudere. Bosco Daniele è ricco di cavità seminaturali in passato
utilizzate dai monaci basiliani come rifugio e luogo di preghiera e
meditazione.
Nel bosco si rilevano anche le tracce di un'antica cripta dedicata a S.
Michele Arcangelo denominato Santu Misceli dalla gente locale.
Contrada Ortenzano, denominata anche Contrada di Santa Lucia, è interessata dal carsismo (famosa la grotta di Santa Lucia). Su questo territorio possiamo rilevare i resti di due cappelle dedicate alla martire siracusana. Vi sono anche i resti di una strada romana e quelli di Masseria Ranne (secolo XVI). L'intera area comprende il bosco Daniele ricco di cavità seminaturali, in passato utilizzate dai monaci basiliani. Nel bosco si rilevano anche le tracce della chiesa - cripta dedicata a San Michele Arcangelo; oggi il luogo è denominato 'Santu Misceli' ed indica una contrada vicina al sito della antica chiesa.
BOSCO DI SANTA LUCIA TAURISANO
Bosco Santa Lucia, ubicato
nell'omonima contrada presenta una ricca vegetazione composta da resti
di macchia mediterranea, querce (molte delle quali centenarie), faggi,
olivi secolari. La flora spontanea è costituita da arbusti quali la
coda di volpe, il timo, l'asparago spinoso, il lentisco, la salvia.
Della fauna tipica fanno parte la volpe, la donnola, il riccio, le
lepri, le faine, qualche tasso.
Dell'avifauna fanno parte qualche picchio, le gazze, i pettirossi,
qualche falco, le serpaiole ed i consueti passeri e storni.
Accanto alla contrada vi sono distese di pini, oliveti, vigneti ed altre
vegetazioni dovute all'opera umana.
Caratteristici sono i muretti a secco presenti ai limiti del bosco.
Nel bosco di Santa Lucia è presente una quercia sempreverde spinosa,
quasi introvabile nel territorio salentino. Nelle vicinanze vi è la
grotta denominata di Santa Lucia, ai piedi dell'omonima collina.
Alla risorsa si accede percorrendo i tratturi di campagna posti nell'agro di Taurisano, lungo il confine con Ugento, nella cosiddetta serra di Santa Lucia (metri 130 s.l.m.), tra serra Campolotti e serra di Varano.
(non ho trovato boschi vicino alla grotta S.Lucia, credo che ci si riferisca al Bosco Danieli)
PINETA ARTIFICIALE E MACCHIA CIMITERO ALLISTE
prospiciente il cimitero di Alliste e collegato al presepe monumentale vi è questa piccola ma simpatica zona verde dove una stradina in salita arriva a una statua panoramica.
BACINO ARTIFICIALE FOGNATURA DI CASARANO
Vedi Laghi e paludi
MACCHIA NINFEO - FELLINE

sulle pendici della serra dell'alto, accanto alla masseria Ninfeo si allunga questa piccola ma suggestiva macchia inframezzata ad ulivi e muretti a secco. All'interno un recente sentiero la percorre tutta partendo da masseria Ninfeo.
Macchia di Lido Marini o Macchie di Rottacapozza
zona interessante con macchia bassa e alta, pietre e un canaletto tipo torrente stagionale.
Pseudosteppa e macchia nei pressi di Masseria Marini Tettoia e Masseria Marini

MACCHIA VICINO A MASSERIA SPIGOLIZZI.

Macchia nei pressi di Masseria Pali

MACCHIA E PINETA DI ROTTACAPOZZA
vasta macchia collegata ad una pineta, si può vedere ai lati delle strade che scendono sulla litoranea.
la pineta viene bruciata quasi ogni estate e della grande coltre di alberi di un tempo non è rimasto quasi niente.
vedi scheda Rottacapozza e canale di Pera
estesa zona a macchia e a pineta tra le masserie La Casarana e Campolisio
estesa zona macchiosa attraversata da ortogonali stradine sterrate probabilmente aperte per favorire la speculazione edilizia. Stranamente e fortunatamente, la zona è rimasta quasi indenne.
MACCHIA GIANNELLI SALVE
interessante macchia, bassa, media e a tratti alta. vi si trovano numerose orchidee spontanee.
zona di cacciatori.
capanno di caccia
con feritoie.
caseddhu all'interno della macchia, nelle vicinanze numerosi caseddhi, alcuni
ristrutturati.
antica strada all'interno della macchia
da trovare
E' un rigoglioso esempio di macchia mediterranea. Ci vegetano l'olivastro, diverse varietà di quercia, i corbezzoli, la ginestra, ecc.
da vedere
si tratta di un pendio pietroso con steppa e macchia bassa. presenti alcuni caseddhi. nel punto più alto un cumulo di pietre che potrebbe essere una specchia, ma per la forma irregolare potrebbe essere un semplice accumulo per spietramento.
folta e variegata macchia bassa e alta di discrete dimensioni.
TORRE VENNARI
ampia pineta e palude litoranea. vedi sezione laghi e paludi


Le Cesine, Riserva Naturale Statale e Oasi del W.W.F, sono
un tratto di costa che da Brindisi si estende fino ad Otranto, fu sempre una
zona estremamente repulsiva e malarica, a causa della presenza di numerose
paludi.
Le Cesine è stata dichiarata Zona Umida d’Importanza
Internazionale sin dal 1977 e Riserva Naturale Statale di popolamento
animale dal 1978.
L’intera unità ambientale ha un’estensione di circa 620 ettari, dei
quali un po’ più della metà sono destinati ad uso agricolo e i rimanenti a
Riserva Naturale.
“Pantano Grande” e “Pantano Piccolo” o “Salapi”, sono i
due stagni costieri che costituiscono il cuore della riserva naturale.
Essi sono alimentati da sorgenti sotterranee di acqua dolce e arricchiti
dall’acqua piovana.
Due altri grossi canaloni “ Cocuzza” e “Campolitrano”,
furono costruiti per permettere il drenaggio delle acque, in modo da mantenere
costante il livello nella piena.
Le Cesine costituiscono, dal punto di vista naturalistico, una ricca
zona comprendente diversi habitat, nei quali vi si trova un elevato numero di
specie vegetali ed animali.
L’ambiente flogistico sembra essere suddiviso in tre fasce: la prima è formata da delle dune sabbiose, oramai sparite quasi del tutto o ridotte a leggeri dossi degradanti verso la battigia, poche sono le specie in grado di sopravvivere alle difficili condizioni ambientali; tra tutte citiamo l’euforbia marina, dalle lunghe radici aeree agganciate alla sabbia; il respingente cardo marino, la salsola, il ravastrello, la gramigna, tutte piante in grado di resistere alla forte concentrazione salina, ai venti battenti dal maree alla scarsa acqua superficiale.
Man mano che si procede verso l’interno e si abbandona la spiaggia, la
vegetazione si trasforma e diviene più abbondante e fitta.
La seconda fascia abbraccia la zona intorno ai laghi, flora tipicamente
palustre, caratterizzata dalla presenza della cannuccia da palude che circonda,
molto fittamente, le coste dei bacini.
Accanto alle cannucce troviamo molte specie come il giglio acquatico, il
crescione d’ acqua, la sarcenella e altre.Da sottolineare la presenza, proprio
nelle Cesine, di rare specie di orchidee, alcune addirittura
catalogate per la prima volta, come la orchis palustris e il corvolvo palustre,
in estinzione.
Infine la terza zona è quella pinetata, che costituisce la flora
arborea dove, accanto ai classici esemplari di pino d’Aleppo
e del pino domestico, troviamo il pino marittimo insieme a eucalipti, acacie,
querce, olmi, salici.
La riserva rappresenta una importante tappa di svernamento per numerose
specie di uccelli: i moriglioni e il raro fistione turco, lo
svasso piccolo e il tuffetto; le folaghe si trasferiscono qui da
ottobre fino a marzo, insieme agli aitoni cinerini e alle garzette; il
falco palustre fa la sua apparizione per poi allontanarsi in vicinanza
del tepore primaverile.
Altri uccelli presenti sono: il piro piro, il gambecchio,la pantana,
l’albastrello e la pettegola.
Nel sottobosco
e nella macchia mediterranea, si può
incontrare il biacco, tipico serpente dell’Italia meridionale, che i
contadini del luogo chiamano “la serpe nera”.
Anche il cervone è presente alle Cesine, esso può
raggiungere la lunghezza di due metri ed è considerato uno dei più grossi
della famiglia degli ofidi in Europa.
A ridosso dei muretti a secco, trovano il loro habitat ideale, il
riccio e la tartaruga palustre. Rane e raganelle popolano gli stagni
insieme a numerosi altri insetti volatili e acquatici.
L’Oasi “Le Cesine” è gestita dal W.W.F. con la supervisione del
Corpo Forestale dello Stato, il quale svolge un’attenta azione di
sorveglianza. Attualmente è in corso di restauro e di ampliamento la vecchia
Masseria che funge da centro visita e che nei secoli scorsi veniva usata come
torre di avvistamento a guardia della costa.
Dal 1976, vengono organizzate vacanze naturalistiche per ragazzi, con lo scopo di insegnare e attuare i principi di educazione all’ambiente, comprendenti una serie di attività tra cui l’osservazione della flora e della fauna, attività di conservazione naturalistica, attività manuali e contadine, nel costante rispetto della natura e dell’ambiente. (1)
Parco naturale attrezzato. La più nota zona naturale di Terra d'Otranto. Troviamo una ampio bosco a pino d'aleppo, macchia mediterranea e gariga, pareti rocciose, grotte preistoriche, grotte marine, sorgenti di acqua dolce.
Per difendere questo parco morì assassinata l'assessore di Nardò Renata Fonte.

http://www.parcoportoselvaggio.it/Portoselvaggio/PortoselvaggiO.htm
foto di
http://www.panoramio.com/user/121820
In posti come questo, ciò che cattura per prima lo sguardo e seduce, è la spietata bellezza paesaggistica. Questo Parco Naturale e Archeologico non è solo un orgoglio salentino, ma patrimonio dell'umanità. Anticamente la zona di Porto Selvaggio era ricoperta da una foresta di lecci e querce mediterranee,ma la necessità di poter controllare visivamente il territorio dalle torti costiere portò al disboscamento dell'area. Al posto dei boschi e delle aree di macchia, col tempo comparvero campi di seminativi, vigneti e uliveti. Negli anni '50, grazie all'intervento della Cassa per il Mezzogiorno, fu realizzata un'attività di riforestazione e, su un'estensione di 101 ettari, nacque la pineta di "PORTOSELVAGGIO", costituita in prevalenza da pini d'Aleppo.La bellezza e l'importanza naturalistica assunta dal luogo, indussero il Ministero per la Pubblica Istruzione a decretarne il notevole interesse pubblico, con la legge 149 del 29.6.39. sulla proiezione delle bellezze naturali. Verso la metà degli anni '70, il proprietario dell'area, barone Angelo Fumarola, presentò un progetto per la realizzazione di insediamenti turistici ad alto impatto ambientale. La minaccia di una massiccia cementificazione della costa provocò un grande turbamento nell'opinione pubblica salentina, che si mobilitò in favore della difesa della zona contro l'intervento edilizio. Il Consiglio Regionale della Puglia approvò il 24.3.1980 la Legge Regionale 21/80 che sancì la nascita del Parco Naturale Attrezzato di Portoselvaggio. In tempi recenti, la legge regionale 15/3/06 n2 6. ha istituito il "Parco Naturale Regionale di Porto Selvaggio e Palude del Capitano ". estendendo la zona protetta fino alla Palude del Capitano. Il Parco attualmente si estende per circa 1000 ettari. L'area comprende ben tre siti di interesse comunitario (S.I.C.) quali, Torre Uluzzo, Torre Inserraglio e la Palude del Capitano e numerose aree di interesse archeologico. La sua gestione è affidata al Comune di Nardo. Avevano ragione gli ambientalisti negli anni '80, a chiederne la tutela: Portoselvaggio,ancor prima che bellezza naturalistica, è una vasta zona di straordinario interesse archeologico. La Baia di Uluzzo, all'interno del bacino del Parco, custodisce uno dei depositi preistorici più importanti a livello europeo. Non meno piene di fascino e di interesse sono le grotte sommerse di Portoselvaggio, disseminate lungo il tratto di costa che va dalla Torre dell'Alto alla Torre di Uluzzo.Tra le caratteristiche peculiari del Parco di Portoselvaggio - Palude del Capitano, spiccala presenza di numerose cavità carsiche ubicate a diverse quote altimetriche, fino alla profondità di 17 metri sotto il livello del mare. Le 23 grotte ricadenti nell'area del parco sono tutte inserite nel Catasto Regionale delle Grotte e dei Fenomeni Carsici Pugliesi, riconosciuto dalla L.R.32/86 "Tutela e valorizzazione del patrimonio speleologico pugliese". Tali cavità, oltre a costituire di per se un bene naturalistico degno di tutela, così come disposto dalla citata legge regionale, hanno un'enorme valenza biologica ed archeologica, come è stato dimostrato dai numerosi studi scientifici.
IL FENOMENO CARSICO NELL'AREADI PORTOSELVAGGIO
II tratto costiero che va dalla Grotta del Capelvenere alla Torre di Uluzzu (Carta IGM 214 III NO) si può ritenere il più interessante di tutto il tratto jonico della penisola salentina, per la concentrazione di fenomeni carsici conosciuti. Le grotte ubicate in quest'area si aprono nei fianchi di antiche scarpate costiere, e presentano i segni di un'azione combinata carsico-marina:all'azione corrosiva delle acque meteoriche e di scorrimento ipogeo, si è aggiunta ed accavallata nel tempo quella erosiva del mare. Gli affioramenti dell'area sono costituiti da calcari dolomitici (calcari di Melissano del Senoniano-Turoniano: circa 80 milioni di anni). La stratificazione si presenta irregolare e della potenza di pochi metri. Nell'area di Portoselvaggio si nota una struttura a gradinate, le cui scarpate si raccordano ai piani inferiori con forme piuttosto ripide.Questa struttura prosegue anche sotto l'attuale livello del mare, e ciò confermerebbe un'attività tettonica quanto mai varia. Il punto più elevato della zona, con i suoi 75 m s.l.m., è quello in cui si trova la Masseria dell'Alto. Da questo piano si passa, con una prima scarpata, al piano sottostante posto tra le quote 50 e 30 metri. Si scende quindi, con un'altra scarpata, alla quota 6-4 metri della spianata della Lea, ubicata tra il promontorio dell'Alto e quello della Grotta del Cavallo. Se si esclude l'incisione dell'insenatura di Portoselvaggio, il profilo di questo tratto di costa, in cui si notano degli affioramenti di superfici di strato con giacitura suborizzontale e presenza di rari pesci fossili, ha un andamento piuttosto regolare. Esso però contrasta nettamente col profilo morfologico subacqueo, caratterizzato da incisioni di numerosi, piccoli canyon, e dalla presenza di diverse grotticelle, che stanno a testimoniare un'azione carsica molto intensa.Osservando il paesaggio dell'area, si possono facilmente individuare tré grandi fasi di stazionamento marino, succedutesi nel tempo, tra quota -15 e quota 30 metri s.l.m.. Al piede delle scarpate (-12 m) si apre la Grotta delle Corvine e Grotta Luigino Marras, ad una quota intermedia, che coincide con l'attuale livello marino, si trovano diverse cavità ubicate tra Torre Uluzzu e S.Caterina, (Grotta Centrale Cala di Uluzzu, Grotta Verde, Grotta Roversi); infine, a quota 25-30 metri, si trovano le grotte ormai fossili, come la Grotta del Cavallo, la Grotta di Uluzzu, la Grotta del Capelvenere.Osservando le morfologie delle cavità della zona, riscontriamo che alcune di esse, ormai fossili, hanno avuto in passato il ruolo di risorgenti carsiche (ad esempio nella Grottadi Uluzzu si notano evidenti le tracce di un canale di volta). In altre, invece, attualmente sommerse ed interessate da risorgenze più o meno forti di acque dolci, come la Grotta delle Corvine, si trovano stalattiti e stalagmiti, che denunciano un lungo periodo di continentalità.Tracce di antichi livelli di battente, scolpiti nei fianchi delle rocce dai flutti marini, si possono riscontrare a diverse quote, come lungo l'attuale scarpata dei 30 metri, si notano relitti di condotte freatiche. Da tutti questi elementi si possono trarre due importanti dati. Il primo è che nella zona compresa tra Uluzzu e Santa Caterina le sorgenti di acqua dolce, elemento vitale,sono sempre state abbondanti, e ciò spiegherebbe la notevole antropizzazione dell'area fin dai tempi più remoti. Il secondo è che non si può escludere che anche quelle grotte che attualmente giacciono sotto diversi metri di acqua marina, ma che presentano le inequivocabili tracce di un lungo periodo di emersione, un tempo siano state abitate dall'uomo. Per concludere, diremo che in nessun'altra zona del Salente occidentale è possibile leggere, come sulle pagine di un libro aperto, la storia geologica e carsica del nostro territorio.
LA BIOSPELEOLOGIA E LA BIOLOGIAMARINA DI PORTOSELVAGGIO
Un'equipe del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biologiche ed Ambientali dell'Università di Lecce, diretta dal prof. Genuario Belmonte e coadiuvata dagli speleosub neretini, ha condotto uno studio sistematico di una delle cavità sottomarine dell'area di Portoselvaggio, e precisamente la Grotta delle Corvine, ubicata all'estremità nord della piana della Lea. Lo studio ha avuto inizio nel dicembre 1997 e si è ProgettoSalente Agosto-Settembre 2009 19concluso nel maggio 1999, nella sua prima fase. In quest'arco di tempo, sono state effettuate 35 immersioni nella cavità, alcune delle quali in notturna. Ad ogni immersione hanno preso parte, mediamente, quattro sub,per un totale di circa 140 immersioni. Lo studio della comunità vivente di un ambiente, infatti, non può limitarsi a una o poche visite ma deve tener conto delle stagioni di sviluppo che possono essere diverse da un organismo all'altro. Anche le ore diurne e notturne influenzano differentemente l'attività degli organismi.In alcune occasioni, gli speleosub neretini ed i ricercatori del Dipartimento di Biologia dell'Università di Lecce, sotto la direzione scientifica del prof. Genuario Belmonte, si sono immersi più volte, in orari diversi,nell'arco della stessa giornata.La Grotta sottomarina delle Corvine, in poco più di un anno di studi, ha rivelato non poche sorprese. Nella grande cavità sommersa è stata riscontrata un'altabio diversità, comprendente un elevato numero di specie viventi: ben 195. perl'esattezza. Di queste, due si sono subito rivelate nuove per la fauna italiana e due nuove per la Scienza. Pochi mesi fa, i ricercatori leccesi e gli speleosub, che continuano a studiare la Grotta delle Corvine, hanno individuato nel plancton prelevato all'interno della cavità un copepode finora mai classificato. Si tratta,quindi, della terza specie vivente finora sconosciuta alla Scienza rinvenuta nella Grotta delle Corvine. Tutto ciò dimostra l'enorme valore biologico delle cavità sottomarine di Portoselvaggio, che possono essere classificate come rari e pregevoli ecosistemi sommersi, e, in quanto tali, devo essere adeguatamente tutelati e valorizzati.
I GIACIMENTI PREISTORICI ED I LIVELLI DI PESCI FOSSILI NELL'AREA DI PORTOSELVAGGIO CALA DI ULUZZO
Le ricerche preistoriche lungo la costa diNardò vennero intraprese per la prima volta nell'estate del 1961 dal prof. Arturo Palma di Cesnola. dell'Università di Siena, e dal prof. Edoardo Borzatti von Lowenstern,dell'Università di Firenze.Già al tempo dei primi sondaggi, condotti nelle cavità ubicate per lo più nell'area successivamente denominata "Parco naturale attrezzato di Portoselvaggio -Torre Uluzzi", vennero alla luce emergenze di eccezionale importanza. Le successive campagne di scavo confermarono l'importanza archeologica del sito ed aprirono nuovi orizzonti per la conoscenza della preistoria salentina, proiettando l'area del Parco in un contesto europeo. Per la prima volta si iniziò a parlare di CULTURA ULUZZIANA e a ridisegnare un quadro paleoecologico che, ancora oggi,è punto di riferimento per la comprensione delle variazioni climatiche a cui le popolazioni preistoriche del Salente, e dell'Italia in genere, sono state sottoposte.La Grotta del cavallo, nella Baia di Uluzzo,è tuttora oggetto di studio da parte dell'Università di Siena e nuove ricerche si prospettano in tutte le cavità. Nuovi importanti tasselli vengono ad aggiungersi,anno dopo anno, allo studio della preistoria dell'area del Parco.
Dal 1998 la prof.ssa Elettra Ingravallo,docente di Paletnologia dell'Università di Lecce, studia quelli che sono i resti diun'area di culto del Neolitico, segnalata nel1995 dal Gruppo Speleologico Neretino, la cui tipologia dei rinvenimenti risulta essere unica in Europa. Il giacimento dei pesci fossili è un'altra peculiarità di Portoselvaggio. Studiato dai proff. Sorbini e Medizza del Museo di Storia Naturale di Verona, ha restituito pesci e vertebrati risalenti a circa 72 milioni di anni fa.Oltre quarant'anni di studi sono stati accuratamente documentati nelle numerose pubblicazioni di alto valore scientifico, che evidenziano le potenzialità della zona.A tutto ciò si deve aggiungere la presenza,nell'area del Parco, di importanti emergenze botaniche (Marchiori & Medagli, 1998; B.Vaglio, 1996) ed un indiscutibile valorepaesaggistico, che arricchisce e caratterizza l'intera costa neretina.
LA FLORA E LA FAUNA
II rimboschimento di Portoselvaggio, avviato negli anni '50, ha reso questo tratto di costa totalmente differente dall'originario aspetto:da assolata distesa pietrosa a distesaverdeggiante, ricca di essenze vegetali.Le piante utilizzate per il rimboschimento sono state: il pino d'aleppo, il pino marittimo,il pino domestico, l'eucalipto, i cipressi, le tamerici. Il sottobosco è costituito principalmente dal mirto, il lentisco e l'olivastro, che si sono ambientati benissimo.Tutte le specie vegetali presenti nel Parco,a parte quelle utilizzate per il rimboschimento, hanno avuto un'origine spontanea e quelle catalogate sono circa trecento. Degne di particolare nota sono alcune specie di orchidee presenti con esemplari di rara bellezza. (Arisarum volgareTarg. et Tozz., Ophrys apulica Danesch,Orchis lactea Poiret, Campanula versicolor Hawkins).Periodicamente si ripropone nell'area del Parco il fenomeno dell' infestazione della processionaria del pino contro cui gli organismi tecnici della Regione Puglia intervengono per evitare danni tanto alla vegetazione quanto ai visitatori.La limitata estensione dell'area protetta e una notevole frequentazione umana, non hanno favorito la presenza e lo sviluppo di una fauna molto varia. Ciononostante,è la volpe l'animale che in più esemplari si aggira nel Parco. Discreta è la colonia di donnole e ricci. Una presenza di rilievo è data dai camaleonti, anche se di recente introduzione e di incerta provenienza.Il tasso, che qui si aggirava nel passato,oggi, è pressoché introvabile.L'avifauna è ben presente, grazie anche all'esistenza, all'interno del parco, del divieto di caccia; l'Occhiocotto, ilFringuello, il Cardellino, il Passero,il Pettirosso, rappresentano la popolazione stanziale, mentre frequentano il parco, nella stagione della migrazione, il Merlo, il Tordo,l'Upupa, la Quaglia ed alcuni rapaci quali il Falco grillaia ed il Gheppio;rari esemplari di Airone sono stati avvistati per brevi soste durante la migrazione, soprattutto nelle vicinanze del laghetto della Palude del Capitano.Tra i rettili si segnala la presenza di lucertole,di Ramarri, del Biacco, dell'Orbettino e del Colubro leopardino, definito il più bel serpente europeo.
TORRI COSTIERE E MASSERIE
Le invasioni dei turchi, che a partire dal XVsec. tormentarono particolarmente i salentini,spinsero a potenziare il sistema difensivo affidato alle Torri di avvistamento, sentinelle di pietra stagliate sul mare, con il compito di allertare le popolazioni dell'avvicinarsi alla costa di predatori ed invasori. Fra il XVI ed il XVII secolo, su ordine dell'imperatore Carlo V, il meridione d'Italiafu dotato di torri di avvistamento. Lungo la linea costiera del territorio di Nardo le torri furono costruite ad una distanza, l'una dall'altra, che consentiva di essere a vista.La struttura della torre è quasi sempre lastessa, divisa in due piani. La presenza di una macina per il grano garantiva un'autosufficienza alimentare. Nel secondo piano, raggiungibile con una scala esterna,dotata, originariamente, di ponte levatoio,vi sono le stanze per dormire ed un camino per segnalare, con cortine fumogene, gli eventuali attacchi o gli avvistamenti di navi nemiche. Caditoio e feritoie garantivano la difesa della torre.Nell'entroterra, dove il pericolo era datoanche dal brigantaggio, la difesa era affidata alla Masseria. Generalmente la Masseria ha una struttura molto semplice: protetta da una imponente cinta muraria in pietra a secco, nell'interno si trovano grandi cortili e modeste capanne,stalle e ricoveri per il bestiame, ambienti per la lavorazione del latte, oltre a depositi per i raccolti. Spesso all'interno della cinta muraria o, a volte, a poca distanza dall'abitazione, era presente una Torre di difesa, il più delle volte di forma cilindrica,all'interno della quale ; massari trovavano ricovero e protezione in caso di assalti di briganti o saraceni.Tra le masserie che circondano il parco,spicca la Masseria di Torre Nova.magistralmente restaurata, è stata destinata ad ospitare la sede e gli uffici del ParcoNaturale di Portoselvaggio - Palude del Capitano.
articolo di Raffele Onorato pubblicato su ProgettoSalento nr.10
Dr. Raffaele Onorato, noto studioso e speleologo, già Presidente della Consulta per l'Ambiente del Comune di Nardo,per la preziosa collaborazione con il nostro giornale. Una collaborazione destinata a rafforzarsi nei prossimi mesi.
PIZZO GALLIPOLI
Fascia pinetata retrodunale che costeggia la baia di Gallipoli. Da poco tempo parco naturale.




la pineta retrodunale


Troviamo predominanza di pini d'aleppo e acacie, macchia dunale, spiaggia libera e spiaggia attrezzata, lo scoglio della Suina, la Masseria e Torre Pizzo.
Il tratto costiero posto a sud di Gallipoli ed esteso fino al limite dell'abitato di Marina di Mancaversa è tra quei pochi ancora leggibili nei loro caratteri originari, in quelle unità paesaggistiche - dune fossili in corrispondenza dell'antica linea di costa, bassure sub-litorali e dune lungo la linea di costa attuale - la cui sequenza costituisce un modulo ricorrente lungo l'arco jonico, in maniera evidente in corrispondenza del litorale ugentino e a nord di Porto Cesareo. Le *dune fossili* poste lungo la vecchia linea di costa, che delimitano verso l'entroterra l'area interessata, sono le più recenti di una serie che si succede parallela alla costa attuale per circa 5 km verso l'interno, e costituiscono un affioramento calcarenitico che si inarca a partire da Masseria Monaci fino a raggiungere le ultime propaggini della Serra di Castelforte, quello sperone roccioso dov'è sita Masseria Nuova e da cui si gode il più bel colpo d'occhio sull'area e sulla baia. Da qui l'affioramento si ricongiunge con la linea di costa attuale in corrispondenza di Punta della Suina e si estende verso sud fino a Posto li Sorci, comprendendo il roccioso promontorio del Pizzo. Su questo substrato povero e poco incline alla coltivazione, si insedia una gariga bassa selezionata nelle sue essenze e dimensioni da secoli di pascolo ed incendi, e che assume caratteristiche di particolare interesse in prossimità delle Masserie Itri e L'Ariò e nell'intera zona del promontorio, dove assume portamento di macchia e si arricchisce di endemismi. Ampi tratti di praterie steppiche caratterizzano ancora alcune aree prossime alla costa, probabilmente non dissimili da quelle ove qualche millennio addietro l'/Equus hidruntinus/ veniva insidiato dai nostri antenati dell'epoca e i cui reperti sono stati individuati in prossimità di Punta della Suina. In più siti lungo l'arco della formazione, sono rilevabili nel banco calcarenitico delle cavità riconducibili alla tipologia degli *ipogei a /dromos/ *in alcuni casi riutilizzati come laure in epoca bizantina, ed in particolare in prossimità delle Masserie Monaci, L'Ariò e Vocali. Nei siti dove il banco calcarenitico assume maggior spessore, ed in particolare in prossimità delle Masserie Monaci, Itri, L'Ariò e Capurre, intensa è stata storicamente l'*attività estrattiva*, che praticata con mezzi manuali e per un uso immediatamente locale fino ad epoca recente, ha articolato in maniera non lesiva l'orografia di questa porzione di territorio, favorendo l'insediarsi di specie rupicole e di rettili, uccelli e mammiferi (di particolare interesse tra questi ultimi la volpe, il tasso e, un tempo, l'istrice) ed arricchendo in definitiva il sito. Assai differente è stato ed è tuttora l'impatto delle nuove tecniche estrattive, intensive e meccanizzate: un intero tratto della formazione è stato asportato in nell'area compresa tra le Masserie Li Foggi e L'Ariò, lasciando al suo posto un'immensa lacuna non solo visiva, nel paesaggio, ma anche funzionale nella sequenza dell'ecosistema utilizzata come discarica nelle aree non più attive. Queste cave costituiscono uno dei più seri fattori di degrado dell'intera area. Numerosi sono gli *affioramenti della falda* superficiale lungo questa formazione, altamente permeabile. Da nord a sud si segnalano una risorgiva in prossimità dell'ormai scomparsa chiesa di Santo Stefano /in Pygi/, che da essa prendeva nome, e poi più a sud presso Masseria Bianca, dove ancora adesso esiste un Casino La Fontana, e ancora una grandiosa polla non distante dalla faglia diretta ai piedi della Serra, in prossimità della Masseria La Fontana, in agro di Taviano.
Grande area pinetata che circonda i due laghi Alimini.

MONTAGNA SPACCATA E RUPI DI SAN MAURO

http://www.salentoviaggi.it/parco-montagna-spaccata-rupi-san-mauro.htm
boschetto di lecci al confine con le antenne della RAI
famoso bosco di lecci di origine remota (dai tempi degli antichi romani, da cui il nome). Non solo leggi ma anche una variegata macchia. All'interno un grande caseddhu e la masseria Romani.
ISOLA DI SANT'ANDREA - GALLIPOLI
Il sito di Rauccio ricade all'interno del Sito di Importanza Comunitaria (SIC) "Rauccio" come perimetrato nell'ambito del progetto "Bioitaly - Natura 2000".
La flora del sito si mostra particolarmente ricca per la presenza di
diversi habitat e annovera numerosi elementi di grande significato
fitogeografico e di elevato interesse della conservazione naturalistica.
Fra le piante ritenute a rischio di estinzione in Italia spiccano la
periploca maggiore, l'orchidea palustre, la campanella palustre, la
cerere a una resta, la serapide pugliese, l'ofride di Creta, il lino
marittimo e la peverina di Mantico.
Il sito è frequentato da una ricca fauna: il riccio, la volpe, la
donnola, la faina, il tasso, la biscia, il biacco, la raganella.
Le visite guidate sono consentite tutti i giorni alle scolaresche e le
domeniche al pubblico.
Le visite vanno prenotate alla segreteria del WWF Lecce
Promontorio roccioso a picco sul mare tagliato in due dalla litoranea che collega Santa Maria al Bagno e Lido Conchiglie con annessa una delle più belle aree boschive della zona.
Bellissimo promontorio roccioso detto "montagna spaccata" proprio perchè tagliato in due dalla litoranea. Vi si trova una delle più interessanti aree boschive della zona, opera di rimboschimenti risalenti alla metà del secolo di Pino d'Aleppo, Acacia ed Eucalipto. La zona rocciosa costiera ospita elementi di macchia (Mirto, Lentisco), specie rupicole (Scrofularia lucida) e specie tipiche della flora locale (Campanula versicolor, Alyssum leucadeum). Seguendo un sentiero che parte dalla litoranea a poche decine di metri dalla montagna spaccata, si giunge nei pressi della Torre dell'Alto Lido (71 metri sul livello del mare). Sono stati rinvenuti manufatti in selce, ceramiche e ossidiane che indicano la frequentazione della zona fin dal Neolitico.
Situata a pochi chilometri a Nord
dei Laghi Alimini, si estende per circa trenta ettari.
Caratteristiche le dune altissime che fanno da cornice ad una lunga
spiaggia.
Sono ricoperte da folti Ginepri e dalla caratteristica Violacciocca di
mare, inoltre è ancora abbondante il Giglio delle dune.
La macchia retrodunale presenta Lecci in forma arborea, Osiride bianco,
Fillirea, Clemantide, Erica arborea e pugliese.
Alcuni tratti sono stati rimboschiti a Pino d'Aleppo mentre alcune aree
umide, molto limitate, presentano ancora una flora tipica di questi
ambienti.
Fu tra le più estese tenute
dell'agro otrantino e segna ancora i confini a settentrione per un lungo
raggio dal mare all'interno. Pertanto seguiva in estensione alla prima
grande possessione della "Masseria Frassanito", ed era già
intestata negli atti catastali del 1813.
Nella sua area sono compresi anche il territorio denominato Pizzo di
Sant'Andrea, la Fontana di Sant'Andrea, quattro grotte alla cala di
Sant'Andrea.
Il fabbricato della masseria ha pianta quadrangolare ed articolato come
un "villaggio" nel quale una volta vivevano le famiglie dei
braccianti dominate dal proprietario che abitava gli ambienti ai piani
superiori dell'edificio.
All'ingresso del lato nord, la prima porta immetteva nella cappella del
casale, piccolo vano con altare ancora esistente e abbandonato, dove
l'abate di Otranto celebrava nei giorni festivi, così come avveniva
nell'annessa cappella dei casali vicini quali Frassanito e S. Nicola.
Il bosco Boceto è ubicato fuori
dall'abitato di Alessano, occupando parte della scarpata che dalla
sommità della Serra dei Cianci degrada, abbastanza rapidamente, verso
la località "Crocifisso".
Si tratta di tipica vegetazione mediterranea, costituita perloppiù da
macchia, una associazione vegetale caratteristica del territorio
salentino. Si possono distinguere: il sottobosco, molto fitto; la
macchia bassa, costituita da suffruttici e arbusti; la macchia alta con
alberi che possono raggiungere i 4-5 metri di altezza, tra cui il
leccio, la quercia coccifera, l'olivastro, il corbezzolo, l'alloro ed
altri.
E' una boscaglia costituita
esclusivamente da leccio nello stato arboreo e da un sottobosco ricco e
diversificato.
Fra le tante specie presenti si nota la ginestrella, la robbia comune,
il pungitopo, il ginestrone ed il lentisco.
Contrada Acquadolce si trova a circa
3,5 km ad est di Taurisano a 160 metri s.l.m. E' una zona caratteristica
per la presenza di grandi caselli gradonati. Presenti i ruderi di
numerose masserie in genere del XVII secolo. Il paesaggio rurale è
costituito da resti di insediamenti umani a carattere temporaneo (truddi,
pagghiari) e da boschi di querce, pini marittimi e d'Aleppo, poco
distanti dal mare.
Il nome della contrada deriva con ogni probabilità dall'acqua
dolciastra che abbonda nella falda sotterranea. Sul finire dello scorso
secolo nella contrada lo studioso Cosimo De Giorgi analizzò alcune
monete d'oro e d'argento del periodo bizantino, trovate da un contadino
del comune di Taurisano.
MORIGE-CORILLO
Accessibilità: Il sito su cui insiste la macchia mediterranea è raggiungibile percorrendo la Galatone -Santa Maria al Bagno per poi imboccare la strada vicinale che conduce nei pressi della Masseria Morige o la strada vicinale Spisari fino a raggiungere i territori di pertinenza delle masserie Morige e Corillo.Si può poi proseguire a piedi per ammirare la distesa a macchia e gariga.Provincia di Lecce
L'area estesa poche decine di ettari è coperta dalla macchia mediterranea ed in essa sopravvivono ben 90 specie tipiche locali,dal corbezzolo alla ginestra spinosa,dallo zafferano selvatico al cisto,dalla malva al lino delle fate,al timo,al trifoglio.Un piccolo paradiso che merita di essere fruito e che recentemente è stato individuato e censito come "sito di interesse regionale" nell'ambito del progetto "Bioitaly-Natura 2000"
Bosco Vanini, ubicato a poche decine
di metri dall'omonima masseria presenta una ricca vegetazione composta
in prevalenza da macchia mediterranea nella quale spiccano gli arbusti
di coda di volpe, il timo, l'asparago spinoso, il lentisco, la salvia.
Presente è anche la volpe, la donnola, il riccio, le lepri, le faine,
qualche tasso. Si rilevano le gazze, i pettirossi, qualche falco, le
serpaiole oltre ai passeri e storni. Accanto alla contrada vi sono
distese di pini, oliveti, vigneti ed altre vegetazioni dovute all'opera
umana. Caratteristici sono i muretti a secco presenti ai limiti del
bosco.
Adiacente al bosco vi è la masseria dei Vanini che in passato
comprendeva circa ottanta ettari di terreni di pertinenza
(non ho trovato bosco o macchia vicino a Masseria Vanini)
La collinetta è in posizione panoramica; sulla cima, circondata da una pineta, è stata eretta nel 1957 la Chiesetta dedicata alla Madonna di Fatima, in occasione del 40° anniversario delle apparizioni della Madonna.
Alla risorsa si accede percorrendo i tratturi di campagna posti a circa 1 Km nord-est da Taurisano,sulla SS 474 tra contrada Pareti Rossi e contrada Scippi.
Tale area paesaggistica è ubicata a
circa 1 Km nord - est di Taurisano.Trattasi di un'area in cui alla folta
vegetazione boschiva composta in prevalenza da cedri, eucalipti e pini
marittimi è stata sostituita dall'opera umana una vegetazione
industriale di cui gli ulivi plurisecolari di imponente aspetto
rappresentano la nota più evidente.
Nella zona sono presenti i resti di numerosi insediamenti agricolo -
pastorali (pagghiari, caseddre, trulli) in passato utilizzati come
ricovero temporaneo o deposito di attrezzi.
Attualmente la maggior parte di esse sono ridotte in rovina ma assieme
alla vegetazione rappresentano comunque un contenitore culturale tipico
esempio di insediamento rurale degli anni trascorsi e della vita legata
alla campagna.
Alla risorsa si accede da tratturi di campagna ubicati a circa 2,5 Km a sud-est di Taurisano, nelle vicinanze di contrada Pareti Rossi, masseria Acquadolce, masseria Molicchi e masseria Silva.
Contrada Molicchi si trova a circa
2,5 Km a sud-est di Taurisano. Trattasi di una zona di grande interesse
paesaggistico in quanto sede di boschi di querce, cedri, pini d'Aleppo e
marittimi, cipressi, qualche olmo.
Contrada Molicchi comprende al suo interno numerose masserie, masserie
fortificate, resti di specchie e truddi, classico esempio di
insediamenti agricolo - pastorali soprattutto a carattere temporale dei
tempi passati .
La contrada prende il nome dai Pongolicchio, nobile famiglia di
proprietari terrieri taurisanesi.
Nei pressi vi sono le rovine dell'omonima masseria.
Alla risorsa si accede percorrendo i tratturi di campagna posti a circa 1,5 Km a Sud da Taurisano,sulla SS 474 nelle vicinanze di contrada Canali di Ote.
Tale area paesaggistica è ubicata a
circa 1,5 Km sud - est di Taurisano. Nella zona sono presenti i resti di
numerosi insediamenti rurali ricovero temporaneo di agricoltori e
pastori. Attualmente la maggior parte di essi sono ridotti in rovina ma
assieme alla vegetazione fanno da sfondo ad un paesaggio rurale in cui
all'elemento umano si aggiungono boschi di querce, pini marittimi e
d'Aleppo, poco distanti dal mare. Il nome deriverebbe dal fatto che
molto diffusa era l'abitudine dei contadini di un tempo di colorare con
malta di color rosso le proprie dimore ed i muretti a secco.
Alla risorsa si accede tramite tratturi di campagna che portano dalla strada statale 475 a circa 3 Km est-nord est da Taurisano.
La contrada comprende un'area
boschiva composta da querce, lecci, carrubi e resti di macchia
mediterranea.
La stessa prende il nome da un'antica e nobile famiglia di aristocratici
leccesi, i Saetta che vi si stanziarono nell'omonima masseria verso la
fine del '500.
Tale contrada conserva i resti e le memorie del passato (masserie,
trulli, muretti a secco, casedde) e mostra l'ambiente rude e schietto di
una economia dedita essenzialmente alla pastorizia e la cerealicoltura.
Di particolare bellezza sono gli ulivi presenti nella contrada molti dei
quali secolari.
Alla risorsa si accede percorrendo i tratturi di campagna posti a circa 4 Km nord-ovest di Taurisano in quella che è denominata Serra del SS. Crocifisso della Macchia.
Tale area paesaggistica è ubicata a
circa 4 Km nord - ovest di Taurisano, in mezzo ad una folta vegetazione
boschiva composta da olivi, faggi, cedri, eucalipti e pini marittimi,
numerosi sono gli ulivi plurisecolari di imponente aspetto. E' presente
anche un'area di macchia mediterranea.
Nella zona sono presenti numerose masserie molte delle quali risalenti
al XVI secolo in passato appartenute a qualche nobile famiglia locale.
Attualmente la maggior parte di esse sono ridotte ad un ammasso di
rovine ma vale la pena visitarle in quanto assieme alla vegetazione
rappresentano un contenitore culturale tipico esempio di zona di
insediamento rurale degli anni trascorsi.
PARCO DI PALAZZO PONZI TAURISANO
Al
parco di Palazzo Ponzi , dopo aver percorso il centro storico di
Taurisano, si accede da via Dante attraverso il portale
d'ingresso del palazzo stesso.
Parco di Palazzo Ponzi, sito in via
Dante a Taurisano nei pressi di via Roma è sorto tra la metà del XIX
secolo e i primi anni del XX secolo, data di costruzione del palazzo.
Dal portone d'ingresso del palazzo si accede al parco che rappresenta
un'area boschiva di notevole interesse paesaggistico in quanto
comprensivo di secolari alberi di palma da dattero, alloro, pino,
cipresso e canna di bambù
PARCO LA QUERCIA Taurisano
Al
parco si accede percorrendo le vie del comune di Taurisano che
conducono in C.so Leonardo da Vinci, dove, dal portale
d'ingresso si accede a Villa -Fattoria ''La Quercia'',
abitazione rurale ottocentesca di stile eclettico alla quale è
annesso il parco.
L'intera struttura consiste in un
grande parco in cui vegetano secolari alberi di quercia roverella, di
palma Cefaglione, dattilifera, di olmo, di alloro, di pioppo, di
cipresso, del pepe, di pino d'Aleppo, mediterraneo e italico, di
eucalipto, di cedro, nonché rari esemplari di canna di bambù e di
cicas.
Presenti inoltre due Arancarie Cunninghamia Lanceolata, originarie
dell'Australia ed impiantate nel parco intorno alla metà dell'800
(trattasi di piante di circa 30 metri d'altezza che ogni 10 anni
producono frutti pigniformi. Sono due dei cinque esemplari censiti in
Italia.
L'area è delimitata a nord con i
territori comunali di Giurdignano e Giuggianello, ad est con i territori
comunali di Uggiano La Chiesa, Otranto e Santa Cesarea Terme, a sud con
i territori di Santa Cesarea Terme e Poggiardo infine ad ovest con la
strada provinciale Palmariggi- Minervino - Cocumola - Vaste.
Il 16 febbraio del 1970 è stata dichiarata di notevole interesse
paesaggistico con Decreto Ministeriale in quanto conserva ancora intatte
tutte le caratteristiche panoramiche della sua originaria bellezza e
composizione naturale, formando, con le sue macchie verdi ad essenze
locali, un quadro naturale di grande suggestività godibile da numerosi
punti di vista. Inoltre vi è la presenza di antichi monumenti che
insieme assumono valore estetico e tradizionale.
L'esemplare più grande e maestoso
ha un'età di oltre 700 anni, un diametro alla base del tronco di 4,25 m
e una chioma di ca. 700 mq. Si racconta che sotto la sua chioma si
radunarono cento cavalieri in partenza per una Crociata, dal che deriva
il nome "dei cento cavalieri".
Nei tempi passati la Quercia Vallonea o Falanida era una pianta preziosa
per molti artigiani tricasini, che esercitavano "l'arte del
pelacane" (l'arte del conciare le pelli).
E' un esemplare arboreo in via di estinzione e per questo motivo è
stato ultimamente inserito negli itinerari turistico-culturali
finanziati dalla C.E.E.

Ampia estensione elevata sulla pianura circostante dell'agro casaranese, caratterizzato dalla presenza di uliveti e macchia mediterranea. Essa si estende approssimativamente per un paio di chilomatri circa verso Ruffano e Taurisano e si caratterizza per una vegetazione folta e rigogliosa con piante in fiore tutto l'anno o a fioritura invernale. Sono presenti ancora il Leccio in forma arborea e arbustiva, significativi e caratteristici sono poi il Corbezzolo, il Lentisco, il Mirto, il Cinepro, la Felirea, l'Erica arborea, la Ginestra spinosa, l'Alloro e l'Oleandro. Molti sono i posti incontaminati, degni di essere visitati ma purtroppo la Serra non è organizzata con percorsi di visita.
Pianoro tra Martignano e Martano
Area geografica dominata dalla roccia affiorante, tra Martano e Martignano. Le alture del Foderà derivano il loro nome, dal greco "foderò" che significa "roccioso". Nella zona, l'omonima masseria fortificata e numerose costruzioni rurali in pietre a secco.
Si tratta di un'area geografica dominata dalla roccia affiorante, che si estende tra Martano e Martignano. Le alture del Foderà derivano il loro nome, secondo il Rohlfs, dal greco "foderò" che significa "roccioso". Nella zona si rileva la presenza dell'omonima masseria fortificata e di numerose costruzioni rurali in pietre a secco, dette "pagliari" o "furnieddhi".
Strada vicinale sulla provinciale Martano-Otranto.A poca distanza dall'abitato di Cannole sorge il parco naturale di "Cerceto", su cui domina una masseria fortificata del '200.
Il parco naturale "Cerceto"
sorge a pochi chilometri dall'abitato di Cannole e si può raggiungere
dalla strada provinciale Martano-Otranto.
Al centro del parco domina una masseria fortificata del '200, detta
masseria "Cerceto". Sempre nell'area vi sono resti di un
frantoio sotterraneo, numerose tombe basiliane scavate nella roccia, la
chiesetta di San Vito del '700 e i "tratturi", antiche strade
che conservano ancora i solchi dei carretti.
Recentemente il parco è stato rimboschito con alberi di pino.
La Proloco "Cerceto" di Cannole organizza visite guidate al
parco durante il periodo della "Festa della Municeddha".
PSEUDOSTEPPA DI SPECCHIA DELL'ALTO, S.CATALDO
Per raggiungere i pascoli della Masseria Specchia dell'Alto, partendo da Lecce, si prende la strada per S.Cataldo, superato il depuratore si svolta alla II traversa a destra.Nei pressi di S.Cataldo, in prossimità delle Masserie Morello e Specchia dell'Alto, è presente una vasta area di vegetazione pseudo steppica ricca di suggestione, con muretti e costruzioni a secco.
Si tratta di una vasta area di
vegetazione pseudo steppica che si estende a perdita d'occhio in un
paesaggio brullo ed ondulato, ricco di suggestione, con muretti e
costruzioni a secco.
Il sito è ricco di orchidee spontanee e fra le specie abbastanza
comuni, come l'ofride fior di bombo e l'ofride fior di vespa, è
presente anche l'ofride di Creta e l'ofride tardiva.
Tale tipo di habitat, ricchissimo di biodiversità, è sttao dicchiarato
prioritario dalla direttiva CEE 92/43, e censito come tale nell'ambito
di un apposito progetto.
PINETA SERRA DEGLI ANGELI - PORTO CESAREO
grande pineta e macchia,
BOSCHETTO GEMINI
da inserire
PINETA MARIROSSI - POGGIARDO
Così chiamato per il terreno rosso, ricco di bauxite. Il bosco, di impianto artificiale, ha un’estensione di 16 ettari.
Grotta marirossi o “Grotta che respira” per un continuo soffio di aria in corrispondenza dell’ingresso. E’ chiamata anche “grotta dei cavallini” per il ritrovamento di antiche ossa di cavallo. A poca distanza l’ingresso della Grotta di San Silvestro, così chiamata perché scoperta il giorno di San Silvestro del 1994. Anche in questa grotta sono stati ritrovati resti umani ed utensili risalenti al neolitico. Nelle vicinanze c’è il letto di un fiume prosciugato.
Grotta Micello,Grotta delle Meraviglie,Grotta la Tana così chiamata perché ospitava la tana di un tasso.
Grotta la Campana d’Oro: una leggenda narra che una volta ogni cento anni si può ascoltare il rintocco della “campana d’oro” e ogni volta che la campana suona, nel bosco si apre l’ingresso di una grotta, che si richiude al centesimo rintocco.
"pianoro" - Cutrofiano
su un tratto di strada panoramico per la sua bellezza rupestre il pianoro affiorante è un bene da valorizzare per la sua bellezza
Coordinate = Lat: 40.093964, Lng: 18.184090
orchidee spontanee
